mercoledì 2 dicembre 2015
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Siamo talmente abituati, dopo venti secoli di Occidente cristiano, a vivere in società dove la sola spiritualità socialmente disponibile è sempre stata una religione (nel caso specifico, il cristianesimo, sia per la Francia sia per l’Italia), che abbiamo finito con il credere che “religione” e “spiritualità” siano sinonimi – nel qual caso il titolo del mio intervento sarebbe non solo paradossale, ma contraddittorio.  Se “spiritualità” fosse soltanto un altro modo per designare la religione, nel senso occidentale del termine (come credenza in un unico dio o in molti dèi), l’idea stessa di una spiritualità non religiosa sarebbe una contraddizione in termini. Ma e proprio questa sinonimia che io contesto. “Religione” e “spiritualità” non sono sinonimi, ne vanno messe sullo stesso piano. Queste due nozioni funzionano piuttosto come la specie e il genere: le religioni costituiscono una certa specie, o più specie, del genere spiritualità, ma tra le molte possibili, alcune delle quali fanno tranquillamente a meno di qualsiasi Dio personale, anzi di ogni forma di trascendenza. Basta fare un passo indietro – tanto nel tempo, pensiamo solo alle pratiche sapienziali degli antichi greci, quanto nello spazio, verso l’Oriente buddhi-sta, confuciano o taoista – per scoprire che sono esistite, ed esistono ancora, immense spiritualità che non sono affatto teismi. E in questa corrente spirituale, essa stessa molteplice e variegata, che mi iscrivo. Che cos’è la spiritualità? Avrò occasione di ritornare più avanti sulla questione, ma, per farla breve, mi accontenterò per il momento di una definizione minimale: la spiritualità e la vita dello spirito. L’etimologia parla chiaro: le due parole, “spirito” e “spiritualità”, derivano dal latino spiritus, che designa anzitutto il soffio vitale e, in seconda battuta, l’ispirazione, il genio, l’arguzia, l’esprit. Ora, gli atei, per quanto ne so, non hanno meno spirito degli altri. Perché dovrebbero avere meno spiritualità? Perché dovrebbero interessarsi meno alla vita spirituale? Per quanto mi riguarda, me ne sono sempre interessato. Così e stato ai tempi della mia adolescenza, quando ero un cristiano praticante; ma da quando ho smesso di credere in Dio, la spiritualità mi interessa persino di più, il che potrebbe apparire paradossale e ci conduce al cuore del nostro tema. Chi ha una religione, ha anche la spiritualità che la caratterizza. Ma chi non appartiene a una religione? Sembra privo di risorse spirituali, specialmente in Occidente. Motivo in più per rifletterci sopra. Riassumo la mia posizione in una frase: io sono un ateo non dogmatico e fedele. Per- ché ateo? Questa e la domanda più semplice: perché non credo in alcun Dio. Permettetemi di non soffermarmi sulle ragioni del mio non credere; farlo mi allontanerebbe dal tema del mio ragionamento, che non è la metafisica, ma la spiritualità.  Perché ateo non dogmatico?  Perché riconosco evidentemente che il mio ateismo non è un sapere. Come potrebbe esserlo? Nessuno sa, nel senso vero e forte del verbo “sapere”, se Dio esiste o no. Dipende molto dalla domanda che mi viene rivolta. Se mi si chiede: «Lei crede in Dio?», la risposta e estremamente semplice: «No, non ci credo». Ma se uno mi chiede: «Esi- ste Dio?», la risposta e necessariamente più complicata, perché, per onesta intellettuale, devo cominciare con il dire che non ne so nulla. Nessuno lo sa. Lo dico anche nel mio libro: se qualcuno vi dice: «So per certo che Dio non esiste», non avete a che fare con un ateo, ma con uno sprovveduto. La verità e che non lo si sa. Parimenti, se incontrate qualcuno che vi dice: «So che Dio esiste», è uno sprovveduto che ha la fede, e che, scioccamente, confonde la fede con il sapere. Ma nella confusione tra fede e sapere io vedo un duplice errore: un errore teologico, perché in ogni teologia che si rispetti (quantomeno nella teologia cristiana) la fede è una grazia, mentre il sapere non può esserlo; e un errore filosofico, perché confonde due nozioni differenti, quella di credenza e quella di sapere. In breve, io non so se Dio esiste o no; io credo che non esista. Un ateismo non dogmatico e un ateismo che ammette il proprio status di credenza, nel caso specifico di credenza negativa. Essere atei non dogmatici significa credere (anziché sapere) che Dio non esiste. Ma perché ateo non dogmatico e fedele? Ateo fedele perché, per quanto ateo, resto legato con tutte le fibre del mio essere a un certo numero di valori – morali, culturali, spirituali – molti dei quali sono nati nelle grandi religioni e, nel caso specifico dell’Europa, nella tradizione giudaico- cristiana (a meno che non si ritenga auspicabile rinnegare la propria storia). Questo e uno dei punti che mi separano dal mio amico Michel Onfray, o che separano lui da me. Non è perché sono ateo che volterò le spalle a 2.000 anni di civiltà cristiana o a 3.000 anni di civiltà giudaico- cristiana. Non è perché non credo più in Dio che rifiuterò di riconoscere la grandezza, quantomeno umana, del messaggio evangelico. Una spiritualità senza Dio è una spiritualità della fedeltà piuttosto che della fede e dell’amore in atto piuttosto che della speranza. Potrei fermarmi qui, ma mi resterebbe la sensazione di non avere toccato l’essenziale. Ho detto all’inizio che la spiritualità è la vita dello spirito. Bene. Ma se si assume la parola in un’accezione così ampia, ogni fenomeno umano finisce per ricadere sotto l’ombrello della spiritualità: la morale e l’etica, certo, ma anche le scienze e i miti, le arti e la politica, i sentimenti o i sogni. Tutto ciò appartiene alla vita dello spirito in un senso ampio (nelle sue dimensioni cognitive, psichiche o affettive), a quella che, per chiarezza, si potrebbe definire la vita psichica o mentale (dal greco psiche e dal latino mens, due parole che si possono tradurre anche con il termine «spirito», ma in campi semantici molto differenti da quelli che derivano dal latino spiritus). Ora, non è affatto a questi ambiti che si pensa quando si parla di vita spirituale. Meglio prendere allora la parola «spiritualità » in un senso più stretto (sebbene, paradossalmente, più aperto), facendone una specie di sottoinsieme della nostra vita mentale o psichica. La definizione che propongo è la seguente: la spiritualità è la vita dello spirito, ma in particolare nel suo rapporto con l’infinito, l’eternità, l’assoluto. Questo significato mi sembra conforme all’uso e alla tradizione. La nostra vita spirituale è il nostro rapporto finito con l’infinito, il nostro rapporto temporale con l’eternità, il nostro rapporto relativo con l’assoluto. Così definita, la spiritualità, nel suo punto estremo, culmina in ciò che si suole chiamare mistica.
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