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Giusta, santa, inutile. La Grande Guerra e i cattolici
Marco Roncalli
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Il centenario della Prima guerra mondiale continua ad offrire occasioni di approfondimento su posizioni, pronunce, figure, che, mosse dalle vicende belliche, hanno segnato la storia del ’900 ben oltre l’inizio del secolo. Soprattutto quanto attiene alla “sfera religiosa” nella sua commistione con la “cultura della guerra” è oggetto di studi continui, anche in chiave comparata, sull’ atteggiamento delle confessioni e religioni coinvolte nell’evento. Perché se è vero che la Grande Guerra non fu un conflitto di religione, ognuno dei Paesi belligeranti sosteneva comunque di avere Dio dalla propria parte, e religione e nazionalismo – non senza contraddizioni – vissero in simbiosi. Questo accadde anche  in Italia dove si udiva più forte la voce di Benedetto XV nei suoi appelli invocanti la pace universale e non la vittoria di uno schieramento.

Ora, con La Chiesa italiana e la Grande Guerra (Morcelliana, pagine 194, euro 16,00) Daniele Menozzi introduce e raccoglie contributi di alcuni specialisti che, documentando i comportamenti nel conflitto dei cattolici del Belpaese – tra indicazioni della Santa Sede e dell’episcopato italiano, obbedienza all’autorità costituita e subordinazione dell’ amor patrio alla religione – ricompone un quadro complesso che è pure di “teologia politica”, non estraneo al confronto della Chiesa con la modernità.

Così tra ragioni e condizionamenti, sentimenti e interpretazioni (ad esempio il conflitto come punizione divina), seguendo il filo di tre sintagmi-chiave che ne sintetizzano gli atteggiamenti – guerra giusta, guerra santa, inutile strage – queste pagine incrociando fatti, documenti, schemi ermeneutici, evidenziano come nel corso della Grande Guerra l’apparato concettuale, ereditato dall’antica riflessione cristiana su pace e guerra, si sgretolò.

E, anche in Italia, si manifestò la tendenza a non solo legittimare la violenza bellica, ma persino a giustificarla in termini religiosi. Sino, talvolta, a sacralizzarla. Ne rende conto in particolare il contributo di Maria Paiano attraverso lo studio delle preghiere fiorite durante la guerra dove la causa italiana, definita come santa, prese caratteri di crociata. 

Oppure quello di Sante Lesti che rivela come persino nei classici “santini” i testi del papa venissero inseriti tra preghiere di antitetico contenuto semantico, integrate in contesti iconografici tributari di una cultura di guerra che li alteravano. Tutto questo – osserva Lesti – in un quadro di contiguità teologica e culturale fra l’insegnamento di papa Della Chiesa e quello delle Chiese nazionali: nelle premesse e nelle argomentazioni, mai però negli obiettivi, considerando l’orientamento sempre “per la pace” del primo e quello “per la vittoria” delle seconde, e sottolineando che gli appelli papali erano destinati ai governi, non ai fedeli, rivolti ad aprire negoziati politici, non a sciogliere la coscienza dei credenti dall’obbligo di obbedire alle autorità.
 
Nel volume curato da Menozzi, oltre al saggio di Matteo Caponi sui nuovi problemi legati all’uso di armi sempre più micidiali e alla tutela dei civili, decisamente interessante – nel suo valore paradigmatico – il profilo di Filippo Crispolti ricostruito da Matteo Baragli a partire dall’archivio di questo esponente del movimento cattolico che in ossequio alla Santa Sede rifuggì da qualsiasi divinizzazione della causa nazionale, consapevole però che la partecipazione alla guerra dei cattolici sarebbe stata considerata il banco di prova per una piena integrazione in quello Stato italiano debitore pure dei loro sacrifici.
 
A Baragli non sfuggono poi le discrepanze fra i discorsi diffusi sulla stampa da Crispolti e i contenuti delle sue lettere personali, sino a porre il tema della differenza fra pronunce pubbliche e private affrontato anche da Marcello Malpensa valutando i registri del vescovo Guido Maria Conforti: nelle missive ai suoi preti in trincea (dove si affaccia la percezione dell’incompatibilità tra fede cristiana e violenza bellica) e nei discorsi pubblici (segnati da accenti patriottici a marcare il dovere della guerra giusta).

Conclude il volume il saggio di Giovanni Cavagnini sull’icona di Giosuè Borsi tra dopoguerra e fascismo: dall’analisi della storia e del mito dello scrittore convertito al cattolicesimo e caduto sul Carso nel 1915, emblema di conciliazione fra fede e patria senza cedimenti al nazionalismo, alla successiva politicizzazione da parte del fascismo che lo trasformò nel santo martire morto per una Italia più grande.

Un’immagine esplosa fra il ’29 e il ’40 ma poi caduta; col crollo del regime e insieme ai tentativi per avvalersi del suo esempio in chiave trionfalistica per la Chiesa.

Come afferma Menozzi, «le vicende storiche successive testimoniano quanto sia difficile convogliare il sacro, evocato anche solo a scopi politici, all’interno dei parametri posti dall’esigente lezione evangelica sulla fraternità tra tutti gli uomini indipendentemente da ogni barriera frapposta all’ unità del genere umano».
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