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Postmoderno, sfida da veri cristiani
GABRIELLA COTTA
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Per un intellettuale in modo speciale, ma in generale per ciascuno di noi, saper leggere i segnali disseminati nel proprio tempo a indicare la direzione in cui muovono i flussi culturali, economici, politici è assolutamente necessario. Si rischia, altrimenti, di non avere le chiavi ermeneutiche per comprendere ciò che pretende di rappresentare o effettivamente rappresenta, il mainstreamche orienta tali flussi e condiziona le vite di tutti, facendo talora subire pesanti imposizioni culturali senza che, per lo più, se ne abbia chiara coscienza. È bene dire subito che questo lavoro ermeneutico non è facile, sia per la complessità delle idee dominanti che si propagano in modo sistemico, sia per la difficoltà di aver accesso a ermeneutiche diverse che consentano di relativizzarle, facendole percepire quali effettivamente sono, appunto sistemi di idee e non verità inoppugnabili.


A questa constatazione dobbiamo aggiungerne subito un’altra e cioè che questo compito grava particolarmente sulle intelligenze del mondo cristiano e soprattutto cattolico. Quest’ultimo in quanto detentore di una poderosa, ma, appunto, marginalizzata, eredità culturale metafisica, che è precisamente quella a cui si oppone, nel mondo occidentale, il mainstreamculturale di cui si sta parlando. La prima constatazione da fare, senza per questo abbracciare teorie apocalittiche o adombrare oscuri complotti, è che le strade culturali che si affermano oggi come dominanti nel mondo occidentale sono dichiaratamente post- cristiane. Possono in alcuni casi vivere di presupposti non propri, come ha sostenuto Böckenförde, ereditare cioè più o meno consapevolmente idee e valori dell’epoca precedente, moderna, ancora forgiata dal cristianesimo, ma ormai quella a cui facciamo riferimento come epoca post-moderna è decisamente orientata in senso post- cristiano.


Un autore in modo più chiaro degli altri ha fatto propria questa posizione, imboccando la via della decostruzione del cristianesimo: Jean-Luc Nancy, che, rendendo giustizia a modo suo di ciò che questo è stato per l’Occidente (vera e propria ossatura senza la quale quest’ultimo non è comprensibile) ha affrontato lo sforzo teoretico del ripensamento di una nuova filosofia prima. Di una filosofia, cioè, con ambizioni di riformalizzazione della comprensione dell’intero esistente, sotto il segno, completamente anti-cristiano, di un assoluto immanentismo che pensa appunto solo nell’esistente. Ma ci sono molti altri esempi a noi più vicini di questo orientamento e Umberto Eco, ampiamente celebrato in questi giorni, ne ha fornito una delle declinazioni più note e più efficacemente attive grazie alla trasversalità di un’azione culturale in buona parte volta alla divulgazione di massa. Il suo capolavoro letterario è, non a caso, il manifesto di un nominalismo totalmente antimetafisico utilizzato in prospettiva post-moderna per la medesima operazione di scardinamento di strutture, concetti, significati aperti a una qualsiasi forma di trascendenza. Senza scendere nella complessità teorica di questo orizzonte, che si presenta come un mutamento epocale poiché si oppone a quel cristianesimo che Croce ricordava essere stato la più grande rivoluzione dell’umanità, dobbiamo tuttavia sottolinearne alcuni punti fondamentali. 


Primo: la ricordata pretesa a pensare in un orizzonte di completa immanenza, dove ci si riferisce esclusivamente all’esistente. Secondo e in immediata connessione, la negazione sempre più radicale della sostanzialità di ciò che esiste: l’essere umano, come tutti gli enti, non ha alcuna sostanza stabile, naturale, che lo definisca, ma o è un esistente storico tra gli altri, potenzialmente suscettibile di trasmigrare in altro da sé, o è il frutto di relazio-anzitutto ni – storiche anch’esse – neppure codificate come avveniva nella psicoanalisi classica, freudiana, ma prodotte dal libero gioco della storia, delle convocazioni, del sedimentarsi di poteri, o è letto come un organismo vivente tra gli altri, sottoposto alle leggi dell’adattamento evoluzionistico. 


Da questi due presupposti principali discende una conseguenza di fronte alla quale i cattolici italiani (e non) si trovano ad avere poche armi in mano, spesso inconsapevoli della sua portata culturale, che è, oltre alla disumanizzazione, una totale relativizzazione etica e morale. Se l’essere umano (non è certo più possibile parlare di 'persona' nell’orizzonte attuale) è pensato come fluido, privo di una sua natura, ancor di più, desostanzializzato e privo di identità, come pensare etica e morale se non come prese di posizioni altrettanto fluide, duttili, totalmente determinate storicamente, sempre ripensabili e modificabili? Se il postmoderno può essere posto, come viene costantemente fatto, sotto il segno della famosa frase di Nietzsche «non esistono fatti, solo interpretazioni», diventa molto chiaro, che l’onere delle prova (che esista cioè un orizzonte legato a un dato ontologico permanente) spetta al pensiero cristiano. 


Carlo Ossola rispondendo a una domanda durante un incontro di 'italianieuropei', ragionava su quanto il cristianesimo sia «imbarazzante» per la cultura europea. Quindi proponeva quell’inversione dei valori proclamati da Maria nel Magnificat (ma a maggior ragione si potrebbe ricordare il discorso della montagna) evidentemente contando sulla inoppugnabile verità di queste sublimi proposte e ritenendole ampiamente condivise. La mia convinzione, ricavata da quanto esplicitamente dichiara quella parte del pensiero che, pur non essendo tutto il pen- Massimo Cacciari in un’intervista televisiva ha avuto modo di sostenere la recente proposta di legge in materia di unioni civili e stepchild adoption, pur sottolineando lo stravolgimento culturale che così si introdurrebbe: assoluta novità nel panorama non solo dell’Occidente, ma mondiale. Tutto ciò che l’Occidente aveva guadagnato in materia di diritto di famiglia e di regolamentazione del rapporto coniugale rispetto al paganesimo, viene oggi dichiarato obsoleto per tentare strade totalmente innovative. Dobbiamo sapere, tuttavia, su quali basi queste poggino: l’artificializzazione della vita, la progressiva e sempre più radicale de-naturalizzazione, la dissoluzione di ogni tipo di legame strutturato, la riduzione del nostro orizzonte a un presente privo di mediazioni, che si tenta di ridurre a un presunto 'dato di fatto' in continua composizione e scomposizione. Di fronte a questo i cattolici devono sapere che se la fede smuove le montagne, la ragione aiuta a capire di quale materiale siano fatte.
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