domenica 29 maggio 2016
​dal 2 al 4 giugno a Bose un convegno si occuperà di architettura sacra. A 50 anni dal Concilio è sempre più chiaro che la misura dei buoni progetti è la comunità.
Nuove chiese. Lo stile è condivisione
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C’era un tempo in cui si sapeva com’erano fatte le chiese: si riconoscevano a prima vista. Ma oggi come si distinguono nel-l’affastellarsi delle molteplici suggestioni architettoniche? L’argomento, già dibattutissimo, viene ripreso nel convegno “Viste da fuori” che si svolgerà al monastero di Bose dal 2 al 4 giugno, organizzato in collaborazione con la Conferenza Episcopale Italiana (Ufficio beni culturali), col Consiglio Nazionale Architetti e con la partecipazione di esperti da diversi Paesi. L’argomento interessa chiunque: credenti e non. Perché se le chiese storiche erano espressioni più evidenti dell’epoca loro, l’epoca nostra si diffonde nelle manifestazioni formali più diverse. Se il barocco fu interprete puntuale del Concilio tridentino, col proteiforme moderno ci troviamo di fronte a linguaggi lontani dalla tradizione, a volte incerti nel trasmettere il messaggio del Concilio Vaticano II. Al riguardo Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, sostiene: «Le chiese si costruiscono per due ragioni: per esprimere lode al Signore e adorarlo, e perché la comunità possa incontrarsi unita nella fede e nell’esperienza dell’amore del Padre. Se la Controriforma enfatizzava l’armonia della forma e le chiese la manifestavano raccogliendola intorno alla centralità della presenza reale del Santissimo Sacramento, il ’900, col trauma delle grandi guerre, della Shoah, fa esperienza del silenzio di Dio e delle lacerazioni dell’uomo. Per conseguenza arte e architettura si esprimono in forme a volte frammentate, che dicono di un nuovo bisogno di Dio. Questo trova risposta nella divina misericordia, non a caso testimoniata al cuore del XX secolo da santa Faustina Kowalska, canonizzata da Giovanni Paolo II». E anche oggi l’edificio della chiesa può essere rappresentativo sia di un messaggio teologico sia della comunità che la costruisce. Per esempio «la nuova chiesa di San Rocco che si sta ultimando vicino a Chieti culmina con un grande lucernario a croce, a rappresentare la ferita e la sofferenza, ma del pari l’apertura all’amore divino e alla redenzione che ne deriva. E lo stesso Mario Botta, l’architetto che scelsi per progettarla, si trovò d’accordo che non si può fare architettura sacra senza ascoltare il popolo, in un dialogo mutuamente fruttuoso. Tanto che, se in un primo tempo egli prevedeva tre absidi uguali, dopo aver chiarito la visione teologica che individua in quella centrale la figura del Padre, aperto all’abbraccio nelle due absidi laterali, vi fu da parte sua un opportuno ridimensionamento di queste».   Il dialogo compiuto a Chieti per la nuova chiesa è esemplare di un nuovo “stile” emerso dopo le esperienze seguite al Concilio: non architettonico, ma di metodo. Lo evidenzia don Valerio Pennasso, responsabile per la Cei sia delle nuove edificazioni, sia dei beni culturali: «Dopo il Concilio la Chiesa ha evitato di indicare specifiche forme. Non voleva edifici ripetitivi, basati su un unico modello, ma espressioni che manifestino comunità vive: ha scelto quindi di erigere chiese in funzione di un’ecclesiologia che riassume la pietà popolare, la cultura, il senso di corresponsabilità che si attiva tra fedeli e presbiteri. Un’ecclesiologia fortemente segnata dal magistero di papa Francesco. Siccome ogni comunità abita il proprio territorio, con tutte le sue peculiarità storiche e attuali, l’edificio chiesa in cui si ritrova deve esprimere tale specificità. In cui la “nobile semplicità” conosca la via della bellezza e insieme della povertà: può trovare espressione in tante soluzioni anche di carattere tecnologico, per esempio per modellare la luce in esperienza poetica ove elemento naturale e artificio si fondono. Alla chiesa si chiede che sia sentita come propria da ognuno, nell’organico disporsi dei poli liturgici ma anche nell’offrire occasioni di raccoglimento per il singolo; è un tema su cui ho avuto occasione di dialogare con l’architetto Ugo Dellapiana, autore di rilevanti chiese contemporanee. E in questo rivolgersi allo stesso tempo alla comunità e al singolo, la chiesa, sia di dimensioni grandi o piccole, trova la misura sua propria».  A oltre 50 anni dal Concilio, dopo il quale ci fu un ritrarsi del committente e un periodo di inconsueta libertà per i progettisti, oggi la riflessione su quanto avvenuto porta a un’evoluzione, e a progettisti e committenti si richiede un dialogo intenso. Lo nota il liturgista Angelo Lameri. «La Sacrosanctum Concilium insiste sull’importanza non solo della formazione di artisti, ma anche dei sacerdoti, così che siano “capaci di suggerire opportuni consigli nella realizzazione delle opere” (SC 129). E la riflessione va indirizzata non solo a quanto compiuto dopo il Concilio, ma anche a come procedere oltre. Tra artisti, architetti e presbiteri si richiede una reciproca formazione, alimentata da momenti e luoghi di dialogo e di confronto». Da tale dialogo sorgerà un nuovo stile: la chiesa di domani sarà chiesa partecipata. E il nuovo nome della creatività sarà: collaborazione.
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