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Quando Mattei dava del lei alla lira
Giancarlo Galli
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Enrico Mattei: uno straordinario italiano la cui figura, a oltre mezzo secolo dalla tragica scomparsa, è ormai entrata nella leggenda. Fu il padre dell’Eni, nonché artefice di una coraggiosa politica estera che ci ha portato nel ristretto rango delle maggiori potenze mondiali, riscattando i troppi errori del passato. E col trascorrere dei decenni, la sua immagine ingigantisce. «Fosse ancora fra noi», si sente spesso ripetere negli ambienti imprenditoriali pubblici e privati in un periodo in cui lo «spirito d’iniziativa» sembra avere perduto lo slancio delle operose stagioni del Dopoguerra. Mattei nasce nel 1906 ad Acqualagna (Pesaro), figlio del maresciallo dei Reali Carabinieri che catturò il famoso brigante Musolino. Papà, decorato e trasferito a Matelica (Macerata), dispone di mezzi limitati e il ragazzo per conquistare con studi serali il diploma di ragioniere farà di volta in volta il garzone, il fattorino, il commesso viaggiatore. Ingegnere lo diverrà, al culmine della carriera, honoris causa, per «meriti petroliferi». A lui, comunque, quel titolo andava largo, quasi ingombrante, considerando al pari di Raffaele Mattioli dominus della Comit e di Cesare Marzagora, la qualifica di ragioniere un valore superiore: significava padroneggiare i numeri, decriptare i bilanci aziendali. «E dare del Lei alla lira» ebbe a spiegarmi anni più tardi, accogliendomi nei panni di cronista di Il Giorno (il quotidiano da lui voluto nel 1956 a contrastare il Corriere della Sera egemonizzato da Confindustria), nella torre dell’Eni a Metanopoli dove alloggiava. Esiste una parentesi inesplorata, forse ormai inesplorabile, nella vita di Mattei. All’inizio degli anni Trenta lascia le terre natie per emigrare. Scegliendo l’Austria. Rientra con al braccio la giovane moglie (la bella ed enigmatica signora Greta) e una valigia con brevetti chimici d’avanguardia. Alle porte di Milano, a Dergano e Affori, sorgeranno gli stabilimenti dell’Industria chimica lombarda, specializzata nella produzione di oli e grassi minerali. Autentica miniera d’oro in periodo di guerra e autarchia. Enrico Mattei potrebbe comportarsi da ricco industriale, e invece ha una crisi personale, forse non estranea l’impossibilità di avere figli. Poco dopo l’8 settembre 1943, chiede un incontro a un illustre compaesano, il professor Orio Giacchi, luminare del diritto, divenuto con Achille Marazza vice segretario (clandestino) della Democrazia Cristiana per il Nord Italia, ancora sotto l’occupazione nazifascista.

Nei ricordi di Orio Giacchi «arrivò in studio in via Dante a Milano, senza preavviso, dicendo che si rivolgeva a me come dirigente democristiano. Cercai di negare, e fui zittito. Ricordo bene le parole: 'Sono cattolico oltre che italiano. Vorrei menare le mani in uno schieramento cattolico'». La generosa offerta lasciò tuttavia perplessi sia Giacchi che Marazza. Inducendoli a tergiversare. Intervenne però un evento dolorosissimo: cattura e fucilazione a Fossoli del comandante dei partigiani cristiani Galileo Vercesi. Ancora nelle rievocazioni di Giacchi: «I Nostri erano pochi, si e no duemila, e il ri- schio che la Resistenza diventasse esclusivo patrimonio comunista ingigantiva. Decidemmo, non senza patemi, di metterlo alla prova. Per settimane scomparve, e francamente pensavo di averlo scoraggiato. Invece si ripresentò, in elegante doppiopetto, per dirmi che ne aveva discusso con Greta, trovandosi d’accordo. Lapidario, come nel suo stile, 'Non abbiamo figli, possiamo affrontare il rischio'». 

Ci sono uomini con innata propensione all’organizzazione e attitudine al comando. Mattei, un corso da allievo ufficiale in epoca di «leva», subito si distinse nell’unificare i «fazzoletti azzurri » che combattevano in Val d’Ossola, sotto il comando del tenente 'Albertino': il futuro senatore Giovanni Marcora. Nacque un’amicizia profonda. Entrambi, particolare curioso, non erano iscritti alla Dc. Cattolici e basta. La tessera del partito arriverà più tardi, nei giorni della Liberazione. Nel frattempo Marcora è ferito in combattimento; Mattei catturato in una retata nel Comasco, non riconosciuto, riprenderà immediatamente il suo posto, meritandosi dagli amici il titolo di 'Garibaldi cattolico'. Arriva il 25 aprile, la smobilitazione delle brigate partigiane. Per i meriti acquisiti, Mattei rivendica la presidenza dell’Agip. Dietro la sigla dell’Azienda generale italiana petroli con qualche pozzo in Romania, il nulla. Col sostegno del ministro all’industria Giovanni Gronchi, ma impegnandosi col diffidente liberale Marcello Soleri a metterla in liquidazione, Mattei ne ottiene la gestione provvisoria. I motivi della caparbietà di Mattei hanno una spiegazione.

Impadronitosi, in circostanze mai chiarite, degli archivi segreti della Repubblica sociale italiana, s’è convinto dell’esistenza di giacimenti metaniferi in Val Padana e, forse, di petrolio a Cortemaggiore. Esiste dunque la possibilità concreta di una «politica energetica nazionale»; e Mattei la cavalca. Da deputato democristiano eletto il 18 aprile 1948, conduce una battaglia in Parlamento contro lo strapotere delle multinazionali dell’oro nero. Con l’appoggio di Giovanni Gronchi, ottenuta la creazione dell’Eni (Ente nazionale idrocarburi) si impegna per sottrarre l’Italia alla dipendenza energetica. Creandosi molti, potenti nemici: dalle multinazionali del petrolio, le cosiddette 'Sette sorelle', agli ambienti del conservatorismo italiano. A capo dell’Eni nel 1953, due anni dopo Mattei appoggia in maniera determinante la nomina di Gronchi al Quirinale. Enrico De Nicola e Luigi Einaudi erano uomini di cultura liberal-conservatrice; Gronchi è cattolico progressista e illuminato, in gioventù seguace di don Romolo Murri, fautore di una politica estera pacifista e terzomondista, non appiattita sulla Casa Bianca. La sintonia fra i due leader è immediata. Sarà Gronchi il primo capo di Stato italiano a compiere un viaggio ufficiale nell’Urss dell’Era Chrušcëv, facendo da battistrada a Mattei. Le ricerche in Valpadana si rivelano di scarse prospettive.

L’Eni ha fame di petrolio. Per contrastare le Sette sorelle deve trovare nuove fonti: dalla Russia all’Iran all’Algeria. Il che esige una politica estera lungimirante, non appiattita sugli schematismi della Guerra Fredda. E il futuro dimostrerà quanto furono anticipatori Gronchi-Mattei. È fuorviante considerare Mattei un «manager spregiudicato». Certo lo fu, per idealità: ridare un ruolo all’Italia nel contesto internazionale. Poiché le Sette Sorelle pretendevano di tenerci al guinzaglio, ecco la manovra ad ampio respiro. Supportata dall’idealità: promuovere l’indipendenza del Terzo Mondo, favorire la ripresa del dialogo fra comunismo e democrazia. Il presente testimonia la validità della sua intuizione. Dietro la scorza rude, Enrico Mattei aveva una rara sensibilità umana, sociale, religiosa. Da sempre aveva voluto, staccandosi da Confindustria, che i dipendenti Eni godessero in Italia e all’estero di uno speciale contratto: migliori salari e maggiori benefici, dall’assistenza sanitaria alle vacanze. Sapendo guardare oltre i cancelli dell’azienda. Due episodi a testimonianza. Allorché il sindaco di Firenze Giorgio La Pira lo chiamò a Palazzo Vecchio invocando il salvataggio della vecchia Pignone abbandonata dall’industriale Marinotti, la rivoltò come un guanto, trasformandola in azienda d’avanguardia nel campo della ricerca petrolifera e della costruzione dei tubi per gasdotti. Non esitò inoltre a contribuire alla da troppo tempo invocata rinascita del Mezzogiorno, con gli impianti petrolchimici di Gela, in Sicilia. Molti momenti del cosiddetto 'miracolo economico italiano' degli anni Cinquanta portano il suo marchio. Fede profonda, autentica, marchiata sin dall’anteguerra dalla vicinanza col bresciano don Giovan Battista Montini, minutante alla segreteria di Stato.

 

Quando Montini, nel 1954, fu nominato da Pio XII arcivescovo di Milano, Mattei fu fra i primissimi ad accoglierlo, e soprattutto a interpretarne le ansie pastorali. Sorse il 'Comitato nuove chiese', per la realizzazione di luoghi di culto in periferie che rischiavano di scristianizzarsi. Con Mattei affiancato dal banchiere Raffaele Mattioli a coagulare mezzi e consensi. Purtroppo il dominus dell’Eni non poté gioire, il 21 giugno 1963, all’ascesa al soglio pontificio, col nome di Paolo VI, dell’amico e forse confessore privilegiato, col quale era uso a privati colloqui sul senso della vita e la responsabilità sociale delle aziende e dei manager. Al tramonto del 17 ottobre 1962, il jet Morane-Saulnier con a bordo Enrico Mattei e il giornalista William McHale capo della redazione romana di Time-Life, decollava dall’aeroporto di Catania. Alla cloche, il fedelissimo Irnerio Bertuzzi, asso della seconda guerra mondiale. Il piano di volo prevedeva l’atterraggio a Ciampino, le condizioni atmosferiche migliorate suggerirono di proseguire sino a Milano-Linate. Il tempo si guastò all’improvviso. Pioggia e vento investirono l’aereo in fase d’avvicinamento alla pista. Schianto e morte fra gli alberi di Bascapé, borgo rurale non lontano dalla meta. Un alone di misteri, intrighi, complotti internazionali ritmati dal succedersi delle inchieste prese rapidamente corpo attorno alla tragedia. Furono chiamati in causa Cia, Servizi segreti, mafia, potentati economici. Sul 'Caso Mattei' si moltiplicarono libri e film. Una nebbia d’interrogativi che impiegò decenni a diradarsi. Fino a trasformarsi nella leggenda più bella: colui che, partendo dal nulla, aveva fatto dell’Eni l’ottava potenza petrolifera mondiale, scomparso nel pieno del trionfo terreno.

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