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JIHADISMO: ideologia colta e razionale
Ma con i piedi d'argilla
Andrea Plebani
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Il terrore globalizzato

Esce domani in libreria Jihadismo globale (Giunti, pagine 142, euro 16), il saggio di Andrea Plebani di cui sopra abbiamo pubblicato un’anticipazione. Plebani nel suo ultimo lavoro analizza le «strategie del terrore tra Oriente e Occidente». L’autore è docente di Storia delle civiltà e delle culture politiche all’Università Cattolica di Brescia, collabora inoltre con Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) e al progetto “Conoscere il meticciato, governare il cambiamento”, promosso dalla Fondazione Oasis. Da anni Plebani è un attento osservatore del “jihadismo” e prima del suo ultimo saggio ha contribuito a La centralità del nemico nel califfato di al-Baghdadi, scritto con Paolo Maggiolini, edito da Ispi.

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Tra gli elementi alla base del successo dei movimenti jihadisti vi è una piattaforma ideologica tutt’altro che rozza o pensata per un’audience di reietti, emarginati o persone con problemi di natura psichica. Dietro a un’aura di barbarie in grado di evocare immagini che nulla sembrano aver a che fare con l’era contemporanea si cela, infatti, un messaggio capace di attirare militanti provenienti da aree, ceti sociali e background profondamente differenti. Basti pensare a Osama bin Laden, rampollo di una delle famiglie più ricche e influenti del regno saudita, a Muhammad ‘Atta, leader degli attentatori dell’ 11 settembre, o ad Anwar al‘Awlaqi, ideologo di punta della sezione qaidista yemenita, nato negli Stati Uniti. 

Da un’attenta analisi dei loro scritti e delle loro storie appare evidente come le azioni da essi perpetrate non possano essere spiegate da forme di devianza, manipolazione o da situazioni di estremo disagio sociale, ma dall’adesione a un sistema valoriale alieno al modello culturale occidentale, ma non per questo meno segnato da valutazioni razionali.

A dispetto di quanto si potrebbe pensare, il movimento jihadista è pervaso da una logica stringente che emerge in modo netto dalle dichiarazioni dei suoi principali esponenti. Quando Osama bin Laden sottolinea nelle sue dichiarazioni come i mujahidin amino la morte quanto gli occidentali amano la vita, egli non solo fa riferimento a una delle pagine più gloriose della storia islamica, ma evidenzia una profonda conoscenza del nemico, le cui società, sempre più atomizzate e segnate da un individualismo spinto agli estremi, vengono ritenute estremamente vulnerabili dal modus operandi jihadista. [...] In un mondo in cui la forma è spesso più importante della stessa sostanza, i movimenti del jihad globale hanno trovato le condizioni ideali per attuare una strategia che ha sempre considerato la battaglia sul campo e quella per i “cuori e le menti” dei loro sostenitori e del nemico come due metà inscindibili di un’unica visione. [...] A prima vista pare, quindi, di essere di fronte a un nemico invincibile destinato a giocare un ruolo sempre più rilevante all’interno del mondo musulmano e nello scacchiere internazionale. 

Le debolezze insite nel messaggio e nell’azione jihadista sono, però, molteplici e possono essere sfruttate, a patto che si accetti di passare da una strategia di breve periodo quasi totalmente appiattita sull’individuazione e distruzione (search and destroy) del nemico a un approccio più ampio e caratterizzato da orizzonti temporali lunghi. [...]

Quali sono, allora, i punti di debolezza sui quali intervenire? Paradossalmente, gli stessi che contribuiscono in misura determinante al successo dell’universo jihadista. In primis il messaggio. Seppur semplice, diretta e ancorata a basi dottrinali solide, la piattaforma ideologica jihadista dà il meglio di sé in “fase di attacco”, ma presenta limiti evidenti quando deve difendersi. Essa deve fare i conti, infatti, con autorità religiose tradizionali dotate di un seguito e di un peso specifico non indifferenti che, a dispetto del disinteresse generalmente mostrato dai media, hanno varato iniziative volte a limitare l’appeal del messaggio jihadista, condannandone con fermezza le modalità di azione. [...] La minaccia per queste formazioni non viene però solo dall ’esterno, ma anche dall ’interno. Dietro un’apparente facciata di coesione e unità, infatti, la galassia jihadista è attraversata da divisioni e linee di frattura estremamente rilevanti. La rottura tra al-Qaeida e Is sancita nel febbraio del 2014 dalla dichiarazione del leader qaidista Ayman al-Zawahiri ne è un esempio lampante, al pari della disputa che ha contrapposto Abu Muhammad al- Maqdisi ( studioso di spicco del movimento jihadista) ad Abu Musab al- Zarqawi ( fondatore di al- Qa eida in Iraq e suo allievo), prima, e ad Abu Bakr al- Baghdadi, poi [...].

Non è, pero, solo nelle delicate relazioni interne e nei rapporti con le autorità religiose tradizionali che si e palesata la vulnerabilità del messaggio jihadista, ma anche nei confronti delle formazioni fondamentaliste moderate. 

Sebbene gli anni seguiti all ’esplosione delle 'primavere arabe' abbiano sancito una nuova battuta d ’arresto per il cosiddetto 'islam politico ', il modello da esso rappresentato è ben lungi dall ’essere stato sconfessato. Per alcuni anni, anzi, è sembrato diventare il punto di riferimento dell ’intero universo islamista, tanto che molti sono stati gli analisti che hanno visto nelle vittorie iniziali dei Fratelli musulmani un vero e proprio requiem per al-Qa eida e soci. Il successo dei movimenti dell ’islam politico rappresenterebbe, infatti, una minaccia esiziale per la galassia jihadista perché attacca le fondamenta del suo messaggio (in particolare quelle relative all ’impossibilità di realizzare un cambiamento se non attraverso il jihad armato) e perché proviene da realtà caratterizzate da un retroterra culturale comune.
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