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Chiese dismesse fra danza e biliardo
Leonardo Servadio
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Vi arrivano turisti e intenditori per gli assaggi di whisky e birre. Si danno cene e feste di ogni genere, a tema (“giochi gaelici”, il “castello di Dracula”...) e per ogni occasione: Natale, capodanno, carnevale, fine dei corsi accademici, compleanni. Sta nel centro di Dublino e si chiama “The Church”: sarebbe St. Mary’s Chuch of Ireland. Costruita all’inizio del ’700, vetrate ogivali neogotiche ben conservate, un portale neoclassico. Dentro, un imponente organo domina il coro che corona la navata il cui centro è il bancone del bar. Il sagratello si chiama beer garden: ha fioriere e tavolini per le consumazioni all’aperto. Nell’ampia cripta, un night club ospita balli scatenati sotto luci stroboscopiche. Chiusa negli anni Sessanta, la chiesa fu acquistata da un privato nel 1997 e otto anni dopo adibita a pub, con annessi e connessi. 


È considerata «di interesse storico» dal ministero per i beni culturali. Non è un caso isolato. In Europa come in America, il fenomeno delle chiese vendute e destinate a scopi estranei al culto si è ampliato perché, dove più, dove meno, è diminuito il numero dei praticanti, anche a causa delle trasformazioni delle strutture urbane (per esempio, meno famiglie vivono nei centri storici, dove invece abbondano uffici e negozi). In Gran Bretagna alcune agenzie immobiliari offrono con squillanti annunci ex chiese come «abitazioni da sogno» di «valore storico», in alcuni casi con «incluso terreno adibito a cimitero », con vetrate gotiche e campanili, ben restaurate «incluso l’altare».


Ex cappelle adatte a una singola famiglia, basiliche adatte a resort o grandi ville. Il “Daily Telegraph” annuncia “Stuning Religous Properties for Sale!” anche sul continente: un monastero nelle Marche, un’abbazia cistercense del XII secolo in Normandia. Negli USA una catena di night club recentemente chiusa, Limelight, aveva il suo fiore all’occhiello in un’ex chiesa “Gothic Revival” di Manhattan. E a Denver (Colorado) un night club anch’esso chiamato “Church” si propaganda con trionfante sfregio: «Costruita nel 1865 questa ex chiesa ora accoglie adoratori del ballo». Il problema è noto da tempo. Già nel 1992 la Conferenza episcopale italiana si pronunciò al riguardo nel documento «I beni culturali della Chiesa in Italia. Orientamenti».


Lo stesso la Conferenza episcopale tedesca nel 2002. Le indicazioni seguono una linea coerente: le chiese sono nate come espressione di identità di una comunità locale che si riconosce nella fede condivisa. Vanno mantenute il più possibile vicine al loro intento originario: se destinate ad altri scopi, che siano di interesse generale, al servizio della comunità. Ma qualcosa non ha funzionato. E recentemente l’allarme s’è diffuso ben oltre i confini delle Chiese. Organi di stampa di orientamento radicalmente estraneo al culto hanno manifestato preoccupazione: molti si rendono conto che tutta la società corre il rischio di perdere qualcosa di sostanziale per l’identità, la cultura, il senso di continuità storica. Già nel 2013 il tedesco “Der Spiegel” lamentava che in Germania in pochi anni erano state demolite decine di chiese.


E un anno fa il “Wall Street Journal” pubblicava un lungo articolo di Naftali Bendavid per avvertire che la Chiesa d’Inghilterra sta chiudendo 20 chiese all’anno, in «Danimarca circa 200 chiese sono divenute inagibili... e in Olanda si ritiene che nei prossimi dieci anni saranno chiuse 1600 chiese cattoliche e altre 700 protestanti». Un esempio: la chiesa olandese di St. Joseph ad Arnhem è divenuta centro sportivo sotto la tutela del Comune; ma il suo cospicuo volume richiede spese altissime per il riscaldamento e la manutenzione. Il rischio è che possa essere venduta a un privato o abbattuta. In Italia il problema è meno grave che altrove, ma c’è. A Milano troviamo una chiesa, Santa Teresa, divenuta biblioteca massmediale; un’altra, in via Piero della Francesca, è ora un dancing. Ad Asti quella che era San Giuseppe è una sala da biliardo.

A Genova, Santa Sabina è diventata una banca. Si trovano ex chiese divenute ristoranti, gallerie d’arte, studi professionali, sale comunali: un po’ ovunque. Altre ancora, soprattutto nei luoghi abbandonati di campagna o montagna, pian piano vanno in rovina. 


Ora l’Ufficio nazionale Beni Culturali della Cei si prepara a un incontro sull’argomento e il suo direttore, don Valerio Pennasso spiega: «L’esperienza insegna che quando si aliena un edificio di culto non v’è modo di garantire che mantenga una destinazione coerente con la sua origine. Anche ove sia ceduto a un’amministrazione comunale, rischia di divenire sala per celebrare matrimoni civili: e questi, dato il senso dell’architettura, si ammanterebbero di un che di equivoco. Perciò dobbiamo mantenere la proprietà anche delle chiese non più in uso, e trovare modi che consentano di gestirle con attività degne, per esempio per l’ospitalità o per fini museali o comunque culturali». Le chiese sono il cuore delle città. E senza cuore neppure le città possono vivere.
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