venerdì 11 novembre 2011
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​La modernità, l’uomo che si pone al centro del mondo, decreta l’inutilità di Dio e si fa artefice di tutte le cose, responsabile del bene e del male. Una problematica infinita, che ha acceso il dibattito nella Chiesa a partire dalla metà dell’800 e che ancora oggi interroga la società e la comunità dei credenti. «Ci sono tensioni nella Chiesa attuale che nascono dalla difficoltà di comprensione del rapporto fra Chiesa e mondo moderno».A sottolinearlo è il gesuita Paul Gilbert, nuovo decano della Facoltà di Filosofia all’Università Gregoriana e coordinatore del congresso L’uomo dell’età moderna e la Chiesa che si tiene nell’ateneo pontificio dal 16 al 19 novembre. «La nostra speranza è che questo incontro fra studiosi e docenti di varie estrazioni possa portare un po’ di luce, mettendo in evidenza tutti gli aspetti della modernità nel rapporto con l’uomo e con la Chiesa, anche in senso positivo».Non solamente, quindi, soffermandosi sul rapporto fra scienza e fede.«La modernità non riguarda solo la scienza, ma tutte le manifestazioni del pensiero, della cultura della letteratura. La modernità pone con prepotenza il soggetto al centro di ogni cosa, allo stesso tempo è con la modernità che nasce la critica all’azione del soggetto, che prima non era considerata. Al tempo stesso bisogna considerare che la modernità è erede di un processo di secolarizzazione che prende le mosse nel Medioevo, epoca in cui tutta la cultura faceva capo al mondo ecclesiale, ma con profonde divisioni fra università, fra scuole monastiche... Il pensiero moderno comincia a elaborare la necessità di far convivere queste divisioni... Da questo momento in poi nasce il concetto di dialogo, di tolleranza. Anche grazie a personaggi come Galilei e a santi come Bellarmino».Tolleranza! Lo si può ritenere un valore cristiano?«Amore è certamente positivo. La tolleranza può essere negativa. L’amore cerca di rispettare le opinioni dell’altro e in questo intento si fa cammino insieme. La tolleranza lascia spazio all’indifferenza, al relativismo».Il pensiero comune indica nella tolleranza il massimo dei valori della convivenza civile.«Con la modernità e la nascita dei grandi Stati nazionali la figura dello Stato si sovrappone a quella delle religioni. Dopo l’esperienza delle guerre di religione si pensa che lo Stato si debba porre al di sopra e diventare garante della convivenza senza entrare nelle diversità. La tolleranza viene posta al servizio della pace».In questo senso assume un valore positivo.«Ovviamente. In realtà, però, non si cerca la pace, ma la tranquillità sociale, attraverso un compromesso che è indifferente alla molteplicità. In questo senso la tolleranza può essere anche, mi passi la parola, “poliziesca”, proprio perché estranea e incurante della molteplicità» Una visione di Stato e di tranquillità sociale che non soddisfa il cristiano?«Diciamo che non lo può soddisfare abbastanza, perché attraverso di essa si formatta la mentalità dell’indifferenza gli uni agli altri. La fede cristiana è marcata dal rispetto delle differenze nel dialogo, nel muoversi verso l’altro».Insomma, non tutta la tolleranza parla cristiano.La fede cristiana si basa su due paradigmi fondamentali: il primo è la fede nel Dio Trinità, che è Dio unico nella comunione. Il secondo è stato fissato col Concilio di Calcedonia del 381, che chiarisce la doppia natura di Cristo, inteso come vero Dio e vero uomo, senza separazione, ma senza confusione. Il tutto nel rispetto della differenza, nell’amore della differenza, senza indifferenza. La tolleranza viene invece intesa come indifferenza nei confronti dell’altro: ciò che pensa non mi interessa».Un problema enorme della modernità, un vero macigno.«E la Chiesa ne è perfettamente consapevole. Nel suo discorso all’Onu nel 1968, Paolo VI indicò la Chiesa come maestra di umanità. Il problema è che la modernità tagliando i ponti con Dio li ha tagliati anche con la Chiesa. La politica non è più sottomessa all’ordine divino. L’uomo si è posto al centro come unico artefice del bene e del male. Si è appropriato del proprio destino».In questo c’è qualcosa di positivo?Nel primo capitolo della Genesi Dio invita l’uomo a dominare l’intero creato. Questa è l’essenza dell’atteggiamento moderno. Con la modernità l’uomo si prende la responsabilità dei suoi problemi, della malattia, del male... a conclusione di un lento processo di consapevolezza partito molti secoli prima, che di per sé non è negativo, altrimenti la Scrittura non collocherebbe la “modernità” già al principio».L’impatto fra Chiesa e modernità però è stato duro.«Forse perché la Chiesa aveva perduto un po’... il senso del religioso. C’erano ambiguità enormi. La stessa gerarchia dell’epoca non era molto “brillante”...».E le ferite restano...«L’idea di questo congresso si colloca nel solco ritracciato dal Vaticano II e rilanciato con forza da Benedetto XVI. La Chiesa propone ai singoli soggetti di ritrovare la loro dignità di persone, di riappropriarsi della comprensione del loro dover essere, di ciò che è buono per loro e per l’umanità tutta. Il soggettivismo sorto dalla modernità non esiste più. Nessuno ha più la responsabilità di qualche cosa. La cultura contemporanea è, nei fatti, in fuga fuori da sé. È deresponsabilizzante e deresponsabilizzata. La Chiesa propone di ritrovare la rettitudine in una soggettività nuova, non chiusa in se stessa, ma capace di allearsi per costruire la società».In questa logica, dove si incontra Dio?«La coscienza che ritrova la propria dignità si situa in un mondo spirituale. È lì che fa l’esperienza del Dio che chiama al bene nel confronto con gli altri, del Dio che si dona nell’amore... senza confusione e senza separazione».
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