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Etiopia, il Duce e la guerra delle agenzie
ROBERTO FESTORAZZI
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A ottant’anni dalla conclusione del conflitto etiopico (1935-1936), la «guerra dell’informazione» costituisce una delle pagine ancora oggi meno conosciute di quell’avventura coloniale. Furono, in particolare, gli inglesi a eccellere nella tecnica, quasi assurta a vera e propria arte, della disinformazione. 


E, tra le fonti principali di quella campagna di bugie, vi fu l’agenzia di stampa britannica Reuters. Indro Montanelli raccontò come, nel tentativo di sottrarsi alla più trita retorica di regime, Leo Longanesi ebbe uno dei suoi colpi di genio. Allo scadere del primo anniversario della fondazione dell’Impero africano, nel maggio 1937, il grande giornalista, umorista dalla battuta fulminante e al tempo direttore del neonato settimanale “Omnibus”, si lambiccava il cervello per scovare una via di fuga al diluvio di peana al Duce.


Per non accodarsi ai cantori degl’immancabili destini di gloria della nuova Roma imperiale, Longanesi spedì al Minculpop due dei suoi 'garzoni di bottega', lo stesso Montanelli e Mario Pannunzio, a procurarsi la collezione dei dispacci della Reuters. Ne sortì una sintesi, da Nobel, con il montaggio in sequenza dei lanci dell’agenzia britannica, che inventavano di sana pianta strenui 'resistenze' delle truppe del Negus all’avanzata degli italiani.


A conclusione della rassegna di solenni fanfaluche, veniva riprodotto il testo del famoso telegramma di Pietro Badoglio, letto da Mussolini, dal balcone di Palazzo Venezia: «Oggi 5 maggio alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba». L’artificio, tale da produrre una narrazione antiretorica ma non eterodossa, valse a prolungare la vita a Omnibus, su cui pendeva sempre la minaccia di sequestro, per via delle trovate del suo direttore Longanesi, fascista con una robusta vena anarchica. La faziosità della Reuters rifletteva, sicuramente, il disappunto del governo di Londra, riguardo all’impresa degli italiani in Abissinia: una posizione bene espressa dall’intransigenza del ministro degli Esteri, Anthony Eden. La «guerra dell’informazione» trovò un protagonista in Manlio Morgagni, il potente (e temutissimo) presidente dell’agenzia di stampa Stefani, al tempo megafono del regime.


Il fascistissimo Morgagni, conterraneo di Mussolini, prima di assurgere ai vertici dell’agenzia ufficiale italiana, si fece le ossa, quale amministratore e responsabile della raccolta pubblicitaria, al “Popolo d’Italia”, il quotidiano fondato dal Duce ai tempi dell’interventismo. Passerà poi alla storia, per essere stato il solo italiano a togliersi la vita, dopo l’annuncio della caduta di Mussolini, il 26 luglio 1943. Nel giugno 1936, questo boiardo dell’informazione di Stato scatenò una vera e propria 'crociata', contro gli alfieri della disinformacija. Un episodio poco noto, che ebbe luogo, durante l’assemblea plenaria delle 'agenzie alleate', ossia il consesso che raccoglieva le agenzie internazionali. Il convegno si svolse a Stoccolma e fu animato da una grande denuncia del presidente della Stefani, il quale, senza peraltro citare mai la Reuters, si scagliò contro la consorella che, dall’estate del 1935, aveva «diramato le notizie più fantastiche e incontrollate sul conflitto italo-etiopico, fornendo così la più palmare prova di un atteggiamento di propaganda contro l’Italia».


Morgagni presentò, in assemblea, una mozione, che impegnava i sottoscrittori a rispettare il principio solenne secondo cui non si sarebbe mai più dovuto ammettere che nelle notizie «diramate venga alterata e falsata la genuina veridicità dei fatti». Ma, nel suo intervento di fronte alla platea mondiale dei delegati, pur confermandosi paladino della verità dell’informazione, il presidente della Stefani incorse in uno scivolone. Nel condannare senz’appello la menzogna a mezzo stampa, parve infatti giustificare fenomeni di censura connaturati alla funzione ufficiale di un’agenzia di emanazione governativa. Ebbe a compiere infatti quest’affer-mazione che oggi ci suona alquanto pericolosa: «Ammetto che la passione abbia a portare alla soppressione di notizie sfavorevoli o contrarie ai propri interessi o alla diffusione di altre nocevoli agli interessi ed ai fini altrui, ma utili ai propri». La denuncia di Morgagni seminò lo sconcerto, suscitando un dibattito di due giorni, che vide in azione i confezionatori di giustificazioni, ad uso dei disinformatori.


Si elessero, a capri espiatori, i corrispondenti, e si addusse, a scusante, la difficoltà nel reperire fonti dal fronte abissino. Il presidente della Stefani, tuttavia, ribadì, con forza, che non si poteva mascherare con pretesti di ordine tecnico quella che era apparsa come una preordinata volontà di alterare i fatti. Così, al termine dei lavori, l’assemblea della 'agenzie alleate' votò una mozione, in cui si raccomandava agli operatori di questo delicato settore, fonte essenziale per i giornali, «la più grande prudenza per quanto si riferisce alla scelta dei loro corrispondenti che debbono lavorare con spirito di lealtà e di probità professionale». Per Morgagni, fu una grande vittoria, non priva di risvolti paradossali: un grande produttore di 'veline', si accreditava a difensore della verità dell’informazione, atteggiandosi a nemico della calunnia a mezzo stampa di una nazione contro un’altra.
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