mercoledì 20 maggio 2015
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«Ha scritto Salman Rushdie che in un mondo in cui tutti dicono bugie, spetta agli scrittori dire la verità. Facendo il mestiere di giornalista, vivo tutti i giorni questo paradosso. Il giornalismo, che per missione etico-professionale dovrebbe indagare la realtà, impegnandosi quotidianamente a sceneggiare le notizie dal mondo, si traduce in una sorta di astrazione esterna, in un racconto sempre più filtrato dagli schermi prima televisivi oggi digitali. Sulla narrazione empatica auspicata da Kapuscinski hanno vinto la distanza, il reportage a tavolino, il servizio freddo, il commento a caldo, l’opinionismo diffuso. Gli inviati di movimento sono sempre meno, si moltiplicano gli inviati stanziali, ossimori viventi. Insomma, la preoccupazione di aderire alle voci del mondo, alla storia civile, al presente, alla quotidianità preme molto di più sul mio essere scrittore che non sul mio essere giornalista. È come se fingessi tutto il giorno per lavoro, e poi, scrivendo i miei libri, mi ponessi il problema della verità». Paolo Di Stefano (in libreria con Ogni altra vita) ripercorre così il suo quotidiano rapporto con la scrittura e la verità, e i modi per raccontarla. È la sua risposta a Goffredo Fofi, direttore della rivista “Lo Straniero”, che in una lettera a sessanta scrittori, ha chiesto loro di confrontarsi con la missione di “scavo” nel nostro ieri e nel nostro oggi: perché interrogarsi sul “da dove veniamo” e capire “chi siamo”? Una domanda che parte da una considerazione: nelle ultime stagioni letterarie, sono i romanzi a raccontare la storia del Paese. E lo fanno più e meglio di altre forme espressive: «Il nostro Paese attraversa da troppi anni una fase di sbandamento, capirne le ragioni è utile a tutti, e può forse contribuire a risvegliare, chissà, qualche energia positiva», scrive Fofi. Le risposte non si sono fatte attendere. Oltre a Di Stefano hanno preso “carta e penna” e inviato riflessioni autentiche, tanti altri, da Helena Janeczek a Roberto Saviano, da Roberto Alajmo a Francesco Pecoraro, da Carola Susani ad Alessandro Mari. Interventi che dopo aver accompagnato le uscite della rivista, sono state raccolte in un libro, Racconto onesto (a cura di Goffredo Fofi, Contrasto, pagine 376, euro 24,90). In un tutt’uno con «le immagini di dodici fotografi che ne allargano la visione e ne precisano il contesto – precisa Fofi –: immagini di un’Italia ferma e di un’Italia in movimento, di un Paese che ha un passato e che stenta a trovare un avvenire ». Ed ecco le storie, i ricordi e le “confessioni” di queste “penne coraggiose”, pronte a svelarsi. «La scrittura, la mia almeno, parte dalle ferite – scrive Benedetta Tobagi –. L’esplorazione della storia recente è per me inestricabile ricerca di senso. Tanto più urgente a fronte di una distruzione di senso pesante, diffusa. Ho narrato la “storia di una strage impunita”, come recita il sottotitolo di Una stella incoronata di buio, perché la strage di Brescia del 28 maggio 1974 non è solo un tragico evento tra molti nella storia italiana: è una manifestazione di male radicale, irredimibile, che, per di più, non ha trovato alcuna sanzione nei tribunali. Letto il mio primo libro, sulla vita e la morte di mio padre (Walter, il giornalista del Corriere della Sera as- sassinato in un attentato terroristico nel 1980, ndr), molti mi hanno detto che “non è un libro pacificato”: è vero, così voleva essere. Del secondo, altrettanti hanno osservato che è un libro che “fa male”, suscita angoscia. Lo so. Non potrebbe essere altrimenti. C’è di mezzo l’incontro-scontro con un’esperienza di male radicale». La cruda realtà. Che può generare anche un senso di sfiducia, se non di disperazione. La risposta di Salvatore Mannuzzu è un “quaresimale”: «Per quanto mi riguarda sono approdato gradualmente a una sorta di disperazione politica, aggravata dalla vecchiaia: e non vedo vie d’uscita (pregando dipenda dalla mia cecità e affidandomi ai miracoli postumi della storia)». Senza nascondere la «diffidenza nei confronti delle velleità d’una letteratura che pretende d’essere “civile” pur non avendone i mezzi. La disperazione di cui parlo diviene spes contra spemnella di mensione più vera, che è religiosa. E in questa definita dimensione, il peso insopportabile della storia, lo si nomini o no, grava sulle spalle dei più renitenti, senza che sia possibile deporlo per un solo minuto». Paolo Di Paolo restituisce una serie di “visioni”. L’ultima, riprende un racconto di Tabucchi (Il tempo invecchia in fretta): «Una vecchia signora che sta per morire, sulle soglie di un nuovo secolo: nella stanza d’ospedale il televisore manda le immagini del Grande Fratello, il nipote la veglia seduto su una seggiola. “Si è addormentata, pensò, ora si è addormentata davvero. Invece lei gli sfiorò la mano e gli fece cenno di avvicinarsi di nuovo. Ferruccio, sentì che diceva il soffio, ti ricordi com’era bella l’Italia?”». Paolo Cognetti ha un debole per le fabbriche abbandonate. E le case: «Per qualche tempo ho pensato che il mondo intorno alle case, il paesaggio che si vedeva fuori dalla finestra, non avesse molta importanza. Poi mi sono accorto che i rapporti, le paure, i desideri delle persone non erano estranei a quel fuori, anzi che il loro dentro ne era invaso. Così ho lasciato che la città invadesse i miei racconti». Lo scrittore che non può essere “fuori dal mondo”. «Fintanto che vedrò la mia realtà, il mio quartiere, la mia città, il mio paese, ciò che mi circonda, come “debito”, come qualcosa che manca all’intero, sentirò la coazione a ripetere narrazioni che si misurino con quella Realtà e cerchino di raccontarla nella sua durezza, nella riproposizione del trauma, nell’illusione che l’analisi e il racconto lo allevi di volta in volta. Lo so, è una schiavitù – ammette Giuseppe Catozzella di Non dirmi che hai paura–. Ma non è colpa mia, mi ripetevo da bambino, se sono cresciuto con le stragi di mafia, la proliferazione della corruzione a ogni livello istituzionale e privato, la corruzione dei costumi e l’appiattimento brutale dell’immaginario. Non è colpa mia di questa ferita, di questo debito che ho con la realtà. La Resistenza, diceva Fenoglio. “E poi basta coi partigiani”, dice Beppe. E poi basta con la Realtà. Appunto». Un debito che spinge a scavare, per sapere “da dove veniamo”, “chi siamo”. E dare forse un contributo al “chi saremo”.
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