domenica 21 giugno 2015
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«Eccolo qui, il nostro 'Arcivescovo rosso'»... «In umile presenza del 'papa comunista' »... Si salutavano così, con ironia tutta ecclesiastica, consci che la loro fama di «pericolosi sinistrorsi» non era una vulgata da vox populi,  bensì l’accusa di quei poteri forti che vedevano con pericolo e astio la sempre maggiore coscienza della Chiesa verso le masse impoverite del mondo (non a caso il Wall Street Journal aveva bollato come «marxista» l’enciclica Populorum progressio). Giovanni Battista Montini e dom Helder Câmara. Due giganti del Novecento, non solo quello cattolico. Personalità diverse per approccio, unite da un’intimità spirituale che ha fatto scrivere al teologo brasiliano Ivanir Antonio Rampon un libro dal titolo significativo, Paulo VI e Dom Helder Câmara. Exemplo de uma amizade espiritual (Paulinas), uscito pochi mesi fa in Brasile. Un testo da cui emerge questo rapporto tutto improntato alla comune sequela del Vangelo e della sua radicalità. Tanto che Paolo VI è già stato già proclamato beato, mentre di Câmara è stata aperta da poco la causa. Il primo incontro tra i due – ricostruisce Rampon – risale al 1950 quando Câmara, allora consigliere di nunziatura in Brasile, partecipò a un incontro dell’Azione cattolica a Roma in qualità di assistente della filiale brasiliana e lì ebbe modo di incontrare Montini. Il quale, avendone ben compreso la statura, lo appoggiò nella creazione della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile, una delle prime conferenze episcopali del mondo. Non solo: diventato sostituto alla segreteria di Stato con Pio XII, il futuro Paolo VI sostenne fortemente l’intuizione di Câmara (nel frattempo diventato vescovo nel 1952) di organizzare un incontro tra i presuli dell’America del Sud e quelli del Nord; obiettivo: l’unità nel combattere le sempre più gravi ingiustizie sociali a livello mondiale. Il rapporto tra i due uomini di Chiesa si rafforzò ulteriormente quando Montini divenne arcivescovo di Milano: nel 1955 Câmara – nominato ausiliare di Rio de Janeiro – lo invitò in Brasile per predicare gli esercizi spirituali ai vescovi brasiliani, ma la visita si poté realizzare solo nel 1960. I due poi si ritrovarono al Concilio Vaticano II sulla stessa lunghezza d’onda, annota Rampon, in particolare nella difesa della collegialità episcopale, che Câmara aveva attuato in maniera pionieristica nella Conferenza brasiliana. E in ogni incontro privato, anche quando Montini divenne Paolo VI, c’era l’indicazione chiara del pontefice ai segretari di non far aspettare l’amico «carissimo, carissimo, carissimo Helder»: era lui che andava direttamente incontro al vescovo latinoamericano. L’amicizia si concretizzò anche nella decisione di PaoloVI di imporre lui ad personam il pallio arcivescovile al confratello. Ancora durante il Concilio il giornalista francese Henri Fesquet aveva indicato come Paolo VI fosse influenzato da colui che veniva chiamato «vescovo dei poveri»; lo testimonia il cardinale suo connazionale Evaristo Arns – riferisce Rampon – che in un colloquio con il pontefice bresciano si senti rivolgere una domanda proprio sull’arcivescovo di Recife e Olinda (Câmara lo era divenuto nel 1964): «Cosa pensa di dom Câmara? »; «Santità, per me è un mistico e un poeta. Un grande uomo per il Brasile e per la Chiesa». E la risposta: «Signor arcivescovo, questa sua opinione è anche la mia». Fu Câmara che suggerì a Paolo di compiere alla fine del Concilio una serie di gesti pubblici, i quali – se non realizzati subito – trovarono cittadinanza nella Chiesa negli anni a seguire: un incontro con atei, induisti, buddisti, ebrei e cristiani non cattolici (in pratica, l’incontro di Assisi per la pace poi promosso da Giovanni Paolo II); la canonizzazione di Giovanni XXIII (poi realizzata da Francesco); Sinodi speciali per approfondire alcune tematiche specifiche nella Chiesa (cosa poi puntualmente realizzatasi). In un caso – segnala Rampon – Montini ascoltò subito Câmara: nell’invito a scrivere un’enciclica sulla povertà, che fu poi la Populorum progressio, tanto che lo stesso Rampon indica Câmara come l’ispiratore del documento: «Grazie, Santo Padre, a nome del Terzo Mondo», fu l’incipit di una lettera di Câmara dopo la sua pubblicazione. L’amicizia tra i due si intensificò nel periodo della dittatura militare in Brasile, durante il quale Câmara ricevette fortissime critiche, accuse ingiuriose e perfino attacchi interni alla Chiesa in quanto «comunista». «Dom Helder contava sul grande appoggio di Paolo VI», annota Rampon. Se da un lato Paolo VI e la Santa Sede venivano subissati di lettere e accuse contro il Bispinho, per manifestargli il suo appoggio Montini riuscì ad inviare a Câmara delegati fidati: il teologo don Carlo Colombo, monsignor Toniolo Ferrari, il cardinale belga Suenens. E quando il regime militare colpì a morte padre Henrique Pereira Neto, un sacerdote impegnato nel sociale a Recife, Montini inviò un telegramma a Câmara manifestandogli la sua «profonda emozione addolorata». Non solo: nel 1966 il papa pensò addirittura di nominare dom Helder cardinale. «Paolo VI appoggiava la sua lotta in favore di giustizia, vita, libertà e democrazia – scrive Rampon –. Ma il regime cercava di condurre una propaganda mediatica per far credere che Paolo VI e Câmara fossero nemici. Invece l’intento del regime fallì fin dall’inizio. La loro amicizia spirituale superò tutte le menzogne e gli intrighi». L’intimità fu confermata anche dall’ultimo incontro, poche settimane prima della morte di Paolo VI. Il 15 giugno 1978 Montini accolse così il vescovo brasiliano, parlandogli in francese: «Avevo nostalgia di incontrarvi, di rivedervi». «Nostalgia, nostalgia…», continuava a ripetere il pontefice bresciano. Segnale di un’amicizia fortissima e appassionata.
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