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Stinghi-Benelli, «Sull’altare della terra»
CARLO OSSOLA
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L’intensa corrispondenza tra un sacerdote, don Giacomo Stinghi, che aveva scelto gli ultimi e i margini della società (il dialogo, l’accoglienza e i programmi di recupero per i giovani drogati, quando ancora non esisteva alcuna iniziativa delle strutture pubbliche) e un vescovo, il cardinale Giovanni Benelli, che arrivava alla cura di anime dai più alti gradi della Curia romana (dal 1967 al 1977 influente sostituto alla Segreteria di Stato), mette in rilievo alcuni tratti specifici della Chiesa contemporanea e del ruolo avuto in essa dalla cattolicità fiorentina. 


Il primo elemento è più che locale: è indubbio che la Chiesa di Firenze nel secondo dopoguerra sia stata, a partire dal cardinale Elia Dalla Costa e dal sindaco Giorgio La Pira, una fucina di esperienze, tanto sul versante spirituale (don Ernesto Balducci, Luigi Rosadoni, Giovanni Vannucci, Enrico Chiavacci, Angelo Chiaroni) quanto, e ancor più, su quello pastorale: non solo don Giulio Facibeni, con l’Opera Madonnina del Grappa (e dopo di lui, don Corso Guicciardini e padre Carlo Zaccaro e don Fabrizio Porcinai) e don Raffaele Bensi, Lorenzo Milani a Barbiana e Enzo Mazzi all’Isolotto; ma anche in quell’agire in soccorso degli ultimi, dei quali il 'Centro di Solidarietà di Firenze' è stato, e rimane, una delle prove più autentiche e luminose.


La povertà fu commisurata, nel XIX secolo e nella prima metà del XX, sui 'non abbienti'; la Chiesa offrì ausilio a coloro che non erano accolti in società, ma la nuova povertà del secondo Novecento fu il venir meno dell’accoglienza a se stessi, il perdersi di molti giovani nei meandri della disistima di sé, supplita, o meglio incrementata, dal ricorso alla droga. All’origine, in Italia, l’iniziativa di recupero fu quasi solo della Chiesa: don Mario Picchi a Roma, con il suo 'Progetto Uomo', don Luigi Ciotti a Torino, don Giacomo Stinghi a Firenze. 


Soltanto all’inizio degli anni Novanta, lo Stato intervenne, ma per tre lustri queste storie senza destino non ebbero chi le interpretasse, se non i testimoni sopra citati: «Sarebbe cecità imperdonabile per la nostra Chiesa non vedere in questi giovani distrutti o in via di distruzione i veri poveri del nostro tempo, che Gesù ci mette sulla strada» [lettera del cardinale Benelli a don Stinghi del 2 maggio 1982]. Il fascino di questo libro che raccoglie le lettere fra don Stinghi e il cardinale, L’avvio del Centro di Solidarietà di Firenze, nella corrispondenza con il vescovo Giovanni Benelli, 1978-1982 (presentazione del cardinale Silvano Piovanelli, Firenze, Barbieri Arti Grafiche, 2015, pp. 120), è nell’incontro tra la ferma volontà di un profeta e la sapienza d’ascolto di un pastore che sa sceverare, aiutare generosamente, dare un senso organico sì che dai margini si vivifichi la società tutta: «E poi, noi dobbiamo essere soprattutto un segno: un segno che non trascura, certo, i numeri, l’urgenza drammatica dell’intervento, l’efficienza delle terapie; ma che sa anche allargare il raggio di influenza e che si propone di 'convertire' le strutture pubbliche all’assunzione intera delle loro responsabilità» (ibid.).


Non si tratta di «convertirsi al mondo» ma di vivificarlo, di esserne lievito nascosto: «Finché le cose andranno come vanno, la Chiesa di Firenze e io continueremo a considerare l’opera [il Centro di Solidarietà] come totalmente nostra, anche se cercheremo di apparire il meno possibile» (lettera del cardinale Benelli a don Stinghi del 26 maggio 1982). Il cardinale si spense pochi mesi dopo (26 ottobre 1982), ma l’opera continua ed è ora attiva in otto centri di accoglienza e in un servizio di prevenzione, poiché la droga oggi non viene più percepita come epidemica, ma la si tollera come endemica, con equa indifferenza. Il secondo punto riguarda il modo di attraversare il tempo da parte della Chiesa: a ogni generazione serpeggia il catarismo di una Chiesa pura, intatta, riserva di senso dell’Eterno contro il mondo o, al più, davanti al mondo, da esso distinta, separata, sovrana. Sembra che l’essere nel mondo la riduca mondana, l’essere con gli uomini la riduca al tempo, l’essere lievito non le conceda alcuna distinta forma specifica.  È vero, il pane non conserva traccia visibile del lievito che l’ha fermentato.


E tuttavia la Chiesa che la storia e la liturgia ricordano è quella che ha preso su di sé le infermità del mondo; tutte le volte che ha guardato alla propria purezza, sono nati processi, scismi, anatemi, sterili divisioni. Ora che la Chiesa di Roma suggerisce, nelle esortazioni papali e nel suo quotidiano esempio, questo cammino, pare davvero paradossale la stupefazione che circonda la testimonianza di grazia di papa Francesco, come se la Chiesa risorgesse ora soltanto; insieme, l’insofferenza ch’egli suscita, in molti settori della Chiesa, è pari alla perdita di conoscenza della storia della Chiesa stessa o al disamore per essa: ogni giorno la Chiesa è così, piccolo seme di tanta solitudine. Si pensi alla chiesa completamente vuota, per lunghi decenni, di don Giuseppe Dal Pozzo, a Taglio Corelli di Alfonsine. 


Eppure egli ha continuato a celebrare, come tanti testimoni silenziosi in tutte le terre del pianeta, la quotidiana 'messa sul mondo' che lo vivifica e lo redime: «Questa moltitudine agitata, la cui immensità ci spaventa, quest’oceano umano, le cui lente e monotone oscillazioni insinuano il turbamento nei cuori dei più credenti, […]; tutto quello che andrà crescendo nel Mondo, nel corso di questa giornata, tutto ciò che andrà diminuendo e tutto ciò che andrà morendo: ecco, Signore, ciò che mi sforzo di raccogliere in me per tenderlo a Voi; ecco la materia del mio sacrificio, il solo di cui avete desiderio» (Pierre Teilhard de Chardin, La Messe sur le Monde, 1923). La Chiesa celebra lì: « sur l’autel de la Terre entière, le travail et la peine du Monde ».
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