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Israele 1949: profanate le chiese cristiane 
Giorgio Bernardelli
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​Un ritratto di Moshe Sharett

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Giugno 1949, le operazioni militari della prima guerra arabo-israeliana si sono concluse ormai da qualche settimana. Tre armistizi tra Israele e i Paesi arabi sono già stati firmati, il quarto e ultimo – quello con la Siria – sta per arrivare. A Gerusalemme c’è ormai la consapevolezza che lo Stato di Israele, nato nel maggio 1948, è uscito vincitore dalla guerra per la sua sopravvivenza.  Ed è in questo preciso contesto che – in una seduta del governo presieduto da David Ben Gurion – il ministro degli Esteri Moshe Sharett prende la parola per trattare un argomento delicato. Talmente delicato da far sì che trenta righe di quel suo discorso, quasi settant’anni dopo, siano tuttora coperte dal segreto di Stato. Trenta righe che – stando a quanto riportato in un libro di testi inediti di chi le pronunciò – avrebbero a che fare con un tema tornato d’attualità negli ultimi tempi in Israele: le profanazioni delle chiese cristiane in Terra Santa. A riportare alla luce la vicenda è stato il quotidiano israeliano Haaretz, con un’anticipazione tratta dal volume che Yaakov Sharett – il figlio dell’allora ministro degli Esteri – sta per pubblicare con alcuni documenti sul 1949 tratti dalle carte del padre.
 
Il personaggio in questione è uno dei protagonisti degli albori di Israele: nato nell’attuale Ucraina nel 1894, «salito» in Eretz Yizrael giovanissimo con la sua famiglia (che fu tra quelle che fondarono Tel Aviv), Sharett fu l’alter ego internazionale di Ben Gurion. Per il movimento sionista prima e il nascente Stato di Israele poi, fu il grande tessitore dei rapporti diplomatici oltre che il successore dello stesso Ben Gurion alla guida del governo, tra il 1954 e il 1955. Oggi scopriamo che questa grande figura della storia di Israele aveva individuato nelle profanazioni delle chiese cristiane una delle ferite più gravi lasciate dietro di sé dalla prima guerra arabo-israeliana.

La scoperta è indiretta, dal momento che – come Haaretz ha avuto modo di verificare all’Archivio di Stato a Gerusalemme – le 30 righe in questione del verbale del consiglio dei ministri del 5 giugno 1949 rimangono tuttora secretate. Ma da altri documenti raccolti da Yaakov Sharett sembra più che verosimile che quel passaggio avesse a che fare proprio con le dissacrazioni compiute dai soldati israeliani.

A confermarlo è un intervento molto duro che il ministro degli Esteri in quello stesso mese di giugno tenne in una riunione del Mapai, il partito del socialismo sionista che allora dominava la scena in Israele. «Non so se sapete – disse Moshe Sharett – che in una chiesa è stata rubata una corona che è di inestimabile valore non solo per tutte le sue perle e pietre preziose, ma anche perché è un oggetto sacro. E non so se sapete che a una certa statua che si trovava nel mezzo di una chiesa è stata staccata una mano perché c’era un anello su una delle dita. Sono atti commessi da ebrei a sangue freddo e sono andati avanti per mesi. Il che è una colpa terribile». 

Sull’argomento, e con toni ancora più duri, l’esponente politico israeliano tornò una seconda volta sei mesi dopo, durante un’altra riunione di partito: «È inimmaginabile quanto è stato fatto: dissacrazioni consapevo-li, sporcizie, distruzione di simboli, furti, oggetti sacri utilizzati come legna da ardere e così via». Raccontò che – proprio a causa dei gravi danni arrecati dai militari – Israele dovette impedire l’accesso dei pellegrini cristiani alla chiesa di Cafarnao «dove la situazione è terribile ». E scenari simili si presentarono anche «nella maggior parte della chiese di Gerusalemme e in vari altri posti come Jaffa e Haifa». L’aspetto interessante di questi testi inediti non sta tanto nella notizia delle profanazioni, che erano risapute e sono purtroppo una tragica costante in molti teatri di guerra.

A colpire è piuttosto la presa di posizione fortissima di Sharett. Un giudizio che – da quanto trapela – non era guidato solo dalla preoccupazione politica del ministro degli Esteri riguardo alle possibili ripercussioni nei rapporti tra Israele e i Paesi di tradizione cristiana. Per lui impedire questi atti era un imperativo morale: «Dopo aver argomentato che lo Stato di Israele nasceva sulla base di un principio morale secondo cui il popolo ebraico ha diritto a una terra – spiega Yaakov Sharett – tutto a un tratto apparivamo come dei bulli. Erano azioni barbare per lui insopportabili».

In uno dei discorsi riaffiorati parlò espressamente di 'abusi del sacro degni di selvaggi e non di membri del popolo ebraico'. Di qui la sua linea, che fu quella di cercare accordi economici con le chiese per le compensazioni e chiudere il discorso al più presto (cercando anche di far in modo che se ne parlasse il meno possibile). Questa testimonianza storica in Israele incrocia direttamente l’attualità di oggi, per via dell’ondata di attacchi contro le chiese cristiane che va avanti ormai da alcuni anni con scritte ingiuriose sui muri e devastazioni, culminate nel giugno scorso nell’incendio che ha gravemente danneggiato la basilica della Moltiplicazione dei pani a Tabgha.

Va detto che, rispondendo al giornalista di Haaretz, Yaakov Sharett ha marcato le distanze tra i due fenomeni: «I danni alle chiese di cui parlava mio padre – ha commentato – non erano azioni guidate da odio religioso o dal desiderio di minacciare una chiesa o l’intera cristianità o dalla volontà di indurre i cristiani ad andarsene da qui, che è quanto invece sta succedendo oggi».

Si tratta di un giudizio che di fatto sottolinea ancora di più la gravità degli episodi di oggi. E porta a chiedersi se la risolutezza con cui Sharrett affrontò la questione sia la stessa messa in atto dall’attuale governo israeliano. Le autorità a Gerusalemme hanno espresso pubblicamente più volte la propria condanna e negli ultimi casi c’è stata anche una maggiore efficacia nelle indagini.

Per esempio gli autori delle scritte oltraggiose comparse sui muri della basilica della Dormizione pochi giorni fa sono stati già individuati. Ma il fatto che si tratti di due ragazzi di 15 e 16 anni chiama in causa in maniera evidente le responsabilità di chi non educa alla tolleranza: gli autori delle dissacrazioni di oggi non sono più soldati in guerra, ma giovanissimi che in alcuni casi studiano anche nelle yeshiva, le scuole rabbiniche. Posti dove oggi, forse, sarebbe molto utile far rileggere le parole chiare e inequivocabili di un padre dello Stato di Israele come Moshe Sharrett.
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