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L'intervista
Criminali, questione di cervello
Questione di cervello
Andrea Lavazza
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Siamo “punitori naturali”. Il nostro senso di giustizia incorpora di solito un’innata tendenza alla “retribuzione”, ovvero a ritenere che sia doveroso punire – in forme varie e, oggi, possibilmente “umanitarie” – chi si macchia di delitti e gravi reati. Ma quest’idea, che le interpretazioni evoluzionistiche riconducono all’utilità della pena per la cooperazione in società, è sempre più contestata dal punto di vista filosofico. Non merita di essere punito chi agisce sotto costrizione – non va in prigione il cassiere di banca che apre il caveau ai banditi armati. E secondo numerosi pensatori, soprattutto di orientamento analitico, questa sarebbe in realtà la condizione di tutti noi. Non siamo davvero liberi nel nostro agire o, comunque, il caso ha un peso tale nelle vicende umane che la responsabilità delle azioni compiute dovrebbe essere molto spesso attenuata. E, dunque, anche la punizione non sarebbe più giustificata. Ma non ci sono soltanto gli argomenti teoretici. Ciò che, su erronee basi scientifiche e con esiti eticamente inaccettabili, sosteneva già nell’Ottocento Cesare Lombroso, è oggi la nuova frontiera della cosiddetta neurocriminologia. E di essa è un pioniere Adrian Raine, psichiatra e criminologo di origine inglese, docente presso l’Università di Pennsylvania, che da decenni studia le basi biologiche della violenza e che ha riassunto le sue ricerche e le loro applicazioni alla giustizia penale in un volume ora tradotto in italiano, L’anatomia della violenza.

Professor Raine, le sue ricerche pionieristiche hanno fatto compiere un salto alla neurocriminologia. Che cosa sappiamo delle basi biologiche della violenza? E che cosa dobbiamo aspettarci?
«Ciò che oggi sappiamo con maggiore certezza riguarda il fatto che il crimine non è provocato soltanto da un ambiente sfavorevole, dove per ambiente si intende i genitori, l’abitazione, il vicinato... Il crimine è causato anche da un cattivo funzionamento del cervello a livello biologico. Si tratta di un’idea che è stata contrastata dagli scienziati sociali, ma non sembra vi siano più dubbi, almeno dal punto di vista scientifico, sul ruolo della biologia nella genesi del crimine. Siamo però all’inizio. La sfida più importante per il futuro sta nell’individuazione dei processi sociali che danno origine al cattivo funzionamento cerebrale e all’espressione genetica “anoma-la”, entrambi alla base del comportamento criminale. La biologia non è un destino già scritto. Possiamo intervenire sulle basi biologiche del crimine se facciamo ricorso a u- na nuova scienza, la neurocriminologia, che è potenzialmente rivoluzionaria».

Ci può raccontare un caso esemplare che lei ha studiato in questi anni?
«Mi viene subito alla mente la vicenda di Donta Page, un giovane afro-americano che violentò e uccise brutalmente una ragazza bianca. Un delitto efferato, a sangue freddo. L’avvocato difensore si mise in contatto con me per una valutazione psichiatrica. Sottoposi Page a una risonanza magnetica cerebrale e confrontai poi i suoi dati con quelli di 60 soggetti non violenti. Emerse un funzionamento meno efficiente delle regioni frontali, la zona del cervello che controlla i picchi emotivi e regola il comportamento impulsivo. Al processo sostenni che l’imputato non poteva contrastare il funzionamento meno efficiente delle regioni frontali e che esso era, con buona probabilità, dovuto a un ambiente familiare fortemente deprivato: padre assente, madre distaccata, povertà, malnutrizione e abusi fisici e sessuali. Il fatto che un cattivo funzionamento delle regioni frontali del cervello possa aumentare la probabilità di diventare violenti – come cominciai a mostrare 20 anni fa studiando alcuni assassini con il brain imaging – è ormai un dato consolidato».

Lei scrive che già a tre anni di età è possibile individuare la predisposizione a comportamenti aggressivi. E che si può intervenire con procedure poco costose...
«I bambini malnutriti, come indicano gli studi condotti dal mio gruppo, sono maggiormente esposti alla possibilità di commettere crimini violenti. Inoltre, influisce negativamente sul cervello vivere in un ambiente deprivato. Ma tutto ciò si può cambiare. Abbiamo provato a modificare per 24 mesi l’ambiente in cui sono cresciuti bambini fino ai tre anni: abbiamo dato cibo migliore, fatto svolgere più esercizio fisico e fornito maggiori stimoli cognitivi. Si è poi messo a confronto il grado di sviluppo raggiunto da questo gruppo con quello raggiunto da un gruppo di controllo che era rimasto in un ambiente deprivato. Il risultato è che i bambini che hanno vissuto in un ambiente complessivamente arricchito, 8 anni dopo, manifestano un miglior funzionamento cerebrale e un grado più alto di attenzione. All’età di 23 anni, due decenni dopo, il gruppo “privilegiato” registra, nel suo complesso, il 34% in meno di crimini commessi».

Sono di particolare interesse alcuni studi che lei ha condotto a Mauritius. Ce li può illustrare brevemente?
«Abbiamo studiato 1.795 bambini di tre anni in un ambiente omogeneo. Ciò che è emerso sono alcuni indicatori biologici, i cosiddetti marker, che sembrano in grado di predire, almeno a livello di gruppo, una tendenza a commettere crimini violenti. Si tratta del battito cardiaco a riposo e della quantità di sudorazione prima di subire una punizione annunciata. Sono marcatori che manifestano mancanza o un livello più basso di paura rispetto alla media della popolazione».

Avremo scenari alla Minority Report, il famoso film con Tom Cruise in cui si potevano prevedere i delitti e arrestare le persone prima che li commettessero?
«Stiamo aumentando la conoscenza a nostra disposizione. E scopriamo quali fattori sociali, psicologici, biologici e genetici presenti già nell’infanzia possono condurre a mettere in atto comportamenti violenti. Certamente, sarebbe un’enorme compressione delle libertà civili catturare e tenere in detenzione una persona per un crimine che non ha ancora commesso. D’altra parte, se sappiamo – in base ai marker di cui si è parlato – che alcuni giovani hanno un’alta probabilità di delinquere, potremo restare inerti e assistere all’uccisione di vittime innocenti? Si tratta di un dilemma lacerante, che dovremo affrontare».

Il rischio maggiore sembra quello di trattare le persone come macchine guaste, senza la dignità che viene attribuita anche ai condannati, che possono sempre pentirsi e reinserirsi
nella società.
«Siamo chiamati a fare i conti con i dati di fatto che le neuroscienze ci propongono. E la scienza ci dice che non siamo così speciali come ci piace considerarci. Siamo il punto d’arrivo di complesse catene causali e dobbiamo prenderne atto. Sorgono così domande decisive su come agire rispetto al crimine, domande che non si potranno eludere». 
 
Il Brain Forum a Milano. L’anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine è la summa della ricerca dello psichiatra Adrian Raine in tema di neurocriminologia applicata. Il volume (pagine 544, euro 28,00) sarà in libreria dal 3 marzo per i tipi di Mondadori Education/Università e in concomitanza con l’uscita della traduzione Raine verrà nel nostro Paese per alcune conferenze. In particolare, terrà una lectio magistralis al Brain Forum 2016, dedicato a “Cervello e violenza”, che si svolge a Milano, presso il Teatro Parenti, il 7 marzo alle ore 18 (ingresso libero fino a esaurimento dei posti; www.brainforum.it). L’evento, organizzato da Viviana Kasam, presidente di BrainCircleItalia, farà anche dialogare lo studioso della University of Pennsylvania con alcuni scienziati, filosofi e giuristi italiani: Edoardo Boncinelli, Giulio Giorello, Marco Marchetti, Alberto Oliverio e Amedeo Santosuosso. Modera Armando Massarenti.
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