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INTERVISTA
Brague: XXI secolo,
fine dell'uomo?
Daniele Zappalà
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Con il saggio Le Propre de l’homme. Sur une légitimité menacée (Ciò che è Proprio all’uomo. Su una legittimità minacciata), appena pubblicato in Francia da Flammarion, il celebre filosofo Rémi Brague ha aggiunto un nuovo tassello alla propria critica delle derive contemporanee di stampo "antiumanista", venate talora di nichilismo o di un relativismo radicale. Per il pensatore, docente a Parigi e a Monaco di Baviera, anche nel contestatissimo progetto di legge socialista francese sulle nozze e adozioni omosessuali, risuona in parte un più generale processo di fondo che, soprattutto in Europa, tende a svalorizzare la legittimità umana.
Nel suo ultimo saggio, lei rintraccia la storia di una minaccia di lungo corso contro la nostra concezione tradizionale di ciò che è "umano". Da dove proviene questa minaccia?
«In ultima istanza, paradossalmente, proviene dal successo stesso del progetto umanista, nella sua ultima tappa. Non quella che sottolineava la dignità dell’uomo, nella Bibbia, nei Padri della Chiesa e nei pensatori medievali, poi nel Quattrocento. Ma già un po’ in quella che lo lanciava alla conquista della natura, con Francis Bacon. Poi, certamente, in quella che non tollera nulla di superiore all’uomo: né natura, né angeli, né Dio. Ma in tal modo, l’uomo è privato di qualsiasi punto di riferimento. L’uomo non può più sapere se è un bene continuare a esistere e dunque se occorre proseguire l’avventura umana assicurando la riproduzione della specie».
Questa minaccia soffia sul nostro collo pure in quest’inizio di millennio?
«Eccome! È persino più presente che mai. Vi è innanzitutto la presenza di mezzi del tutto concreti per farla finita con l’umanità: le armi nucleari e biologiche, l’inquinamento terrestre e infine, più discretamente, l’inverno demografico. Quest’ultimo colpisce soprattutto le regioni più sviluppate, più istruite, più democratiche. Nel peggiore dei casi, rischia di prodursi l’estinzione pura e semplice della specie, o almeno una sorta di selezione fra le più stupide. Vi è poi il sogno di un superamento dell’umano, che è vecchio almeno quanto Nietzsche. Oggi, questo sogno di un "superuomo" è rafforzato dai progressi della biologia. Infine, c’è un dubbio dell’uomo su se stesso. L’uomo non sa più troppo bene se si distingue radicalmente dall’animale. E ancor meno se vale davvero di più. Una certa "ecologia profonda" sogna di sacrificare l’uomo alla Terra, assurta a una sorta di divinità».
Quali attori sociali o fattori agiscono per cancellare la distinzione fra ciò che è umano e ciò che non lo è?
«Il mondo scientifico ha perfettamente ragione quando cerca le tracce del pre-umano nell’uomo, o, al contrario, le prefigurazioni di comportamenti umani, ad esempio in certi grandi primati. Sarei invece più severo verso i divulgatori che sghignazzano con gioia malevola: "Vedete, in fin dei conti, non siete altro che arrivisti, delle scimmie che hanno avuto fortuna!". Fin dalla Prima guerra mondiale, degli autori influenti hanno attaccato l’idea di "umanesimo". Penso ad esempio al poeta russo Alexandr Blok, che ha inventato la parola "antiumanesimo". Negli anni Sessanta, in un clima intellettuale già preparato dalla Lettera sull’umanesimo di Heidegger, Louis Althusser e Michel Foucault, a un livello di profondità ben diverso, hanno attaccato, per ragioni diverse, ciò che chiamavano "umanesimo", senza del resto troppo definirlo».
Disponiamo di sentinelle di fronte a quest’offensiva silenziosa?
Al mio modesto posto, spero di essere uno fra loro. Ma mi guardo pure dai miei amici, i miei "alleati oggettivi". Poiché vi sono fra loro figure maldestre che tuonano contro l’antiumanesimo senza dire precisamente perché occorre difendere l’umano. Vi sono quelli che lottano per i diritti umani, il che è un’ottima cosa, ma che sono incapaci di spiegare perché l’uomo ha dei diritti. Vi sono poi coloro che non tengono affatto in considerazione ciò che vi è di vero nella protesta ecologica e nella preoccupazione di rispettare le altre creature».
Fino a che punto, il dibattito in corso in Francia attorno al progetto di legge Taubira sulle nozze e adozioni omosessuali è in risonanza con la sfida di fondo che lei analizza?
«Fino a un certo punto. La maggioranza dei difensori della legge sono animati da buoni sentimenti, come il desiderio di uguaglianza o la compassione verso persone a lungo disprezzate. Ma la legge ha una sua logica interna. Autorizzare l’adozione per le coppie omosessuali, dunque necessariamente non feconde, conduce inevitabilmente alla procreazione artificiale (detta "assistita dalla medicina") e all’affitto dell’utero (chiamato "gravidanza surrogata"). Il bambino diventa in tal modo un oggetto che si fabbrica e compra, un bene di comodo al quale si "ha diritto". Ciò conduce a cancellare la differenza non fra l’umano e l’animale, ma fra le persone e le cose. I nostri socialisti (che di fatto occorrerebbe chiamare "societalisti" come ormai in uso in Francia, si distingue qui fra chi auspica riforme sociali, per la società, e chi promuove "riforme della società", ndr) marciano così verso il trionfo estremo del capitalismo: l’uomo divenuto merce».
Per lei, delle nuove articolazioni fra la ragione, da un lato, e un sentimento al contempo umanista e religioso, sono possibili...
«Più che possibili, sono necessarie, se l’umanità vuole innanzitutto sopravvivere. E poi, se vuole restare davvero umana, cioè razionale. Lanciare appelli alla natura o all’istinto per assicurare l’avvenire dell’umanità, affidare all’irrazionale il destino del cosiddetto "animale razionale", è una dimissione della ragione, un autentico tradimento della filosofia».
Siamo ben attrezzati, per così dire, per elaborare un "pensiero del Bene"?
«Possiamo cominciare attingendo alle fonti della nostra cultura. Ho concluso il mio libro con una meditazione dal primo racconto della creazione nella Genesi, al termine del quale Dio dichiara che ciò che Egli ha fatto è "cosa molto buona". Si potrebbe pure invocare il platonismo con la sua "Idea del Bene". Ma occorrerebbe ripensare tutto ciò in profondità, per poterlo riproporre con qualche speranza di convincere».
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