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Puljic: io, vescovo a SARAJEVO - La mia guerra, la mia pace
La mia guerra, la mia pace
Vinko Puljic
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«Oasis»: ma le religioni sono violente?
Si svolge lunedì 15 giugno e martedì 16 a Sarajevo l’incontro annuale del comitato scientifico internazionale della rivista e della fondazione «Oasis». I partecipanti – provenienti da India, Nigeria, Egitto, Tunisia, Marocco, Giordania, Libano e Iran, oltre che da vari Paesi d’Europa e dall’America del Nord – affronteranno il tema «Tentazione violenza. Religioni tra guerra e riconciliazione». L’evento, presieduto dal cardinale Angelo Scola, sarà aperto dall’arcivescovo della capitale della Bosnia Erzegovina cardinale Vinko Puljic (della cui relazione offriamo un saggio in questa pagina) e da Husein Kavazovic, reis-ul-ulema della locale comunità islamica. Il dibattito si svilupperà poi prendendo spunto sia dal centenario dell’attentato che diede il via alla Grande guerra, sia dalla memoria della recente guerra nella ex Jugoslavia.

La mia guerra, la mia pace di Vinko Puljic
All’inizio dell’aprile 1992 mi trovavo in Austria, quando durante il pranzo è arrivata la notizia che era scoppiata la guerra in Bosnia. Subito sono ritornato a Sarajevo, con tutte le difficoltà del viaggio. Mi era chiaro che come pastore dovevo stare tra i miei, nelle difficoltà che la guerra ci portava. A essere sinceri non ero consapevole di che cosa fosse la guerra, quello che sapevo sul suo conto si riferiva ai racconti che avevo ascoltato dai miei genitori. Si trattava degli orrori della Seconda guerra mondiale, che in Bosnia era stata particolarmente cruenta. Il mio ministero di arcivescovo era cominciato da un anno appena e coltivavo sogni e speranze legati anche all’arrivo della democrazia e quindi alla possibilità di organizzare la vita della Chiesa locale in libertà, dopo gli oltre quarant’anni di regime socialista.

Le prime difficoltà per noi sono iniziate quando sono cominciate a mancare le condizioni fondamentali per la vita, prima di tutto la sicurezza: in ogni momento cadevano le granate e la città era presa di mira dalle armi più diverse. Le linee telefoniche erano spesso interrotte e le sospensioni di energia elettrica erano sempre più frequenti. Anche l’acqua cominciava a scarseggiare e arrivò a mancare totalmente. Le riserve alimentari pian piano si andavano riducendo. Le frequenti esplosioni condizionavano fortemente lo stato psicologico delle persone. Anch’io una notte sono caduto in una crisi profonda. Allora ci siamo radunati nel sotterraneo per fare una preghiera comune e in quel modo abbiamo curato le tensioni psichiche e la paura.

Con l’assedio è cominciata anche la lotta per trovare l’acqua. Abbiamo cercato di scavare un pozzo nel giardino dell’arcivescovado, ma il problema era che non avevamo la benzina per la macchina perforatrice (bisogna considerare che un litro di benzina durante l’assedio costava 30 marchi). Alla fine abbiamo trovato l’acqua, a nove metri di profondità. Non era potabile, si poteva utilizzare solo per l’igiene, ma fu comunque un successo.
In quel periodo difficile la Caritas organizzò l’entrata in città del cibo e in quel modo siamo riusciti a sopravvivere, non solo io e i miei collaboratori ma molti cittadini. Quando qualcuno è affamato oppure in pericolo, sulla fronte non porta scritto a che nazione o religione appartiene, ma si deve soltanto pensare alla salvezza della vita umana. Sono grato a tutti quelli che, con questo spirito, hanno salvato la vita a tante persone. Nel seminterrato sono restato tre mesi, fino a quando le granate non hanno danneggiato il tetto e non ci potevamo più difendere dalle intemperie. Le piogge del mese di giugno 1992 sono per me indimenticabili: sono uscito dal seminterrato e non ci sono più ritornato. Nel frattempo iniziavano a giungermi le notizie dalle parrocchie. In quel periodo mi sentivo come Giobbe quando i messaggeri vengono a riferirgli le disgrazie che hanno colpito i suoi. Ero impotente. Comunque ho capito, in quel crepuscolo, che sempre si deve testimoniare la speranza. Per questo, nonostante il grave pericolo di vita, ho cercato di visitare le parrocchie e incoraggiare sacerdoti e fedeli a non perdersi d’animo. 

A un certo punto sono rimasto l’unico rappresentante religioso residente a Sarajevo. In quel periodo tenevo i contatti con molte persone in città: visitavo il territorio anche se questo rappresentava un grave pericolo. Ero testimone di tutti i campi di battaglia e delle conseguenze della guerra. Dopo la guerra mi è stato chiaro che era necessario iniziare il processo di dialogo e di edificazione della pace, di riconciliazione e ritorno alla fiducia. Così nel 1997 siamo riusciti a stipulare un accordo di principi morali sui quali lavorare assieme come rappresentanti delle 4 comunità tradizionali del Paese, musulmani, ortodossi, cattolici ed ebrei. Da allora ogni anno ci siamo alternati alla presidenza del Consiglio interreligioso (Mrv) e abbiamo cercato di fare alcune cose per il bene comune. Tutti eravamo consapevoli che non c’era altra via che quella del dialogo. 

Come responsabili religiosi abbiamo riscontrato una strumentalizzazione nella presentazione dei motivi che hanno condotto alla guerra. Si faceva ricadere la responsabilità sui contrasti tra le religioni. Siamo andati in tutto il mondo a testimoniare che quella di Bosnia non era una guerra di religione, ma una guerra nella quale spesso si manipolavano i sentimenti religiosi. I politici cercavano l’appoggio dei capi religiosi quando il loro sostegno faceva comodo, mentre quando si sentivano sicuri ci accusavano di mescolarci nella politica. A me come arcivescovo era chiaro che dovevo affrontare la questione della ricostruzione degli edifici, ma ancora più che dovevo occuparmi dei cuori, attraverso la riconciliazione. 

Nei duri anni di guerra, due eventi sono stati particolarmente importanti per me: in primo luogo, la visita del cardinale Roger Etchegaray a metà agosto 1992 come delegato del Papa. Per me è stato un forte incoraggiamento. Poi l’8 settembre 1994, quando Papa Giovanni Paolo II, non potendo venire a incontrarci direttamente, ci mandò il suo messaggio da Roma attraverso la RadioVaticana. Abbiamo ascoltato questo messaggio in cattedrale tutti commossi. I telefoni non funzionavano, ma il Santo Padre riuscì a rompere l’isolamento telefonico e a chiamarmi direttamente. La visita di Giovanni Paolo II a Sarajevo il 12 e 13 aprile 1997 è stato un evento indimenticabile. Per questo abbiamo innalzato un monumento in suo ricordo, davanti alla cattedrale. 

Siamo consapevoli che la guerra ha rovinato molti monumenti, ha portato con sé molte vite, ha distrutto molti ponti. Gli edifici si ricostruiscono velocemente, almeno lì dove c’è buona volontà, ma i morti non si possono riportare in vita. Quello che è più difficile è guarire le ferite nei cuori umani e ricostruire rapporti umani positivi. A Sarajevo siamo anche testimoni del fatto che i potenti di questo mondo giurano sui diritti umani, ma che in realtà la ragione va spesso ai più forti. Questo è un grande ostacolo per la costruzione di una pace giusta e duratura.

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