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Enzo Bianchi e il Sabato Santo: il giorno più lungo
Enzo Bianchi
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Il sabato santo, o grande sabato, è il giorno «frammezzo», perché sta tra il giorno della morte di Gesù e quello della sua resurrezione. È un giorno unico nel ritmo liturgico, un giorno di silenzio e di attesa, che non sta solo nella settimana santa ma diventa un’ora, un tempo, a volte una stagione nella vita del cristiano. Dobbiamo anche confessare che è un giorno scomodo, che appare vuoto, e non è un caso che fino a qualche decennio fa fosse stato, per così dire, «rubato», «sottratto», perché in qualche modo era stato quasi espulso dalla liturgia stessa.
 
Ho buona memoria di come si viveva il sabato santo prima della riforma liturgica voluta da Pio XII con la restaurazione della veglia pasquale, nel 1951. Il venerdì santo era celebrato in un clima severo, penitenziale e di lutto. Al pomeriggio vi era la liturgia della croce nella quale, scalzi, si andava a inginocchiarsi davanti al grande crocifisso e si innalzavano intercessioni veramente universali: per la Chiesa, i giudei, gli eretici, gli scismatici, i peccatori e i malati nel corpo e nell’anima.
 
Venuta la notte, la processione con il Cristo morto solcava le vie del paese, mentre canti funebri e dolorosi, davvero struggenti, ricordavano che la madre dolorosa stava presso la croce piangente accanto al corpo del Figlio. Il venerdì santo era un giorno di tenebra, e anche l’«Ufficio delle tenebre», con le Lamentazioni di Geremia cantate su toni cupi, accompagnava i sentimenti di oscurità e tristezza presenti nei cuori. Ma al mattino, quando avremmo dovuto vivere il sabato santo con il suo silenzio e il suo vuoto, in realtà c’era un darsi da fare quasi convulso. In chiesa si drappeggiavano con panni le finestre, in modo che non entrasse la luce e il buio permettesse di celebrare la vittoria del fuoco, con la sua luce.

Vi era poca gente in chiesa in quel mattino: il prete, le suore, qualche donna e noi chierichetti… Pochi lo ricordano, ma la resurrezione si celebrava il sabato mattina, verso le dieci, in uno stile non certo di festa: si eseguiva un rito con fede ma senza un vero coinvolgimento delle emozioni e dei sentimenti di gioia pasquale. Poi, al suono delle campane (si diceva che «si slegavano le campane»), si correva al ruscello vicino e, segnandosi con il segno della croce, ci si lavava la faccia nell’acqua fredda ma pulita che scorreva tra le pietre e i ciuffi dell’erba nuova.

E così il sabato santo di fatto non si viveva, mentre alla domenica – allora sì – si andava tutti alla liturgia eucaristica (la messa) della resurrezione, poi si faceva festa in famiglia e a volte c’era il pranzo nei prati. Ma dopo la riforma liturgica di Pio XII ecco riapparire il sabato santo, ecco la meditazione su di esso da parte dei grandi teologi, ecco la ripresa della continuità con la liturgia della Chiesa dei Padri: era tornato il sabato santo! E così a poco a poco si riscoprivano i suoi significati. Innanzitutto, in ascolto delle sante Scritture, il sabato santo appare come il giorno nel quale nulla è stato detto di Gesù, morto e sepolto il giorno prima, e poco è stato detto riguardo agli altri, i discepoli e i protagonisti della sua passione e morte.

Sembra un giorno che deve passare in fretta, perché le donne attendono il giorno successivo per fare ritorno alla tomba, i sommi sacerdoti pensano che nulla possa succedere, visto che la tomba è vigilata dai soldati di Pilato, i discepoli presi dalla paura stanno in casa, a porte chiuse. Sabato santo, giorno in cui non accade nulla, giorno del riposo di Dio, secondo la vita di fede giudaica, giorno in cui il corpo morto di Gesù è nella tomba a riposare. Morto il giorno prima, il venerdì 7 aprile dell’anno 30, Gesù appare morto per sempre: non c’è ormai più nulla da vedere e da ascoltare da lui…

La sua storia appare un fallimento e la sua comunità è smarrita e impaurita. Si impone un’evidenza: un corpo esanime, chiuso con una grande pietra dentro una tomba, inaccessibile. Un giorno così vuoto, segnato da aporia, appare il giorno più lungo! Si vorrebbe che finisse presto, perché mette alla prova la nostra adesione alle parole in cui abbiamo creduto, la nostra speranza in un esito di salvezza e di trionfo del bene sul male. 

E invece siamo posti di fronte alla morte: quella di Gesù ma anche la nostra morte e la morte degli altri che amiamo. Vorremmo accorciare quel giorno, vorremmo cancellarlo, eppure, nel triduo salvifico, è un necessario giorno frammezzo: si tratta di capire ciò che è successo, di guardare in faccia la realtà della morte come fine che si impone inesorabile, di esercitarci nell’attesa, vincendo costantemente i dubbi attraverso l’adesione alle parole di Gesù.

Nel sabato santo la fede è costretta a combattere, a conoscere la propria debolezza, per essere vittoriosa sulla nientità, sul nulla, sul vuoto. Se il sabato santo testimonia che Gesù «è andato a fondo», esso ci richiede di andare in profondità, di accogliere il buio che avvolge l’enigma, che a poco a poco, grazie alla forza dello Spirito di Dio operante in noi, può trasformarsi in mistero. Sì, dall’enigma disperante al mistero che rivela il senso di tutte le cose e di tutti gli eventi! Non si può vivere il sabato santo senza accettare la «crisi della parola», l’esperienza che le parole non sono sufficienti e a volte devono lasciare il posto al silenzio, al «non saper dire».

Lo scandalo della croce getta un’ombra, e in quest’ombra dobbiamo imparare a stare. «È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore» canta il profeta nelle Lamentazioni per la morte del Messia (3,26). Ma se è vero che questo silenzio e questa attesa ci stringono il cuore, nelle profondità del cuore stesso continuiamo però a credere che Gesù Cristo è sempre operante e che proprio quando non vediamo nulla e constatiamo solo che « recessit Pastor noster » – «se n’è andato il nostro Pastore» –, proprio allora lui, il Signore dei vivi e dei morti, è sceso negli inferi, nelle profondità irredente dell’uomo, a portare quella salvezza che noi non possiamo darci.

In quel sabato santo è sceso per incontrare tutti gli umani già morti, ma ancora oggi scende nelle nostre profondità non evangelizzate, abitate dalle nostre ombre e dalla morte, per operare ciò che noi non possiamo operare. 

Sì, nella vita spirituale prima o poi si va a fondo, ma andando a fondo troviamo Gesù che ci ha preceduti e ci attende a braccia aperte. Allora la nostra attesa finisce, il nostro lamento si cambia in cantico nuovo, il nostro giacere su terre di morte in una danza di gioia: lui, Gesù risorto, asciugherà le lacrime dai nostri occhi e con la sua mano nella nostra ci condurrà al Padre nel Regno eterno. E la tomba, che il terzo giorno risulta vuota, sarà eloquente: «Non è qui, è risorto da morte, come aveva detto!». Così, dopo il sabato santo inizia quel giorno senza fine, senza tramonto: la Pasqua di Gesù e la nostra Pasqua, un’unica Pasqua!
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