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MORO l’uomo delle grandi battaglie
AGOSTINO GIOVAGNOLI
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Cento anni fa, il 23 settembre 1916, nasceva a Maglie Aldo Moro. Di lui sono noti i lunghi discorsi e le argomentazioni complesse. Non bucava lo schermo con battute a effetto, anche se capiva l’importanza della comunicazione televisiva (fu lui a volere, con Fanfani, l’introduzione delle 'tribune politiche' nella TV di Ettore Bernabei). Dietro le sue parole si nascondevano però grandi battaglie, quelle che Moro combatteva anzitutto con se stesso e poi con le sfide storiche del suo tempo, cercando la verità. Lo mostrano le molteplici stesure dei tanti interventi pubblici, segnate da correzioni, ripensamenti, integrazioni. Una ricerca ispirata anzitutto dalla fede, che ha influito profondamente non solo sulla sua vita privata ma anche sull’attività pubblica. La fede infatti ha rappresentato per lui una luce essenziale che gli ha permesso di sviluppare l’«intelligenza degli avvenimenti», attraverso uno scavo lungo e faticoso, in grado di andare al di là delle apparenze, e un ascolto paziente, capace di oltrepassare le contrapposizioni ideologiche.

Una fede mai esibita con ostentazione, che ha orientato tutte le sue scelte, persino nei momenti più tumultuosi della lotta politica. Moro ha parlato spesso di «ispirazione cristiana». Qualcosa di molto diverso da una politica confessionale. Esponente di quella 'seconda generazione' democristiana che si è formata nei rami intellettuali di Azione cattolica durante gli anni del fascismo, ha proseguito sulla strada aperta - a prezzo di grandi sacrifici - da Sturzo e De Gasperi. Il suo percorso politico infatti si è sviluppato dopo che, col radiomessaggio natalizio di Pio XII nel 1944, la Chiesa aveva riconosciuto la superiorità della democrazia sugli altri sistemi politici.

Come segretario della Dc ha amministrato il grande consenso garantito al suo partito dall’appoggio ecclesiastico, per promuovere un disegno laico di inserimento delle masse nello Stato e di forte sviluppo economico- sociale, soprattutto nel Mezzogiorno. Dopo iniziali perplessità, grazie a Giovanni XXIII la Chiesa ha scelto di sostenere la sua convinta iniziativa per la collaborazione con i socialisti e Paolo VI, che da arcivescovo di Milano era stato critico verso questa politica, ha sostenuto in modo decisivo l’azione di Moro in momenti difficili, come la crisi del luglio 1964. L’accorata preghiera di questo papa in San Giovanni in Laterano, dopo l’assassinio dello statista, è stata l’espressione più alta del profondo rapporto che li ha uniti. Moro non ha mai abbandonato le proprie radici.

Lo dimostrano gli interventi in Assemblea costituente e la proposta di un antifascismo morale prima ancora che politico. Dopo il discorso di Paolo VI all’Onu nel 1965, ha sviluppato sul piano internazionale un’azione politico- diplomatica sempre più orientata verso la pace. Dopo il Concilio, non si è fatto convincere da quanti volevano la fine dell’unità politica dei cattolici. Nel 1968 ha abbandonato coraggiosamente la maggioranza della Dc per mettersi in ascolto dei «tempi nuovi» e in particolare delle voci dei giovani e delle donne. Ha iniziato allora a sviluppare la «strategia dell’attenzione » nei confronti del mondo comunista, consapevole delle ragioni morali più che politiche del consenso raccolto in Italia dal Pci.

Perplesso verso il referendum sul divorzio, aiutò il mondo cattolico a ritrovare le ragioni della presenza pubblica dopo la sconfitta dell’iniziativa abrogazionista promossa da un gruppo di intellettuali cattolici poco consapevoli della crescente complessità della società italiana. Quando i socialisti chiusero l’esperienza del centro-sinistra sostenne la solidarietà nazionale, senza però cercare un accordo politico con i comunisti. Gli è stato attribuito il progetto di realizzare un’alternanza di governo tra Dc e Pci, ma fino a oggi questa tesi non ha trovato documenti che la comprovino definitivamente. In tutto il suo itinerario, piuttosto, è stato artefice e regista di un ampio disegno di democrazia consensuale che trovava proprio nell’ispirazione cristiana le sue motivazioni più profonde. 

La sua tragica fine e i molti interrogativi che l’hanno accompagnata hanno distolto l’attenzione dalla sua azione politica. Eppure la sua lezione conserva una grande attualità. È stato capace di una visione politica flessibile, ma anche molto solida, attenta sia alla dimensione internazionale sia al rapporto tra Stato e società. Dopo la fine degli accordi di Bretton Woods, ha intuito la necessità di una più stretta cooperazione europea sul piano monetario, è stato tra i protagonisti della Conferenza di Helsinki tra Est ed Ovest e ha operato per il dialogo in Medio Oriente e nel Mediterraneo. Ha promosso l’introduzione di un moderno sistema pensionistico e di un servizio sanitario esteso a tutti, la riforma del Concordato e del diritto di famiglia. A

ldo Moro è stato un grande interprete della Costituzione e un convinto riformista: ha concepito le riforme come via per realizzare pienamente il patto costituzionale. Una lezione attuale, quando sembra che chi difende la Costituzione non voglia le riforme e chi vuole le riforme non creda nella Costituzione.

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