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QUELLI DEL CONCILIO / 3
Il cardinale Mejia: «Ho servito il Concilio»
Pioniere del dialogo con gli ebrei in Argentina, profondo conoscitore della cultura giudaica, compagno di studi all’Angelicum di Giovanni Paolo II, fraterno amico di Henri de Lubac e soprattutto testimone del Vaticano II. In queste frasi si può comporre la complessa biografia del cardinale argentino Jorge Maria Mejia. L’allora giovane sacerdote argentino partecipò all’assise ecumenica dal novembre del 1963: «Eravamo all’inizio della seconda sessione del Vaticano II quando, con mia grande sorpresa, giunse a casa mia monsignor Carmelo Juan Giaquinta, il quale mi portò una busta dell’arcivescovado di Buenos Aires. Si comunicava che la Segreteria di Stato mi aveva nominato esperto al Concilio. In effetti rimasi un po’ sorpreso, perché fino a quel momento mi ero occupato di altre cose, per esempio dell’importante rivista cattolica argentina Criterio. Devo dire che l’impegno al Concilio ha assorbito molte energie. Ero uno dei pochi periti latino-americani. Nella tribuna degli esperti, dove presi posto, incontrai personalità di grande rilievo. Tra queste Henri de Lubac, che avevo contattato per la mia tesi in teologia all’Angelicum, il cileno Jorge Arturo Medina Estévez, poi cardinale e prefetto della Congregazione per il culto divino, ed Egidio Viganò, destinato a divenire Rettor maggiore dei salesiani. Oltre naturalmente a un giovante teologo bavarese: Joseph Ratzinger». A incidere fortemente nella coscienza conciliare di don Mejia saranno soprattutto i documenti sull’ecumenismo Unitatis redintegratio e sulle religioni non cristiane Nostra Aetate. «Furono anni fondamentali per la mia vita di prete. Nello specifico venni incaricato di incontrare i vescovi argentini e uruguayani, con i quali avevo avuto contatti prima del Vaticano II. Ci riunivamo frequentemente e da quegli incontri vennero fuori proposte e richieste poi presentate al Concilio».

Eminenza, quale fu l’apporto dell’episcopato latino-americano al Vaticano II?
«Il contributo, come si può immaginare, fu articolato e in un certo senso polifonico. Quello che posso certo sottolineare è il grande ruolo del futuro cardinale Eduardo Francisco Pironio per il documento sull’apostolato dei laici, Apostolicam actuositatem. Ebbe un ruolo fondamentale nella stesura definitiva di questo testo. L’influsso di questo vescovo argentino era dovuto alla sua profonda conoscenza dell’Azione cattolica e del laicato nel suo Paese. Rilevante poi è stata la battaglia sostenuta in difesa della povertà nella Chiesa da parte di tutto l’episcopato argentino: chi si spese molto su questo argomento fu il giovane vescovo di Nueve de Julio, divenuto anni dopo cardinale, l’italo-argentino Antonio Quarracino. Una delle grandi discussioni portate avanti dai padri conciliari fu il ripristino, come nei primi secoli, del diaconato permanente per i laici: una battaglia molto accesa e contrastata. In quel frangente a imporsi con la sua autorevolezza pastorale fu il primate del Perù e arcivescovo di Lima, il francescano Juan Landázuri Ricketts: il suo contributo fu fondamentale per la recezione di questo documento da buona parte dei padri conciliari. Anche sulla collegialità i vescovi latino-americani si spesero a favore».

Si ricorda di qualche memorabile scontro dentro l’aula conciliare?
«Nonostante gli sforzi di Paolo VI di arrivare all’unanimità per la votazione sui documenti finali, ci furono sempre scontri anche su termini o piccole definizioni. Il clima divenne incandescente quando, ad esempio, una volta il cardinale di Colonia Joseph Frings accusò il Sant’Uffizio di un eccesso di burocrazia e di monopolio sui lavori conciliari. Fu un intervento durissimo contro Ottaviani che, preso dall’emozione, riuscì a replicare ma non con la stessa efficacia oratoria del porporato tedesco».

Scontri e discussioni che si riverberarono, a volte, sulla stesura di documenti importanti?
«Non è un mistero che gli animi furono accesi soprattutto per discussioni delicate e cruciali come l’ecumenismo o la Nostra Aetate. Strano a dirsi, si formò in quel frangente una comune lunghezza di vedute tra il "conservatore" Ernesto Ruffini e il più aperto Agostino Bea. Ma dove il Concilio fu veramente diviso, e in un certo senso lacerato nei suoi animi, fu durante la stesura della Dignitatis Humanae. Chi si spese molto in difesa della libertà religiosa fu l’arcivescovo di Chicago Albert Gregory Meyer, purtroppo morto sul finire del Concilio. E poi non posso dimenticare la pazienza infinita che sperimentò l’arcivescovo di Bruges Emiel Jozef De Smedt per arrivare a una bozza di compromesso da far accettare ai padri conciliari più riottosi: gli spagnoli e gli italiani. La circostanza mi permise anche di ammirare con i miei occhi la grande maestria diplomatica del segretario del Concilio, l’italiano Pericle Felici».

Un testo che fu oggetto di accurate osservazioni e, in molti casi, di critiche fu la costituzione pastorale Gaudium et spes.
«Durante la preparazione del documento alcuni vescovi, in particolare argentini, e io stesso eravamo preoccupati del fatto che non si tenesse troppo conto del male e del peccato nel mondo e della presenza del diavolo. Alcune nostre osservazioni vennero accolte e inserite nel documento. Ci si rese conto, soprattutto nel fase post-conciliare, dell’eccesso di ottimismo che questo testo proponeva ai fedeli, non mettendo invece l’accento sulle insidie del male e su come "molte cose non sono trasparenti". Quello che mi colpì furono le critiche del mondo protestante, con cui ero spesso in contatto: "C’è troppa apertura, troppo ottimismo in questo scritto"; ricordo la frase di un mio amico metodista: "In questo testo manca Karl Barth". Ancora oggi il tema è oggetto di attente osservazioni di molti teologi».

In quegli anni si ritrovò a frequentare il suo antico compagno di teologia all’Angelicum, Karol Wojtyla. Che cosa ricorda di lui?
«Mi torna in mente che la sua figura già si imponeva al Concilio come giovane vescovo ausiliare di Cracovia e rammento come furono accolti con favore i suoi interventi nella commissione ristretta di Ariccia, che preparò le bozze della futura Gaudium et spes. Prendevo nota di quello che lui diceva. Ricordo che fu il primo vescovo a dire che "il Concilio deve occuparsi dei giovani, delle generazioni che verranno". Da questa intuizione, a mio giudizio, egli elaborò da pontefice l’idea delle Giornate mondiali della Gioventù. Lo rincontrai durante una plenaria del Segretariato per l’unità dei cristiani, poco dopo l’elezione a pontefice, e mi salutò con queste parole: "Ecco il mio compagno di università che conosce la teologia tomistica meglio di me". Diventai rosso dall’imbarazzo. Rammento che continuò a chiamarmi solo col mio nome di battesimo, Jorge, anche quando venni creato cardinale, rammentandomi sempre che nulla della nostra antica amicizia era cambiato a causa della sua elezione a pontefice».

Oggi c’è da parte di alcuni il desiderio di mettere da parte, quasi rimuovere, il Concilio. Qual è la sua opinione a riguardo?
«Mi ritrovo nel discorso di Benedetto XVI nel dicembre 2005 e nella sua lettura ermeneutica del Vaticano II: il Concilio è una pietra miliare del magistero ufficiale della Chiesa ed ha lo stesso valore del Vaticano I, di Efeso o di altre assemblea ecumeniche convocate dai Papi. È stato un evento che appartiene alla tradizione anche dogmatica della Chiesa e ogni suo testo, dichiarazione o costituzione richiama ognuno di noi a scoprire il vero volto della Chiesa. Un evento che ha ancora tutta la sua portata profetica per i credenti e il mondo di oggi».

Filippo Rizzi
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