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Salvini, il gesuita con il record di «Civiltà»
Filippo Rizzi
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Dalle escursioni in alta quota compiute sulle vette lombarde con passo sicuro e discrezione, lontane dai riflettori dei media, in cordata con il confratello cardinale Carlo Maria Martini, alla difficile successione al carismatico Bartolomeo Sorge alla guida de La Civiltà Cattolica nel 1985. Dal suo studio, all’interno della sede del quindicinale della Compagnia di Gesù a Villa Malta a Roma, padre GianPaolo Salvini – che domani taglierà il traguardo significativo degli 80 anni di vita – è un fiume di ricordi e rievocazioni, ma non certo di rimpianti. 26 anni (1985-2011) alla testa de La Civiltà Cattolica costituiscono la direzione più lunga di tutti i tempi («Un record – sorride con una punta di ironia – difficile da eguagliare negli oltre 160 anni di vita di questa rivista...»). Economista di formazione (basti pensare al bel saggio scritto con il bocconiano Luigi Zingales Il buono dell’economia) e raffinato ermeneuta dell’enciclica di Paolo VI Populorum Progressio (1967), Salvini è stato anche per 15 anni consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e rievoca con spirito di gratitudine i suoi anni milanesi – «ben sedici » – ad Aggiornamenti Socialinonché quelli di apostolato in un certo senso concreto, in una terra di frontiera come il Brasile, «occupandomi nella veste di studioso dei problemi del sottosviluppo e di America latina e sperimentando persino nei tempi oscuri della dittatura militare la forza di una Chiesa viva e giovane, priva forse dell’elaborata tradizione teologica di noi europei ma creativa ed entusiasta, anche se talvolta insolita».

Ovviamente però padre Salvini rilegge con riconoscenza soprattutto i suoi anni romani, le tante discussioni sugli articoli da pubblicare (o no) con i fidati «scrittori»: dall’indimenticato critico letterario Ferdinando Castelli all’esperto di cronache estere Giovanni Rulli, dall’amatissimo archeologo Antonio Ferrua fino al vero «uomo macchina» della rivista, il compianto Michele Simone. «Come gesuita direi che sono felice dell’umorismo con cui Dio guida spesso la storia – è la sua confidenza – e ha guidato pure la mia vita. Entrando nella Compagnia pensavo di insegnare in una delle nostre scuole, invece sono stato dirottato ad altri settori a cui non pensavo, come lo studio, il giornalismo e la mediazione culturale: cioè cercare di vedere e far vedere la realtà in cui viviamo con lo sguardo di Dio, alla luce della fede. Non sono certo in grado di fare un bilancio, anche solo parziale, dei miei 80 anni di vita; posso dire comunque di aver ricevuto destinazioni e compiti molto gratificanti, anche se non erano quelli pensati da me. Probabilmente poi spesso la fiducia riposta in me era eccessiva… ».

Come nacque la sua designazione a direttore de «La Civiltà Cattolica»?
«L’allora superiore generale dei gesuiti Peter Hans Kolvenbach mi aveva già “minacciato” di dover assumere la direzione. Naturalmente mi sentivo del tutto inadeguato e non conoscevo affatto la complessa macchina della rivista ultrasecolare. Ma ho dovuto constatare subito di non essere solo: si lavora in équipe e ho trovato una tradizione vivace e consolidata. Prima di me padre Roberto Tucci aveva fatto della rivista un organo di diffusione del messaggio e dell’“aggiornamento” della Chiesa del Concilio Vaticano II. Il suo successore Bartolomeo Sorge ne aveva saputo diffondere l’immagine di rivista moderna e coraggiosa nella scia del post-Concilio. Io, anche per temperamento, penso di aver aiutato a consolidare la tradizione. Ma ho trovato un squadra collaudata e preparata pur nella sua varietà, composta da padri – solo per citare quelli che non ci sono più – come Giuseppe De Rosa (ricordato ancora oggi per le sue note politiche), Giovanni Caprile, Angelo Macchi o il raffinato teologo di formazione balthasariana Giovanni Marchesi. Mi hanno aiutato, ognuno con i suoi carismi, nella fattura a volte ardua di una rivista dai tratti speciali».

Ha qualche rammarico dei suoi 26 anni alla guida della prestigiosa pubblicazione?
«Un rammarico è che la mia direzione è durata troppo a lungo... Nella vita della Chiesa e nel servizio che si cerca di renderle non sono i record che contano, né le statistiche, ma la qualità, lo slancio nella missione. In 26 anni alla direzione è facile sedersi, abituarsi alla routine e accontentarsi di quanto si è riusciti a dare. Ciascuno ha una serie limitata di talenti da spendere, poi si ripete. Mentre sarebbe necessario il coraggio di andare sempre avanti e di spostare il proprio orizzonte più in là. Papa Francesco direbbe “uscire e andare alle periferie”. Ma certamente ripeterei tutte le scelte fondamentali della mia vita, anche se alcune avrei voluto viverle molto meglio».
 
E come vede oggi il futuro di quello che fu il «suo» quindicinale? «Ogni direttore ha il suo stile e padre Antonio Spadaro, già molto noto e fervido di iniziative, grazie alle vicende dell’attuale pontificato ha in qualche modo riportato il nostro periodico a quello che era ai tempi di Pio XII: la “rivista del Papa”. L’espressione è impropria, perché La Civiltà Cattolica non è mai stata voce ufficiale del Pontefice, ma tutti sanno che il suo rapporto con la Santa Sede non è mai venuto meno e certamente ora si è fatto più intenso, anche per l’interesse che papa Francesco ha manifestato intorno ad alcuni interventi della rivista che accompagnano il suo magistero. In proposito devo dire che nei miei contatti con la Santa Sede, la quale da sempre segue con attenzione il nostro lavoro, ho incontrato persone eminenti, fedeli e attenti servitori della Chiesa, buoni diplomatici capaci di inquadrare i loro interventi alla luce della realtà mondiale tutta intera: noi infatti, e io stesso, abbiamo sempre la tentazione di giudicare ogni problema ecclesiale solo alla luce della situazione – importante ma limitata – dell’Italia ».

E oggi, da direttore e da scrittore emerito, com’è la sua giornata tipo? Quali sono le sue speranze per il futuro della Chiesa di papa Francesco?
«Ora ho più tempo per scrivere. Prima usavo dire che il direttore aveva poco tempo per scrivere perché era occupatissimo a convincere gli altri a farlo – e a convincere qualcun altro a non scrivere: compito assai difficile e doloroso... Mi sembra che oggi la Chiesa non sia più percepita come una fortezza assediata dal mondo moderno grazie anche al clima di fervore che Francesco ha saputo suscitare tra i giovani, i non credenti e chi è culturalmente lontano dal cattolicesimo. Da gesuita sono lieto che il Papa non si sia circondato di gesuiti; è segno della fiducia che nutre nelle persone con le quali guida la Chiesa. La Compagnia è soltanto un piccolo drappello nella realtà della Chiesa universale. Il mio più grande rimpianto? Quello di aver cercato di lavorare per i poveri, ma di aver fatto molto poco con i poveri, vivendo cioè con loro».
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