sabato 27 agosto 2016
​Nei testi antichi si trovano infinite notizie di eventi sismisci, come nelle cronache redatte da Salimbere nel Duecento dove emerge l'aspetto umano e la necessità di ricominciare.
Terremoti, la storia insegna a ricostruire
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Ogni volta che la terra trema riemerge, tragicamente, la nostra fragilità. Dalle immagini paurose del terremoto irpino (1980) che da giovane mi scossero profondamente, alle più recenti di Assisi, dell’Aquila o dell’Emilia fino alle ultime di questi giorni: paesi interi rasi al suolo e vittime che si contano a centinaia, per non dire delle ferite esistenziali che si aprono nell’animo di molti e che richiedono tanto, tantissimo tempo per cicatrizzarsi. In Italia, indubbiamente, il terremoto è di casa: il nostro è un popolo abituato a ricostruire daccapo città anche grandi (Messina fu letteralmente distrutta nel 1908 e Avezzano rasa al suolo nel 1915), e questo da sempre. Se ne ha la riprova leggendo la Cronaca di Salimbene de Adam, nato a Parma nel 1221 e fattosi francescano nel 1238. Nel Medioevo era usuale che ogni cronista desse conto dei movimenti tellurici, ma il racconto di Salimbene si rivela, più di altri, straordinariamente vivace. Egli aveva appena un anno quando un terribile terremoto devastò l’Italia padana e perciò non poteva averne ricordi diretti, tuttavia la memoria orale di quell’avvenimento incise fortemente sul suo animo. Il racconto che ne diede non manca di particolari pittoreschi. Narra infatti che il grande terremoto che nel giorno di Natale del 1222 scosse la città di Reggio e interessò «tutta la Lombardia e la Toscana » (per Lombardia s’intendeva allora quasi tutto il nord Italia), «fu chiamato soprattutto terremoto di Brescia, perché in quella città fu sentito più forte, e i bresciani vivevano fuori della città in tende, perché gli edifici non cadessero sopra di loro». Caddero molte case, torri e castelli, ma i bresciani «s’erano talmente abituati a quel terremoto che, quando cadeva un pinnacolo di qualche torre o di qualche casa, guardavano e ridevano forte». La disperazione, ovviamente, era arrivata a tal punto che si tentava di esorcizzarla quasi ridicolizzandola. Il cronista, tuttavia, non si ferma qui, aggiungendo anche riferimenti personali. Sua madre, infatti, raccontava spesso un fatto che lo aveva ferito non poco: «Al momento di questo grande terremoto io stavo nella culla ed essa sollevò sottobraccio le mie due sorelle, che erano piccoline, una di qua e una di là, e scappò nella casa di suo padre e di sua madre e dei suoi fratelli, abbandonando me nella culla. […] E per questo c’era qualche ombra nel bene che io le volevo; perché aveva il dovere di curarsi più di me, maschio, che delle figlie. Ma lei diceva che era molto più facile portare loro, essendo più grandicelle». Narrazione straordinaria, illuminante sotto tanti aspetti! Un altro «grande terremoto», più o meno nella stessa area, si ebbe nel 1249, «nel mese di settembre, fra nona e vespro»: nel pomeriggio, dunque, più o meno tra le 15 e le 19. Salimbene, al riguardo, non dice di più, così come racconta poco del sisma che l’aveva colto a Pisa il 26 dicembre 1243. Notizie dettagliate, invece, fornisce sul terremoto che all’inizio di maggio 1279 scosse tutta l’Italia centrale, colpendo in parte anche la zona sventrata da quest’ultima scossa tellurica. L’epicentro si ebbe «nella Marca d’Ancona»: «Due parti di Camerino furono inghiottite dalla terra e morì molta gente d’ogni sesso». Fabriano, Matelica, Cagli, San Severino e Cingoli furono distrutti, come pure Nocera Umbra, Foligno, Spello. «In breve, tutti i paesi che sono su quelle montagne ebbero molti danni» e così pure nella Romagna e nella catena appenninica tra Firenze e Bologna. Secondo il frate parmense, la gente era talmente scossa «che nessuno aveva più il coraggio di stare nelle case». Non tutto il male, però, venne per nuocere, perché sia nella Marca d’Ancona che altrove «furono fatte molte paci per il timore e l’apprensione dell’imminente pericolo». Forti terremoti, in diverse zone, si ebbero anche nel 1284. Interessante è poi registrare le conoscenze sui terremoti che mostrava di avere un uomo di buona cultura come il nostro cronista nella seconda metà del XIII secolo. A suo dire, infatti, «il terremoto abitualmente viene nei monti cavernosi, nei quali si racchiude dell’aria, che, volendo uscire, poiché non ha spiraglio per uscire, scuote la terra, che trema, e per questo si sente il terremoto». E bella è l’analogia che segue: «Ne abbiamo un esempio nella castagna non castrata, che saltando con violenza e potenza schizza via dal fuoco mettendo spavento a chi è seduto attorno al focolare». Come si vede, ogni secolo ha riportato le sue ferite e quasi ogni zona d’Italia ne ha avute le proprie razioni: Benevento, la città dove vivo ormai da qualche mese, nel 1688 e poi ancora nel 1702 fu letteralmente rasa al suolo da due terremoti di notevole intensità e venne ricostruita grazie all’opera illuminata dell’arcivescovo Vincenzo Maria Orsini, in seguito papa con il nome di Benedetto XIII. La Storia insegna che in Italia un terremoto, in determinate zone più che in altre, è purtroppo sempre dietro l’angolo. Da qui l’esigenza categorica d’imparare a costruire (e ricostruire!) seguendo criteri ben precisi, i soli capaci di contenere le conseguenze terribili di un sisma. Ed è una sfida, questa, che non possiamo più disattendere…
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