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A 20 ANNI DALLA MORTE
Turoldo. Il Nulla e la Parola
Gianfranco Ravasi
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«La vita che mi hai ridato/ ora te la rendo/ nel canto». Con questa sigla autobiografica, padre David Maria Turoldo aveva firmato i "Canti Ultimi" (Garzanti) la raccolta di liriche - in assoluto tra le più alte del suo lungo itinerario poetico - generata da un lungo inverno di sofferenza, culminato nella morte avvenuta a Milano il 6 febbraio di venti anni fa. Aveva ragione Carlo Bo quando, presentando il "Grande Male" che in germe conteneva la fioritura dell’ultima stagione turoldiana, aveva scritto: «Padre David ha avuto da Dio due doni: la fede e la poesia. Dandogli la fede, gli ha imposto di cantarla tutti i giorni». Per decenni Turoldo ha cantato, attuando inconsciamente un motto della tradizione giudaica mistica che invitava il fedele a «un canto ogni giorno, a un canto per ogni giorno». Dell’uomo e credente Turoldo tutto possiamo sapere attraverso la continua confessione delle sue liriche, disponibili nel filo d’oro dispiegato di "O sensi miei…" (Rizzoli), una vasta raccolta antologica da lui stesso elaborata sulla sua immensa produzione poetica dal 1948 al 1988 e soprattutto i citati "Canti Ultimi", che possono essere considerati non solo il suo testamento ma anche il suo capolavoro.
È facile sentire nei suoi versi il sapore delle zolle friulane delle sue origini e sognare coi suoi occhi infantili e chiari davanti all’affresco del sacrificio di Isacco dipinto nella parrocchiale della sua piccola Coderno. Oppure, percorrendo soprattutto le strofe della maturità, intuire il rigore magmatico (un ossimoro adatto alla sua poetica) della sua mente addestrata in giovinezza alla filosofia, alla scuola di Gustavo Bontadini. È difficile restare indifferenti al suo delicato amore per la Vergine Maria, tra i cui Serviti aveva scelto la sua strada religiosa. Oppure non fremere con lui nella lotta antifascista, allorché con gli amici stendeva le pagine di quel foglio clandestino dal titolo emblematico "L’Uomo", o ancora non partecipare al suo sdegno per l’ingiustizia, rifiutando ogni genuflessione nei confronti del potere. Nelle sue righe poetiche disseminate in anni e anni  di attività si riverberano i bagliori delle sue prediche nel Duomo di Milano, l’appassionata partecipazione al sogno di don Zeno e della sua Nomadelfia, l’orizzonte luminoso delle amicizie umili e grandi, la sua parola detta e scritta attraverso tutte le vie della comunicazione, giornalistica, teatrale, televisiva e persino cinematografica col film "Gli ultimi".
Ecco poi balenare l’ardore conciliare, il ritiro per nulla eremitico a Sotto il Monte, il suo costante schierarsi, magari sporcandosi le mani e la fama nel "grumo nero" della storia, alla ricerca non certo di un consenso né di un puro e semplice dissenso ma solo di un senso, come padre David amava ripetere a suggello di quegli anni. Il suo è stato sempre il desiderio di urlare e di pregare anche «da una casa di fango», come faceva il suo "Giobbe" del 1951. È forse abusato e inesatto parlare di "profezia" per definire il genere letterario e spirituale turoldiano. Non lo è, però, nel senso genuino del termine. Il profeta non è un preveggente né tanto meno un elaboratore di oroscopi per la storia, è invece un uomo di fiera contemporaneità. Ed è proprio in questa attenzione fremente ai segni del tempo che egli anticipa il futuro, i suoi segni, le sue epifanie celate già nell’opacità del presente. In questa luce si può iscrivere anche i testi di Turoldo nel genere "profetico".
Ma il vero volto spirituale e poetico di padre David ha bisogno di un altro lineamento. La sua figura sanguigna, imponente, da cui fuoriusciva una voce da cattedrale o da deserto, vanamente temperata dall’invincibile sorriso degli occhi chiari, aveva nella "Parola" biblica il suo cuore. Non tanto la parola affidata a una voce potente, anche quando era affievolita dalla malattia; voce che, pur in mezzo a una turba vociante e distratta, sapeva creare spazi vasti di silenzio, di ascolto affascinato, di sorpresa. Centrale in Turoldo era la Parola maiuscola, esterna a lui, donata, di cui la sua possente voce era solo «conchiglia ripiena». «Servo e ministro sono della Parola», si era un giorno autodefinito. Per lui era vero senza riserve il folgorante verso di un altro grande poeta religioso novecentesco, il rosminiano Clemente Rebora: «La Parola zittì chiacchiere mie». Scopo e ragion d’essere della sua poesia è stato quello di far cantare la Parola divina.
E' questa anche la radice del mio incontro personale con Turoldo, divenuto poi amicizia profonda e anche "co-operazione" in senso stretto, soprattutto attraverso la ripresa poetica di tre libri biblici di cui padre David s’era veramente innamorato: il Salterio, ritrascritto per l’ultima volta nel volume "Lungo i fiumi…" (San Paolo); il Cantico dei Cantici, «la sublime allegoria», e Qohelet, lo «scandaloso» sapiente anticotestamentario che aveva generato quella piccola "Deide" postuma dedicata al cardinale Martini, allora arcivescovo di Milano, e intitolata "Mie notti con Qohelet" (Garzanti). Ma in realtà, Turoldo aveva cantato tutta la Bibbia, dalla Genesi all’Apocalisse, in un flusso continuo e in una vera e propria lotta con la Parola, anche quando essa tace. E fu appunto il silenzio di Dio, anzi, il misterioso intreccio-incontro tra Dio e il nulla a scompaginare l’enfasi della voce, a spettinare per l’ultima volta i pensieri e i versi di Turoldo, quelli appunto dei "Canti ultimi": «Dio e il Nulla - se pure l’uno dall’altro si dissocia…/ Tu non puoi non essere/ Tu devi essere,/ pure se il Nulla è il tuo oceano». Questo groviglio di luce e di tenebra ha la sua raffigurazione emblematica nel Cristo crocifisso («Fede vera è il venerdì santo/ quando Tu non c’eri lassù») e padre David ne è stato attratto come da un gorgo avvinghiante. Già lo era stato nelle liriche precedenti. «E Tu, Tu, o Assente, mia lontanissima sponda… Mio Dio assente lontano… Ma Lui, Lui sempre lontano, invisibile… La tua assenza ci desola… All’incontro cercato nessuno giunge… Notte fonda, notte oscura ci fascia - nera sindone - se tu non accendi il tuo lume, Signore!… Ma tu, Signore, sei bianca statua di marmo nella notte… Un Dio che pena nel cuore dell’uomo…».
Negli ultimi scritti, però, Turoldo si mette in viaggio verso questa Gerusalemme capovolta in modo deciso, pellegrino del Nulla e del Tutto. Passa in mezzo a silenzi astrali, scivola nel «cratere» del Dio incandescente, naviga «nei fiordi della speranza» e percorre «tunnel sottomarini» in cui baluginano luci giallastre, inseguito sempre dallo sguardo di Dio «come di un falco appollaiato sul nido». E alla frontiera tra essere e nulla Turoldo incontra Dio, come Giacobbe dopo la lotta al fiume Jabbok o come Giobbe dopo il lungo grido tenebroso. Su quella linea di demarcazione non c’è un Dio imperatore impassibile e onnipotente, bensì un Dio sofferente, perché «ogni creatura ti muore tra le braccia nel mentre che si forma e si fiorisce». Un Dio che, nel creare, ha sperimentato il Nulla, il suo antipodo, «Tua e nostra frontiera», e che in Cristo ne ha bevuto il calice di morte.
Sulla scia di questa fede combattuta che conosce anche la sconcertante salita del monte Moria ove il volto di Dio si rivela «amato e crudele», fin contraddittorio, per diventare poi persino Assenza, vorrei concludere evocando quella poesia che ho scelto di porre quasi a emblema del Cortile dei Gentili, spazio dedicato dal Pontificio Consiglio della Cultura al dialogo tra credenti e non credenti, «nobilmente pensosi»:
«Fratello ateo, nobilmente pensoso,
alla ricerca di un Dio
che io non so darti,
attraversiamo insieme il deserto.
Di deserto in deserto andiamo oltre
la foresta delle fedi,
liberi e nudi verso
il Nudo Essere
e là
dove la parola muore
abbia fine il nostro cammino».
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