domenica 29 novembre 2015
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Pensi a Roma 2024 e immagini una corsa ad ostacoli lunga ancora 22 mesi, con quattro mastini alle calcagna (Los Angeles, Parigi, Budapest e Amburgo) e che vede freneticamente impegnati ad arrivare primi al traguardo due atletici levrieri dell’Italsport. Stiamo parlando dell’infaticabile uomo degli abbracci Giovanni Malagò, presidente del Coni, classe 1959 e il suo “fratellastro” Luca Cordero di Montezemolo, l’uomo di tutti gli “eventoni”. Se il loro “padrino” Giovanni Agnelli li vedesse all’opera per riportare le Olimpiadi nella capitale, ne sarebbe fiero. Gianni Agnelli non fece in tempo ad assistere ai Giochi invernali di Torino 2006, se n’era andato tre anni prima, ma ora i due paladini cresciuti all’ombra dell’Avvocato hanno la possibilità di compiere l’impresa. Per Montezemolo, capo del Comitato promotore di Roma 2024 è anche l’occasione per il riscatto. Da capostruttura dei Mondiali di calcio di Italia ’90, l’allora 39enne “conte Prezzemolo” non ne uscì immacolato. Fu una “sprecopoli” che richiese un investimento di 7.230 miliardi di lire (più di 6.000 provenienti dalle casse statali), in euro 3,74 miliardi che con la rivalutazione l’Istat porterebbe a 7 miliardi e mezzo. Per intenderci, una cifra superiore a quella del Mondiale del Sudafrica 2010. Un esborso che per Roma 2024 è tassativamente vietato, perché la parola d’ordine è «sobrietà ». Però i 10 milioni messi a budget per il Comitato sono già saliti a 60 e le proiezioni per il rischio d’impresa vengono indicate (al momento) sui 10 miliardi di euro. «Noi pensiamo che le Olimpiadi possano valere da 1 a 1,5 punti sul Pil, in automatico», ha sbandierato Malagò. Il governo Monti non la pensava così e declinò la corsa, mentre per Matteo Renzi Roma «ha tutte le carte in regola per puntare alla medaglia d’oro». Da Barcellona ’92 in poi tutti gli organizzatori olimpici hanno toccato con mano che è ben poco l’oro che luccica alla fine della kermesse. Lo sa bene la Grecia che con quegli 8,5 miliardi di euro gettati dal Pireo per il sogno di Olimpia ha aperto una voragine finanziaria senza fine.  Pechino 2008 e Soci 2014 hanno dato fondo alle casse correnti continue degli oligarchi, spendendo complessivamente 100 miliardi di dollari con scarse prospettive di rientro che però non preoccupano però i rispettivi governi. Solo Londra si pone come modello virtuoso, avendo riportato nella City i 12 miliardi dei Giochi del 2012. E infatti Roma segue idealmente la scia di Londra, puntando a un buon mix pubblico-privato che è stato promosso a pieni voti dal n. 1 del Cio Thomas Bach. Come Londra, anche Roma ha in mente un progetto di “bonifica” delle aree degradate e la riqualificazione dei quartieri periferici. Tradotto: Villaggio olimpico a Tor Vergata sfruttando il polo universitario e quello ospedaliero. Per arrivare fin lì, dopo aver messo mano alla linea C, va completata la linea A della metropolitana. Condicio sine qua non sarà la costruzione dell’Olympic Lane, la linea riservata ai “mezzi olimpici”. Senza quella i Giochi non cominciano. Il tandem Montezemolo-Malagò già gioca in pressing e ha appena completato la mappa degli impianti che farebbero pregustare un degno revival delle Olimpiadi del 1960. Centralità alla Fiera di Roma, dove oltre al bacino artificiale per la canoa e il canottaggio (sarebbe il secondo in Italia, dopo l’Idroscalo di Milano), dal tennis alla ginnastica, si concentreranno le sedi di dieci delle trentuno discipline olimpiche. A Tor Vergata il palazzo delle vele di Calatrava è destinato a basket e pallavolo, mentre il nuoto che lì sembrava potersi accasare traslocherà al Foro Italico (il sincro allo stadio Pietrangeli). Lo stadio Olimpico 64 anni dopo tornerebbe ad essere il regno dell’atletica. «Ogni premiazione verrà fatta negli stadi, poi seguirà una seconda cerimonia di consegna delle medaglie al Colosseo», ha ribadito Montezemolo già calato nella romantica atmosfera delle vacanze romane. E fa anche bene perché il punto di forza di Roma 2024 sta proprio nella grande bellezza e la spettacolarità del suo monumentale tesoro a cielo aperto. I nostalgici di Roma ’60, Livio Berruti in primis, sono pronti a rivivere le notti magiche nella cornice delle Terme di Caracalla che aprirebbe per la ginnastica artistica. Il Circo Massimo, insabbiato, assisterebbe al beach-volley. Ricordando l’etiope Abebe Bikila e quel 10 settembre ’60 con la sua corsa a piedi nudi, l’arrivo della maratona verrebbe fissato ancora all’Arco di Costantino. Nell’operazione di innovazione e restauro si innesta il povero stadio Flaminio, triste e solitario, ravvivato attualmente dalla presenza dei senzatetto che hanno fissato la loro dimora sotto le tribune. L’hockey su prato, ma soprattutto il rugby è qui che potrebbe tornare come nei giorni fausti del Sei Nazioni. Tradizione vuole che Piazza di Siena resti la reggia dell’equitazione assieme ai Pratoni del Vivaro. A Saxa Rubra, nei pressi della Rai, si daranno appuntamento i media di tutto il pianeta che lì sosteranno per tutta la durata dei Giochi, a parte le trasferte inevitabili: in Sardegna per la vela e negli stadi itineranti per il calcio. Itinerante sarà anche il pentathlon. Ma il sogno inedito di una “Olimpiade-Paese”, giocata per tutto lo Stivale, è durato meno di una notte di mezza estate, lasciando il posto ai Giochi imperiali. Roma promette di farsi trovare in ordine, linda e trasparente, senza più scorie da mafia capitale. Certo a riascoltare in questo momento il proclama di Ignazio Marino, che disse in sede di candidatura olimpica «Roma è una città di persone per bene e i conti del Comune sono in ordine», viene da sorridere. Il Movimento 5 Stelle non ride affatto e sta in prima linea sul fronte del «No ai Giochi». Ma il tempo sta dalla parte dell’Aniene, perché nel frattempo i centurioni Malagò e Montezemolo tra gennaio e febbraio del prossimo anno, con Matteo Renzi a capo delle legioni promettono di assestare nuovi attacchi vincenti a Losanna al summit con i vertici del Cio. E nel 2016 sarà importante anche il ruolo politico e d’immagine che giocherà la formazione delle amazzoni olimpiche che, dopo la nomina della coordinatrice di Roma 2024, Claudia Bugno, e del direttore generale Diana Bianchedi, ha visto anche l’ingresso di Fiona May. Malagò, conoscitore come pochi dell’universo femminile (lo conferma anche il suo Storie di sport, storie di donne, Rizzoli), dopo Rio 2016 potrebbe convocare altre portabandiere azzurre ( Valentina Vezzali, Flavia Pennetta e Federica Pellegrini) per tirare la volata vincente a Roma 2024. Il traguardo dell’assegnazione è fissato a Lima, settembre 2017, e oltre agli ostacoli esterni, permangono le piaghe ataviche di un Paese combattuto tra l’ottimismo e i ponentini friccicarelli di speranze future per un Roma bis, ma anche la paura di fare la fine della Grecia. La parola allora passa al popolo romano? «Solo Amburgo – informa Malagò – farà il referendum nelle prossime settimane. Noi ci siamo mossi con sondaggi e ricerche di mercato, portando avanti un discorso che coinvolga il territorio e le scuole». Tradotto, almeno per ora: veni, vidi, vici.
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