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Remon, 16 anni, dal Cairo sui barconi
Ora la sua storia diventa un libro 
Daniela Pizzagalli
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Abbiamo tutti bisogno di storie che vadano a finire bene, per sfaldare la cappa d’indifferenza di cui ci ammantiamo per reazione alle troppe immagini di disperazione cui siamo quotidianamente esposti. L’avventura di Remon, un quattordicenne egiziano perseguitato perché cristiano copto, fuggito da solo dal Cairo e sbarcato dopo centosessanta ore d’indescrivibile navigazione in Sicilia, è raccontata dalla giornalista e scrittrice Francesca Barra  in un libro appena uscito, Il mare nasconde le stelle (Garzanti, pagine 151, euro 14,90) che più di qualsiasi reportage televisivo ci permette di capire i sentimenti, le paure, i dubbi di chi attraversa il mare perché non ha altra alternativa.

«Ero in una scuola superiore di Augusta, in Sicilia» ci racconta Francesca Barra «per presentare il mio romanzo Verrà il vento e ti parlerà di me e quando ho parlato di come, fin da bambina, il sogno di diventare scrittrice era fisso davanti a me come una stella che non avrei permesso a nessuno di offuscare, senza saperlo stavo rivolgendomi a uno studente in particolare, Remon, protagonista di una storia esemplare e coraggiosa da far conoscere. Da due anni in Italia, aveva trovato due meravigliosi genitori affidatari che con amore e dedizione avevano saputo favorire la sua integrazione. Anche la scuola l’aveva aiutato: è stata la sua prof d’italiano a spingerlo a parlare con me e a darmi i suoi diari. Prima ne è uscito un lungo articolo apparso sul Sette del Corriere della sera, ma era una storia che andava raccontata per esteso, in un libro, e mi sono trasferita per un po’ ad Augusta per parlare con lui e la sua famiglia. È un ragazzo speciale, riflessivo e profondo». 

«Quando vedo alla televisione le tragedie dei migranti » ci dice Remon in un italiano perfetto, con un blando accento siciliano «mi rendo conto di quanto sono stato fortunato, anche perché oggi gli egiziani non sono considerati “accoglibili”, in quanto il nostro paese non è in guerra, però divampa la guerra civile, che è anche una guerra di religione.
 
Soprattutto a partire dal 2011, con il crescente potere dei Fratelli Musulmani, i cristiani copti sono perseguitati, un mio cugino è morto nell’incendio di una chiesa, e io non potevo più andare a scuola perché i professori mi punivano, non andava mai bene quello che facevo, mentre prima ero considerato un ottimo allievo, e i compagni non solo mi emarginavano, ma avevano cominciato a picchiarmi. Anche io, pur alieno dalla violenza, per difendermi dovevo picchiare, e questo mi sconvolgeva, sapevo che era sbagliato, e temevo che pure mio padre per difendermi si mettesse nei guai». Il terrorismo islamico fa molti proseliti fra i giovani, perfino in Europa: che cosa pensi che attiri tanto i tuoi coetanei? «La nostra generazione cresce con videogiochi molto violenti, in cui non si fa che sparare all’impazzata, i ragazzi sono affascinati dalle armi e sono incoscienti, agiscono senza pensare alle conseguenze. Sono molto richiesti dai terroristi perché imparano alla svelta e non fanno tante domande. Poi, una volta che hanno incominciato a sparare davvero, non si può più tornare indietro.»

Pensando di non avere vie d’uscita, hai deciso di fuggire senza dire niente in
famiglia.
«Lasciare mia madre, mio padre e mio fratello, che tanto si preoccupavano per me, è stato il dolore maggiore, sapendo che avrebbero pure dovuto sostenere le spese del mio viaggio senza nemmeno sapere con certezza se ero arrivato bene. I mille tormenti di quel viaggio che non rifarei per niente al mondo erano acuiti dal pensiero fisso di quello che avevo lasciato: amavo la mia città, la mia famiglia, la mia chiesa, la mia scuola, ma ero certo che restando sarei andato incontro al disastro. “Dio proteggimi, Dio salvami” ripetevo incessantemente dentro di me, chiedendogli un segno».

Il settimo giorno di navigazione siete state trovati dalla guardia costiera ed è iniziata una nuova fase, quella del centro di accoglienza.
«Siamo stati visitati, nutriti e dotati di un numero: io ero il 92. Mi sentivo molto solo perché ciascuno pensava a sé, neanche la disperazione riusciva a unirci, però ho trovato un’anima buona che mi ha fatto telefonare a casa, così ho potuto rassicurare i miei, anche se in quella prima telefonata abbiamo soltanto pianto». Essendo minorenne, in seguito Remon è stato trasferito in una struttura per ragazzi appena aperta, il Centro Papa Francesco di Priolo Gargallo, dove il destino lo stava aspettando offrendogli una nuova famiglia, come ci racconta Marilena, che oggi insieme al marito Carmelo ha Remon in affido. «Siamo sposati da 24 anni, senza figli. Quando ho saputo che c’era questa nuova onlus per ragazzi migranti ho pensato di fare del volontariato, ma poi ho saputo che stavano anche organizzando un programma di affido. Mio marito è stato disponibile, ed è arrivato Remon, che aveva già avuto due tentativi di affido non riusciti, ma che si è subito trovato a suo agio. Nel libro Remon scrive: “Mi è piaciuta quella casa e quella famiglia che sapeva di bene”». Quella prima impressione positiva si è confermata nel tempo: oggi dopo due anni, vedendoli insieme si comprende l’affetto e la solida consuetudine che li lega, e la fiducia tra loro è cementata anche dal rapporto con la famiglia egiziana di Remon. Si sentono spesso, anche i quattro genitori, con Remon che fa da interprete, felice di aver fatto posto nel suo cuore per due famiglie. Aver trovato la serenità del cuore ha favorito il rapido inserimento di Remon nella scuola. Marilena, conoscendo il sogno di Remon di diventare ingegnere, lo ha iscritto nella stessa classe che avrebbe frequentato in Egitto, la prima di un istituto tecnico, e insieme al marito ha aiutato Remon a imparare l’italiano in tempo record.

Come ti sono sembrati i tuoi nuovi compagni, così lontani da esperienze come le tue?
«Mi sentivo molto più adulto di loro, che pensavano solo a divertirsi, e si lamentavano per ogni sciocchezza. Poi mi ha stupito il loro modo di ritenersi cristiani: macchè, sono atei, la religione è qualcosa di fortemente radicato in noi, essenziale come la vita stessa. Però mi sono fatto anche dei veri amici, mi sento integrato e conto di rimanere in Italia, anche se dopo i diciotto anni cercherò di andare a trovare i miei». 

Sottolinea Francesca Barra: « I paesi che più si trovano ad affrontare il dramma epocale dei migranti richiedono soprattutto aiuti finanziari, ma la cosa più importante è la qualità dell’accoglienza, quel fattore umano che è basilare per favorire l’integrazione. Di questa nuova opportunità dell’affido internazionale, che è ancora in via di definizione, si parla poco, ma bisogna dilatarla il più possibile, è la strada migliore»
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