sabato 7 marzo 2015
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Se oggi abbiamo a disposizione la Bibbia di Gerusalemme, vero testo d’autorità nel campo degli studi scritturistici, il merito lo dobbiamo a un tenace domenicano francese, capace di fondere insieme fede e scienza, ragione e religione, nel vagliare criticamente l’autorivelazione di Dio in forma umana, la Scrittura appunto.Uomo di fede e di scienza, nato 160 anni fa (7 marzo 1855), Marie-Joseph Lagrange è stato il fondatore dell’École biblique de Jérusalem (istituita nel 1890) i cui studi archeologici, filologici ed esegetici hanno portato all’edizione della Bibbia di cui sopra, importata in Italia negli anni Sessanta dalle Edizioni Dehoniane e ancor oggi il testo biblico con il miglior commento disponibile, secondo il giudizio concorde degli esperti.Orbene. Se la statura di Lagrange come uomo di scienza, conoscitore come pochi del mondo dell’Antico Oriente, delle sue lingue (nel suo Journal spirituel – denso tomo, appena edito in Francia da Cerf (pp. 528, euro 29) – annota le date d’inizio dell’apprendimento di ebraico, siriaco, arabo, assiro) è cosa risaputa, il suo profilo di mistico e asceta è alquanto inedito e interessante. Infatti, padre Marie-Joseph risalta in queste sue annotazioni spirituali come un credente a tutto tondo, realmente pio, orante e penitente. Capace in ciò di suscitare tutta l’ammirazione di un altro grande studioso di Bibbia, Carlo Maria Martini.Quest’ultimo, in appunto inedito contenuto nell’introduzione del Journal, afferma: «Ho sempre guardato con gratitudine a questa figura di studioso e di figlio devoto della Chiesa, e sono lieto di sapere che egli era anche un uomo fervente, un uomo la cui preghiera era fuoco». Martini, in questa comunicazione riservata ai promotori della causa di beatificazione di Lagrange, iniziata nel 1986, attesta la fondamentale importanza di Lagrange per l’esegesi: «Ritengo che il padre Lagrange sia come l’iniziatore di tutta la rinascita cattolica degli studi biblici».Tanto più che l’orizzonte del domenicano transalpino era veramente di larghe e ampie vedute: quando il dialogo interreligioso non costituiva ancora una priorità dentro il recinto ecclesiale, lui progettava già una teologia semitica (siamo nel 1900): «Quello che io vorrei come programma è la religione dei semiti. Teologia dell’Antico testamento, forse del Nuovo, e conseguentemente del messianismo. Prendere appunti per tutto questo, insomma su quasi tutta la Bibbia».Ma il cammino di questo domenicano fu tutt’altro che agevole, e le sue annotazioni spirituali – pubblicate per la prima volta nel Journal, frutto della trascrizione (durata diversi anni) di 2 manoscritti a noi pervenuti, un terzo è andato perduto – lo confermano. Nel 1881 rischia l’esclusione dal collegio, a causa della sua esuberanza.
Già nello stesso anno emergono le querelle intellettuali con i gesuiti, uno scontro culturale che lo terrà impegnato parecchio, tanto che nel 1911 arriva ad affermare: «Pensavo ormai di aver disarmato gli avversari a forza di tatto e di prudenza… Ma ecco che la fondazione autorizzata dal Papa (l’allora Pio X, ndr) di una succursale dell’Istituto biblico (dei gesuiti, ndr) di Roma [a Gerusalemme] ci porta una minaccia di rovina», dove il plurale indica l’Ecole, di cui Lagrange si è sempre sentito genitore e protettore. E non si pensi che l’opposizione all’approccio storico-critico alla Bibbia fosse solo di provenienza vaticana. Lagrange denuncia anche «l’opposizione sorda della casa generalizia» del suo Ordine: «È forse la prima volta – scriveva nel 1913, quando la sua creatura intellettuale era affermata ma aveva già ricevuto le prime critiche – che io sono così nettamente approvato dal Padre generale».Già, perché solo due anni prima annotava sconsolato: «Ieri sera ero completamente scoraggiato nell’approcciare un qualunque libro biblico… Dopo 21 anni di sforzi, risultare ancora così sospetto… Ma questa mattina mi sono deciso: essere più vicino a Gesù. Nessuno studio come il Vangelo mi avvicinerà alla sua persona né mi farà gustare i suoi insegnamenti».È da segnalare, del resto, che con Leone XIII Lagrange aveva ricevuto un appoggio forte e preciso: «Quando mi ha chiamato a Roma, mi sono stupito che la crisi fosse passata così in fretta», appunta nel 1908, mentre nel 1913 ammette: «Mi accorgo che non ho mai cessato di desiderare il ritorno della simpatia come avveniva sotto Leone XIII. Questo «ritorno» si è ormai completato nel 1926, quando Lagrange confida nelle sue pagine: «Tutti mi dicono che devo scrivere una vita di Gesù», e quel «tutti» è quanto mai significativo. «Sento come ne sono indegno, come questo compito supera le mie forze… ma mi sembra di intravedere come, senza volerlo deliberatamente, tutti i miei pensieri si sono diretti dal mio ingresso in seminario verso una sorta di apologia storica della manifestazione di Nostro Signore».
Eccola qui l’espressione che compendia la vita, spirituale e intellettuale, di Lagrange: «Apologia storica». Ovvero, compresenza di studio («storica») e di fede («apologia»): «La grande ragione di credere è la ragione dei semplici – sottolineava già nel 1898 –: dall’autorità umana della Chiesa alla sua autorità divina: Dio si trova là! Ed è per questo che gli argomenti di credibilità dei dotti possono cambiare mentre quello non cambia mai».E nella sua verve apologetica, Lagrange – non dimentichiamo che siamo negli anni della demitizzazione del cristianesimo di fine Otto-inizio Novecento – non esitava ad appellarsi appunto alla storia, viva e pugnace, del cristianesimo per segnalarne la sua originalità: «Coloro i quali dicono che il cristianesimo è un seguito naturale della filosofia pagana non hanno letto gli Atti dei martiri. È qui che compare il trionfo di Cristo su una falsa saggezza: donne e bambini che hanno vinto la resistenza della natura contro la grazia».
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