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Il Natale secondo Bergoglio: fate spazio al silenzio
Jorge Mario Bergoglio
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​(Ap photo)

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VERSO IL NATALE
Le meditazioni del 1987
Il testo che qui pubblichiamo fa parte di un libretto di Jorge Mario Bergoglio-Papa Francesco intitolato «La forza del presepe» che l’editrice Emi manda in libreria domani (pagine 64, euro 6,90) con la prefazione di Antonio Spadaro. Il volume raccoglie alcune riflessioni del 1987, inedite in Italia, dell’allora padre gesuita, dedicate alla festa del Natale. Qui anticipiamo un’ampia parte di una meditazione sul silenzio. Per Bergoglio il Natale è la festa della vita e della luce, ma non va celebrato in maniera sdolcinata né tantomeno consumista. In questa ricorrenza si manifesta l’annuncio più radicale del cristianesimo: Dio si fa carne, creatura, bambino, per salvare l’umanità tutta dal peccato. E di fronte a tale verità – scrive Jorge Mario Bergoglio – «non possiamo restare inamidati o rigidi». Queste meditazioni di Bergoglio ci fanno cogliere lo spirito del Natale in un’accezione nuova, con la richiesta di un coraggio rinnovato e di una fede adulta.


L’abate Arsenio diceva d’essersi pentito spesso d’aver parlato, e mai d’aver taciuto. Intendeva che il silenzio è una disciplina interiore alla quale va prestata attenzione. «Se uno non pecca nel parlare, costui è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. Se mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo. Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e spinte da venti gagliardi, con un piccolissimo timone vengono guidate là dove vuole il pilota. Così anche la lingua: è un membro piccolo ma può vantarsi di grandi cose. Ecco: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, il mondo del male! La lingua è inserita nelle nostre membra, contagia tutto il corpo e incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna. Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dall’uomo, ma la lingua nessuno la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre, e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. Dalla stessa bocca escono benedizione e maledizione » (Gc 3,2-10). 

Dice santa Teresa: «È grave colpa quando una sorella abitualmente non osserva il silenzio». I Padri del deserto hanno molto insistito su questo punto. A modo di esempio: «Ogni lavoro sarà fonte di abbondanza, ma parlare molto spesso sarà fonte di povertà». «Colui che parla molto fa un danno alla sua anima»; «Il ciarlatano è sempre ignorante. Il saggio parla con parsimonia. Parlare molto indica stupidità. La voce dell’insensato moltiplica le parole e gli argomenti»; «Ciò che fai davvero fallo in silenzio e in preghiera». Tutte queste sentenze si basano sul versetto della Scrittura: «Nel molto parlare non manca la colpa» (Pr 10,19). Infatti la troppa loquacità indica sempre una certa mancanza di lavoro, un ozio cattivo. San Paolo lo ricorda a proposito delle vedove giovani: «Non avendo nulla da fare, si abituano a girare qua e là per le case e sono non soltanto oziose, ma pettegole e curiose, parlando di ciò che non conviene» (1Tm 5,13).
I mezzi di comunicazione di massa ci sottopongono a quella che potremmo chiamare un’«alluvione di parole». Mi domando: «Sono capace di vivere senza la radio? Per quanti giorni?». Esiste un consumismo di parole: parole dolci, seduttive, oggettive, colleriche… di ogni tipo. Parole che cercano di entrarci rumorosamente nel cuore e non apportano niente alla verità. La Parola ha creato l’universo, la Parola di Dio, che ha detto e tutto fu fatto. La parola che usiamo è stata depotenziata della sua potenza creativa. E noi infatti lo sappiamo, perché istintivamente diffidiamo delle parole che ci vengono dette, non vi prestiamo fede, diciamo: «Non sono altro che parole… Non hanno niente a che vedere con la verità». Eppure, quanto ci piace ascoltarle! E quando dobbiamo esprimere un sentimento, siccome le parole sono così consumate, a volte non sappiamo come farlo; e allora ricorriamo a una serie di artifizi, anch’essi menzogneri, che prostituiscono il sentimento: la «formalità», la «provocazione», la parola «sdolcinata» dell’intimista.

Ma il sentimento resta dentro e non sappiamo come esprimerlo nella verità, come esprimerlo in solitudine. Ecco il cuore del problema: se non c’è solitudine non c’è silenzio, e senza entrambi non c’è verità. Il silenzio è l’espressione più alta della solitudine del cuore. Il silenzio trasforma la solitudine in realtà. E quando non cediamo al prurito di ascoltare noi stessi, cioè alla vanità dell’anti- silenzio, sfuggiamo alla solitudine di quelle innumerevoli maniere formali, provocatorie, intimistiche, massificanti… Tutte parole che non danno vita, che non nascono da un cuore passato attraverso il crogiolo della solitudine, nella costanza e nell’affetto. Non nascono – in sostanza – da un cuore fecondo. 

Le parole vere si forgiano nel silenzio. Più ancora: il nucleo stesso della parola dev’essere silenzioso. Se la parola è vera, nel suo cuore si annida il silenzio. E la parola, una volta pronunciata, torna al silenzio abissale e fecondo da cui proveniva. La parola muore per fare posto all’amore, alla bellezza, alla verità, che proprio essa ha portato. Ce lo ricordava acutamente sant’Agostino: «Giovanni la voce, il Signore, invece, in principio era il Verbo. Giovanni voce nel tempo, Cristo in principio Parola eterna. […] La voce, senza la parola, colpisce l’orecchio, non apporta nulla alla mente. […] la parola, a te recata dal suono, è ormai nella tua mente e non si è allontanata dalla mia. Perciò il suono, proprio il suono, quando la parola è penetrata in te, non ti sembra dire: Egli deve crescere ed io, invece, diminuire? La sonorità della voce ha vibrato nel far servizio, quindi si è allontanata, come per dire: questa mia gioia è completa. Conserviamo la parola, badiamo a non perdere la parola concepita nel profondo dell’essere».

La nostra parola, il nostro parlare, che nasce dal silenzio, dev’essere contenta di morire tornando al silenzio da cui era uscita. Il silenzio c’insegna a parlare, dà forza alla parola, la quale – per questo silenzio che racchiude – non è mero rumore (cfr. 1Cor 13,1). Il silenzio c’insegna a parlare perché mantiene nel nostro intimo il fervore religioso, l’attenzione allo Spirito Santo. Il silenzio alleva la vita dello Spirito Santo in noi. Al riguardo dice Diadoco di Fotica: «Tenendo aperte di continuo le porte del bagno si perde il calore dell’ambiente interno; così, quando l’anima cede al desiderio del troppo parlare, anche se è bene ciò che dice, disperde l’intima presenza a sé stessa per la porta della voce. Priva dei pensieri giusti, manifesta in modo tumultuoso a chiunque le capiti il susseguirsi dei suoi pensieri, perché non possiede più lo Spirito Santo che la preservi dalla dissipazione, con pensieri privi di immagini sensibili. Il bene rifugge dalla loquacità, alieno com’è dal tumultuoso fantasticare. Grande cosa è il silenzio opportuno, è il padre del pensiero penetrante». Altrove parla di «avida ricerca di silenzio» da parte del cuore che voglia custodire la vita divina dentro di sé. Si tratta di quel «silenzio lungi dal pesare ad alcuno» a cui si riferisce santa Teresa.

I Padri del deserto riferivano al silenzio la nostra vita di pellegrini. Dicevano: Peregrinatio est tacere («Il pellegrinaggio consiste nel tacere»). Questo «peregrinare » è «essere alla ricerca di una patria» (Eb 11,14) senza lasciarsi irretire da questa patria terrena. Parlare ci inserisce nelle questioni del mondo. La nostra missione apostolica ci obbliga a parlare. Ma quando in questo parlare manca il nucleo del silenzio che ci rende pellegrini, finiamo per lasciarci corrompere dallo spirito del mondo, «piantiamo le tende nel mondo». Allora sperimentiamo quel sentimento interiore di fallimento che l’eccesso delle parole ha la caratteristica di lasciare nel cuore. Le parole c’intrattengono e ci fanno scordare che siamo pellegrini. È proprio il silenzio a mantenerci nella nostra condizione di pellegrini. «Vigilerò sulla mia condotta per non peccare con la mia lingua; metterò il morso alla mia bocca finché [poiché sono pellegrino] ho davanti il malvagio» (Sal 39,2). 

Sant’Ignazio, quando si riferisce al silenzio, parla volentieri di «tranquillità» e «modestia» dell’anima. È significativo che tutte le doti del silenzio vengano applicate all’immagine che egli delinea dei fratelli coadiutori. Quasi che costoro debbano costituire il bastione silenzioso di una comunità, affinché quest’ultima sia in grado di parlare bene agli uomini. Ci sono anche le Regole della modestia. Ma voglio piuttosto rimarcare che sant’Ignazio non menziona il silenzio soltanto come mezzo per la vita spirituale, per la preghiera, per gli Esercizi e via dicendo, ma invece mira a una concezione del silenzio che, nella vita del gesuita, è totalizzante. Il gesuita «tranquillo», «modesto», «silenzioso » non è un ingenuo che esclude dalla propria comprensione le voci e i rumori che gli giungono. Al contrario, dev’essere pienamente consapevole di tutti questi suoni che vengono a bussare alla porta del suo cuore, così come dei suoni che escono dal suo stesso cuore, in modo da accogliere quelli buoni e respingere quelli cattivi.
Parla del silenzio l’apostolo Giacomo quando scrive: «Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non dite menzogne contro la verità» (3,14). Quando nel tuo cuore non c’è silenzio, quando c’è un rumore cattivo, non esprimerlo sotto le mille forme della vanagloria: il sarcasmo, la vanità, l’intimismo, la fatuità, il pettegolezzo, il fare contrariato e tormentato, il bisogno di avere sempre qualcosa da ridire. Amarezze, affetti disordinati, risentimenti, il cullarsi nel proprio egoismo… tutte queste cose sono mancanza di silenzio interiore e corrompono la verità.

Infine, il silenzio è l’espressione più alta e più quotidiana della dignità. Tanto più nei momenti di prova e di crocifissione, quando la carne vorrebbe giustificarsi e sottrarsi alla croce. Nel momento supremo dell’ingiustizia, «Gesù taceva» (Mt 26,63; cfr. anche Is 53,7; At 8,32). Non è stato al gioco del rispondere a quanti gli dicevano di scendere dalla croce. Tutta la pazienza di Dio, la pazienza di secoli, e anche il suo affetto, emergono qui, in questo silenzio del Cristo umiliato. Nella storia degli uomini fanno irruzione il silenzio eterno della Parola, la «contemplatività» amorosa del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, tutta la comunione trinitaria dal silenzio dei secoli. È Parola, ma Parola che – nell’ora dell’annientamento provocato dall’ingiustizia – si fa silenzio. Iesus autem tacebat. Contempliamo tutto il «viaggio» della Parola di Dio (cfr. Gv 1,1; 14,2-3; 14,10; 16,28); come si fa tenerezza nel seno di una Madre. Questa Madre «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19.51). Nel cuore silenzioso di Maria ha sede la memoria della Chiesa. Il silenzio «incarnato» del Verbo si esprime in quel momento d’ingiustizia, di umiliazione, di annientamento, nell’ora del potere delle tenebre. Quella è la dignità di Gesù, ed è anche la nostra. 
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