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Gargano, il monte sacro
Alessandro Beltrami
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Il Pizzomunno sembra una sentinella in veglia perenne. Come una spada di roccia, il bianco faraglione emerge dall’acqua all’estremo dell’arco del Gargano, davanti a Vieste. Secondo la leggenda Pizzomunno era un pescatore innamorato della bella Cristalda. Ogni giorno usciva in mare solo, e ogni volta le sirene lo attendevano al largo, ammaliate dalla sua bellezza. Ma la fedeltà di Pizzomunno era più forte delle loro voci. Al suo ennesimo rifiuto, le sirene trascinarono in mare Cristalda in attesa sulla spiaggia. Pizzomunno rimase pietrificato dal dolore. Ma, solo per una notte, ogni cento anni l’incanto si scioglie e i due giovani possono di nuovo incontrarsi.

Tutto il Gargano è terra di mistero. Lo si respira nella luce che si riflette nelle grotte che si aprono a fior d’acqua o che trapassa gli archi di roccia lungo il perimetro che da Lesina a Manfredonia disegna lo sperone d’Italia. Sorprende nella quiete della Foresta Umbra, polmone millenario che con il suo ambiente alpestre (arriva fino a 830 metri di altezza) spiazza chi pensa al promontorio solo come dominio di cielo e di mare. Qui alberi monumentali come lo Zeppino dello Scorzone, un pino di Aleppo di 700 anni, o il Patriarca, faggio di 2 metri di diametro e 40 di altezza, sembrano sfidare l’eternità. È la natura che respira all’unisono con una sacralità ancestrale che percorre e fa vibrare il suolo di questa montagna sul mare. Un’onda che dall’antichità si protrae fino al presente. È quel senso tellurico di mistero che ammanta una figura come quella di padre Pio, che nel garganico San Giovanni Rotondo visse la sua vocazione e il mistero delle stimmate.

È un sacro che esplode nelle devozioni popolari. Come nella processione del Cristo a Ischitella. Sui bordi del lago di Varano, nella chiesa della Santissima Annunziata è custodito un crocifisso in legno del XIV secolo. Dal 1509, quando cadde una pioggia miracolosa dopo una lunga siccità, ogni 23 aprile una processione si arrampica su un’altura dove è allestito un Calvario. Durante la salita i fedeli cantano antiche litanie tramandate di padre in figlio. Litanie secolari si cantano anche nella Novena di Natale a San Nicandro. Dal 16 al 24 dicembre ogni mattino alle sei i fedeli si raccolgono nella chiesa madre. Un coro di uomini intona canti in latino: sono ancora gli stessi portati dai pastori e zampognari molisani e abruzzesi che tra Sette e Ottocento si spostavano a sud per la transumanza invernale. Il rito, al cui centro è l’esposizione del Santissimo Sacramento, prevede anche il canto del Tu scendi dalle stelle, che alla vigilia si esegue alternando ogni strofa con una "passata" dell’organista nello stile della piva e un’orazione.

Tra i riti della Settimana Santa, diffusi in tutto il Gargano, il più impressionante è la processione delle fracchie, che si svolge il Venerdì Santo a San Marco in Lamis, nel cui fuoco si consumano i misteri della Pasqua e quelli di una religiosità arcaica, riti penitenziali e propiziatori. Le fracchie sono decine e decine di enormi torce a forma di cono, lunghe fino a 5-6 metri, ricavate da tronchi al cui interno si stipano rami e sterpi. Nella notte i giovani, con i piedi fasciati per proteggersi dai carboni ardenti che cadono dalle torce, le trascinano su rudimentali carretti trainati con funi e catene così da illuminare il cammino dell’Addolorata, la cui statua è portata in corteo nella processione, in cerca del figlio morto.

La devozione mariana raggiunge forse il suo apice nella processione della Madonna di Merino, a Vieste, che richiama centinaia di emigranti da tutto il mondo. Cuore è una statua della Vergine che la tradizione vuole ritrovata sulla spiaggia di Scialmarino. Gli abitanti costruirono sul luogo una cappella e presto giunsero copiose le grazie. L’immunità dalle cannonate esplose dalle navi turche e dal fuoco divampato dopo un terremoto convinsero la popolazione a trasferire l’immagine nella cattedrale, a protezione della città. L’8 maggio la Madonna viene intronizzata nella "cassa nuova", un baldacchino per la processione che ha luogo il giorno seguente. La mattina del 9, subito dopo la messa, parte il lungo corteo. La processione si snoda per le vie di Vieste storica per fare poi tappa alla "pietra della Madonna", dove avviene il cambio della "cassa", un trono più leggero portato a spalla per sette chilometri fino al santuario di Merino. Dove la Madonna resta fino a sera quando, con un percorso a ritroso illuminato dai ceri, ritorna in cattedrale. Durante l’andata la statua è rivolta verso il mare mentre al ritorno è rivolta alle campagne, a protezione delle due antiche fonti di vita del paese.

Ma la vetta di questa montagna sacra è il santuario di San Michele Arcangelo. Il sito combina insieme due dei simboli più importanti della geografia del sacro: la cima, dove terra e cielo si toccano, e la caverna, dove si manifestano le forze più profonde. Si narra che nel 490 un nobile di Siponto, Elvio Emanuele Gargano (da cui poi il nome del promontorio), ritrovò un toro fuggito dalla sua mandria, davanti a un grotta dedicata al dio Mitra. Innervosito perché l’animale non rispondeva ai richiami, l’uomo gli scagliò contro una freccia, che però gli si girò contro facendolo cadere da cavallo. L’uomo fu avvolto da una luce e un angelo guerriero gli si fece innanzi: era Michele. Tre giorni dopo, l’arcangelo apparve al vescovo di Siponto e gli annunciò che avrebbe fondato nella caverna il luogo del suo culto.
Sono le prime di tre apparizioni angeliche che hanno fatto di questo luogo, confine del mondo proprio come Compostela, una delle mete più ambite dell’Europa medioevale. Amatissimo dai Longobardi, che in Michele vedevano le caratteristiche di Odino, qui vennero san Francesco (che non osò entrare nella grotta) e, per due volte, santa Brigida di Svezia. Giunsero l’imperatore Ottone e il re Ferdinando il Cattolico che per rispetto a Michele entrarono nella grotta scalzi, Roberto il Guiscardo, Federico II di Svevia e Carlo I d’Angiò. Le porte del tempio furono geminate nelle fucine di Bisanzio. Nella grotta l’Arcangelo brandisce la sua spada. Sentinella che mai non dorme sugli spalti d’Europa.
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