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Seul,se la storia la scrive il governo
STEFANO VECCHIA
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Sindacati, studenti, insegnanti, attivisti, politici… Una parte consistente della società civile sudcoreana è da settimane in piazza per contrastare l’imposizione di testi di storia unici da parte del ministero dell’Educazione. Una volontà confermata a inizio ottobre dal capo del governo Hwang Kyo-ahn e dal ministro dell’Istruzione Hwang Woo-yea e non più smentita. Restando così la situazione, a partire dal 2017 gli studenti medi e superiori dovranno utilizzare testi di storia ufficiali, con una involuzione del sistema educativo a cui solo il 36% dei 50 milioni di sudcoreani sarebbe favorevole. 


Docenti di una ventina di università hanno dichiarato la loro indisponibilità a contribuire ai libri ufficiali, l’Associazione per la ricerca storica, che associa il maggior numero, 800, di storici sudcoreani si è pure autoesclusa da una riscrittura degli eventi del recente passato. In realtà le ragioni del governo e quelle degli oppositori, oltre alla tensione ideologica persistente tra Destra e Sinistra, indicano tre linee di frattura: politica, nazionalista e minaccia del Nord.


Quest’ultima usata come un ariete contro la militanza e la cultura di ispirazione marxista, accusate a volte di connivenza con la dittatura comunista di Pyongyang. Politicamente, la controversia è alimentata dalla discendente diretta del dittatore militare Park Chunghee (al potere dal 1961 al 1979, anno in cui fu assassinato), l’attuale presidente, la signora Park Geun-hye. Non a caso Park padre fu il primo a introdurre libri di testo ufficiali dopo avere dichiarato la legge marziale nel 1974, lasciando anche dopo la sua scomparsa il sistema educativo incerto tra il loro mantenimento e la loro sostituzione con strumenti indipen-denti di apprendimento.


Fino al volgere del secolo. Dopo una introduzione parziale di testi non ufficiali nel 2003, questi si sono estesi a quasi tutte le materie dal 2010, dando vita a una editoria vigorosa e pluralista pur nei limiti di regolamenti e censure. «Le critiche del governo non hanno senso, dato che gli editori indipendenti devono comunque seguire le direttive ministeriali – ha spiegato Lee Shincheol, accademico dell’Università Sungkyunkwan di Seul e autore di uno dei testi di storia ora in uso –.


La volontà dell’esecutivo di controllare i libri di testo avrà come risultato di eliminare la libertà accademica e consolidare una visione politica della storia». La Corea del Sud è oggi uno dei paesi più sviluppati e a più alto reddito dell’Asia. Tuttavia proprio qui più che altrove si evidenzia un’istruzione che risente di tradizioni e consuetudini, inclusa una concezione ancora autoritaria. Nella visione dei legislatori e dei censori, necessità d’istruzione, visione gerarchica della società, controllo politico risultano ancora connessi. Il Paese, che esporta in Asia un cultura giovanile di grande impatto e sofisticatezza, ma ideologicamente neutrale, mantiene in molte delle sue manifestazioni una forte connotazione nazionalista. 


Nella contesa in corso, ad esempio, si inserisce una figura delicata e anche precorritrice di istanze femministe come quella di Yu Gwan-sun. La sfida lanciata nel 1919 all’allora dominatore giapponese dalla 18 enne Yu partecipando a una manifestazione anti-coloniale, la portò all’arresto e al carcere, dove visse con spirito di servizio verso le compagne di cella i mesi della prigionia fino alla morte l’anno successivo per le torture e gli stenti. 


La sua manipolazione tra vittima o eroina si è posta al centro della contesa in corso. Al punto che la scarsa evidenza della sua figura in alcuni testi scolastici o la sua esclusione è stato spunto per dure manifestazioni dei nazionalisti e di stimolo alla mossa governativa. «Non possiamo più consentire un uso distorto e parziale dei libri di storia ai nostri preziosi bambini», aveva indicato il premier nella conferenza stampa di conferma del ripristino di testi unici.


«Anche i monarchi feudali dell’antica Corea hanno garantito autonomia agli storiografi ufficiali», avevano replicato gli accademici. Moon Jae-in, leader dell’opposizione al partito della presidente, il Saenuri, ha definito la mossa governativa come un tentativo di «abbellire » la dittatura rischiando così di creare «un imbarazzo globale » al Paese. L’inasprimento del confronto nelle ultime settimane conferma come quello dei libri di testo sia diventato un fronte su cui assestare diritti e principi contro interessi dei poteri forti e revisionismo. 


Al punto che il ministro della Giustizia, Kim Hyun Woong, a seguito delle prime manifestazioni di piazza (peraltro sovente associate al malcontento verso la riforma del mercato del lavoro) ha comunicato l’intenzione dell’esecutivo di «sradicare » ogni forma di violenza nelle proteste, avvertendo che i facinorosi avrebbero dovuto prepararsi «a pagare un prezzo». In questo allineandosi alle dichiarazioni della presidente la quale, accennando ai passamontagna e alle mascherine indossati dai manifestanti, aveva parlato di ispirazione jihadista e che a fine novembre ha sollecitato il parlamento a varare una legge che proibisca di coprirsi il volto durante pubbliche manifestazioni.
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