Passa a livello superiore
Accesso
Cultura
Storia
Il tesoro ripescato dal genio di Viareggio
ROBERTO FESTORAZZI
  • twitter
  • google +
  • segnala ad un amico
    mail
  • font
  • stampa quest'articolo
    print

​​​​

Nelle osterie delle darsene di Viareggio, le bettole dei marinai, una sera di giugno del 1932, si diffuse, fulminea, la notizia che fece il giro del mondo: il piroscafo Artiglio II, specializzato nei recuperi a grande profondità, aveva riportato in superficie il carico di oro stivato in una cassaforte dell’Egypt, un naviglio britannico colato a picco nell’Atlantico. Si tratta di un primato, quasi dimenticato, raggiunto da una squadra di palombari italiani, e reso possibile grazie a nuovi espedienti tecnici, arditi per quei tempi, che a loro volta poggiavano sulle solide fondamenta della nostra tradizione marinara. Quella che stiamo rievocando è una pagina epica che esalta le virtù di Viareggio e della sua gente di mare.


Viareggini furono infatti gli uomini che trassero, dalle profondità degli abissi, un vero tesoro: circa 40 tonnellate di argento, e 5 tonnellate di oro, in monete e lingotti, destinati alle banche indiane, per un valore complessivo di oltre un milione di sterline. Il prezioso carico, in navigazione sulla rotta Londra-Bombay, venne perduto, il 20 maggio 1922, in seguito alla collisione dell’Egypt con un mercantile francese, il Seine, in un punto dell’Atlantico a circa 50 chilometri dalla costa bretone. Perirono, nell’affondamento, 96 uomini. Ma, al di là di questo tragico bilancio, a suscitare clamore fu l’inabissamento del tesoro. I Lloyd’s di Londra nel 1925 incaricarono del ripescaggio importanti società inglesi e olandesi.


Ma, a fronte di risultati fallimentari, tre anni più tardi la compagnia assicurativa affidò la mission impossible a un armatore italiano, Giovanni Quaglia, che con la sua società Sorima possedeva una flotta di pescherecci riconvertiti a funzioni di recupero di relitti di navi affondate. La Sorima aveva alle sue dipendenze una squadra di palombari guidata da un capo coraggioso e geniale: Alberto Gianni. Questi inventò attrezzature all’avanguardia per il salvataggio dei carichi: camere di decompressione, benne e, soprattutto, un tipo di scafandro indipendente e leggero, cioè svincolato dai cavi di sospensione, la cosiddetta “torretta d’immersione”, o butoscopica. Si trattava di un’innovazione che consentiva di evitare gli inconvenienti connessi con il vorticare delle correnti marine, ma anche con il rollio e il beccheggio dei bastimenti cui in precedenza gli scafandri erano ancorati attra- verso i cavi: fenomeni che erano all’origine di molti incidenti, con conseguenti perdite di vite umane. Inoltre, Alberto Gianni fu il primo a usare la fiamma ossidrica sott’acqua. 


Dopo quasi un anno di ricerche, i palombari viareggini, a bordo dell’Artiglio, riuscirono a localizzare il relitto del-l’Egypt, adagiato a 130 metri di profondità, nelle acque burrascose al largo di Brest: era il 29 agosto 1930. Il sopravvenire dell’inverno, sconsigliò il recupero immediato del forziere colmo d’oro. Ma tale rinvio fu all’origine di un disastro che causò la morte, oltre che di Gianni, di tre suoi colleghi. Il 7 dicembre del ’30, nei pressi dell’isola di Belle Ile, al largo delle coste nordoccidentali francesi, l’Artiglio saltò in aria, durante le operazioni di recupero della carcassa della nave Florence, affondata nel 1917 con un ingente carico di esplosivi che si supponeva fossero stati inertizzati dalla lunga permanenza sui fondali marini: ma fu, appunto, un fatale errore. La Sorima, do- po la tragedia, non si perse d’animo, e armò l’Artiglio II, vale a dire il gemello del piroscafo esploso, per procedere al salvataggio dell’oro dell’Egypt. Nel giugno del ’32, i compagni di Gianni riuscirono nell’impresa.


A tradurre in leggenda popolare le gesta dei sommozzatori italiani fu invece un giornalista del “Times”, David Scott, il quale poté seguire le operazioni di recupero da bordo dell’Artiglio II, inviando i suoi articoli a Londra, in tempo reale, via radio. Il reporter britannico, cantore di un’epopea, scrisse poi libri di grande successo, tradotti in molte lingue. Viareggio non ha mai dimenticato i suoi eroi, cui sono dedicati una piazza e un Lungocanale marino. E, nella capitale baneare della costa tirrenica toscana, opera la Fondazione Artiglio Europa, la quale ha lanciato l’iniziativa di donare alla città un monumento-memoriale, in ricordo dei palombari-pionieri, ideato dall’artista russo Sergey Eylanbekov.
© riproduzione riservata
segnala ad un amico stampa quest'articolo
Articoli in evidenza