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Merton-Montini, carteggio dell’amicizia
MARCO RONCALLI
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«Continuerò a pregare che Dio Onnipotente possa benedire i Suoi studi e occupazioni con un ricco raccolto di frutto spirituale tra i Suoi lettori»: così il 23 giugno 1949 Giovanni Battista Montini nella sua prima lettera a Thomas Merton (alias padre Louis), ringraziandolo per l’invio di Seeds of Contemplation (Semi di contemplazione), edito in Italia da Garzanti due anni dopo. Sboccia con questo messaggio lo scambio epistolare tra il futuro Paolo VI, in quel periodo sostituto della Segreteria di Stato, e il monaco inquieto, allora in crisi per il desiderio di una maggior solitudine, tanto da voler lasciare i trappisti per farsi camaldolese. Si tratta di una quindicina di testi, nove inediti e sei tradotti per la prima volta in italiano, che abbracciano circa vent’anni – dal ’49 al ’68 – rivelandosi specchi delle differenti sensibilità dei due corrispondenti, ma pure dell’intento che li accomuna nella ricerca del bene dentro ogni relazione.


E, come osserva Mario Zaninelli che pubblica questa corrispondenza sull’ultimo numero del Notiziario dell’Istituto Paolo VI: «Da questi due uomini di spiritualità, figli del loro tempo storico, emerge, dunque, una vita comune di interesse, che potrebbe risultare un cammino da intraprendere per un approfondimento più concreto, oltre che contemplativo, del nostro modo di vivere la fede» «Affido me stesso e il mio lavoro alle Sue preghiere e a quelle dei Suoi amati Scolastici», scrive Montini a Merton il 28 marzo ’53.


E, il 25 aprile ’55, ecco il monaco cogliere l’occasione dell’invio del suo ultimo libro ( No Man is an Island, Nessun uomo è un’isola), non solo per rinnovare al neo arcivescovo di Milano il suo attaccamento («La ricordo nelle mie preghiere ed è spesso nei miei pensieri»), ma per renderlo partecipe del suo desiderio di passare dal Monastero di Nostra Signora del Gethsemani ad una Comunità Camaldolese: chiedendogli un aiuto innanzi alla contrarietà dei suoi Superiori (una situazione della quale Montini era già informato attraverso un comune amico, dom Anselmo Giabbani, al tempo priore generale dei camaldolesi. A ben vedere, però, questa lettera più che l’esplicita richiesta di un intervento , sembra quasi delineare quella di un discepolo al proprio padre spirituale nello sforzo di discernere una via di uscita corrispondente non solo alle proprie attese, ma pure ad una volontà superiore.


Ed è proprio la risposta di Montini dalla quiete dell’Eremo di San Bernardo in Gussago (Brescia), a confermarlo. Nello scritto vergato il 20 agosto ’55 l’arcivescovo di Milano espone le ragioni per cui, a suo parere, il trappista non debba lasciare il suo monastero: rendendo conto dei veri bisogni della vita contemplativa, manifestando stima allo scrittore trappista, riflettendo sul bisogno di amare e servire le forme imposte dalle vicende e concludendo «salvo meliore judicio– a me sembra che il Suo posto di santificazione sia quello dove Ella si trova: lì può avere solitudine, silenzio, pace e fervore, e di lì può dare a tante anime quello che Dio ha dato a Lei: l’incontro interiore con Lui» (si vedano in questa pagina ampi stralci delle due lettere appena citate). 


La risposta di Merton – quasi un esame di coscienza – arriva presto: l’1 ottobre ’55 segnata da una certa risolutezza nell’affrontare il passo desiderato, ma pure dalla condivisione del giudizio di Montini sul fatto che non esiste la comunità perfetta: ' «Potrebbe essere che Dio stia chiedendomi di accettare questo scenario caratterizzato da molti aspetti che mi sembrano eminentemente indesiderabili». Poi una riflessione interessante sul significato di essere missionario dalla sensibilità Europea: «Se è vero che un missionario deve sacrificare la sua terra di provenienza e il suo ereditario atteggiamento per adattarsi ad una nuova terra e adottare il punto di vista di quelli tra i quali è stato mandato, è altrettanto vero, forse, che Dio mi chieda la piena accettazione degli aspetti religiosi Americani, anche se questi possono sembrare in molti modi superficiali e stupidi – specialmente da quando mi sento del tutto mezzo Americano per sangue e Americano per nazionalizzazione».


Quindi Merton procede scusandosi per quanto ha compiuto negli ultimi anni ed esprime parole di umiltà. Di fatto una marcia indietro: «Ora sono abbastanza convinto che Dio non voglia che io divenga camaldolese», scrive il 18 ottobre ’55, al padre generale dom Gabriel Sortais, comunicandogli la sua rinuncia definitiva all’uscita dai trappisti. Forse più dei consigli di Montini o, assieme a questi, potrebbero aver influito altri fattori. Come l’elezione del confratello Walter Helmstetter, ad abate di Nostra Signora di Genesee, a Piffard, e la nomina seguente di Merton a Maestro dei novizi in sua sostituzione.


Passano gli anni. Il 18 giugno ’63 alla vigilia del nuovo conclave dopo la morte di papa Roncalli (con il quale pure aveva corrisposto per lettera) Merton annota sul suo diario: «Dubito molto che possano trovare uno così bravo quanto Papa Giovanni. Tuttavia, tra gli 82 Cardinali ce ne deve essere uno bravo [...]. Non faccio molte congetture. Mi piacciono i Cardinali tedeschi ma non hanno possibilità. Mi piace il Cardinal Montini ovviamente... e non rimarrei sorpreso se fosse il prossimo Papa». La corrispondenza riprende proprio con l’elezione di Paolo VI, voti augurali seguiti da una richiesta di aiuto al neopontefice affinché indichi ai suoi novizi la via per «divenire veri monaci contemplativi, uomini di Dio, totalmente dedicati all’amore e alla contemplazione di Gesù Cristo, e profondamente attenti, nello stesso tempo, a tutti gli interessi della Sua Chiesa in questi tempi tribolati».
 

Poi però il monaco non nasconde al papa le sue preoccupazioni: la pace nel mondo, la giustizia, la carità, i diritti degli afroamericani. Torna sul tema in altre lettere ,quella del 6 febbraio ’64 , del 16 maggio ’65, o del 15 ottobre ’65 (laddove afferma anche: «Ci sono ancora troppi Cattolici in America che si immaginano come deputati dal Signore a sterminare i Suoi nemici con una crociata nucleare. Non sanno “di quale spirito essi sono”...». Sino all’ultima il 4 giugno ’68, pochi mesi prima della sua morte. Quando basta per seguire l’ultimo tratto di un percorso in piena adesione alla radicalità del Vangelo. Un percorso interrotto in un bungalow di Bangkok dove Merton si era recato per un convegno e dove un banale incidente domestico il 10 dicembre ’68 fermò i suoi pensieri.
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