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Bambini deportati: i figli dell'IMPERO
Alessandro Michelucci
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​In memoria del piccoli "rubati"
Il muro di silenzio dietro cui si era nascosta la tragedia dei bambini britannici si è ormai sgretolato. Lo dimostrano numerose iniziative. Oltre alla mostra di cui sopra, per esempio, Gordon Lynch ha scritto Remembering Child migration: Faith, nation-building and the wounds of charity (Bloomsbury 2016), il primo libro che esamina il caso britannico insieme a quello simile verificatosi negli Stati Uniti. Infatti dal 1850 al 1930 200.000 bambini svantaggiati – insieme a molte migliaia di adulti – furono costretti a emigrare soprattutto dalla costa orientale (erano gli anni in cui si stavano sviluppando grandi città come Boston e New York) agli Stati occidentali. I loro viaggi si svolgevano sui treni detti appunto orphan trains, ma in realtà non tutti i bambini erano orfani: molti erano figli di prostitute, di genitori alcoolizzati, eccetera.

Alla mostra londinese è associato il Cd The ballads of child migration, una bella raccolta di canzoni originali scritte da alcuni dei principali esponenti del folk britannico e irlandese, fra i quali John Doyle, Jez Lowe e Julie Matthews. Anche il teatro ha dato eco alla vicenda: nello scorso dicembre il Bush Theatre di Londra ha messo in scena Forget me not dell’australiano Tom Holloway, interpretato magistralmente da Russell Floyd. (A.Mich.)

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Edward Gamsley, Mary Simpson, Clara Park, Cyril Lord: sono i nomi dei 4 bambini che la foto in bianco e nero ritrae l’uno accanto all’altro, ciascuno con una grossa valigia. Sono appena arrivati a Molong, cittadina dell’Australia orientale a 300 km da Sydney e la loro destinazione finale è la Fairfield Farm School, dove li attende una vita di lavori faticosi, solitudine, violenze fisiche e psicologiche. È il 23 aprile 1938. È solo una delle tante fotografie esposte nella mostra On Their Own: Britain’s Child Migrants, attualmente allestita al Museum of Childhood di Londra, dove sarà visibile fino al 12 giugno.

La rassegna fa parte di un ampio programma ideato da Gordon Lynch, docente di Teologia moderna all’Università del Kent, per far conoscere una tragedia dimenticata. Per capire di cosa si tratti, anche noi dobbiamo risalire all’inizio del XIX secolo. All’epoca Londra ha una popolazione che tocca il milione ed è la città più popolosa del pianeta. La capitale britannica sta già percorrendo la strada che la trasformerà presto in un centro politico, commerciale e finanziario di rilievo mondiale. Nascono fra l’altro la Royal Academy of Music (1822), il tratto ferroviario London-Brighton (1841) e la metropolitana (1863). Al tempo stesso, però, le strade pullulano di bambini poveri dediti all’accattonaggio e al furto. La loro presenza rappresenta un ostacolo alla modernizzazione: nasce così il Child Migration Scheme, il programma governativo che regola la loro emigrazione forzata.
 
Dagli anni Cinquanta dell’Ottocento agli anni Settanta del secolo successivo il governo britannico costringe oltre 130.000 bambini a emigrare in Australia, Canada e in altri Paesi del Commonwealth.

La loro età varia dai 3 ai 14 anni; una minima parte è costituita da orfani, mentre molti vengono da famiglie povere che non possono mantenerli. Sperando che questa emigrazione forzata garantisca ai bambini un futuro migliore, alcune organizzazioni umanitarie sostengono l’azione governativa convincendo le famiglie ad accettare il distacco e organizzando i viaggi.

In realtà Londra ha anche un altro obiettivo, quello di popolare le colonie e fornirle di manodopodera a basso costo: i bambini vengono infatti costretti a fare lavori di vario genere. In questo modo si dovrebbe consolidare la «cittadinanza imperiale» ( imperial citizenship) teorizzata da Thomas Sedgwick, secondo il quale spostarsi dalla Gran Bretagna alla Nuova Zelanda dovrebbe diventare normale come trasferirsi dalla Cornovaglia al Galles. Strappate alle famiglie e catapultate in luoghi estranei, queste vittime innocenti reagiscono in modi diversi: alcuni riescono a trovare un lavoro e a costruirsi una famiglia, ma alcuni non reggono e scelgono il suicidio.

Pochi vengono inseriti in contesti familiari accoglienti; la maggior parte viene rinchiusa in istituti per orfani, dove subisce violenze fisiche e psicologiche. I traumi che ne derivano sono gravissimi. Questa pratica disumana viene criticata, ma continua fino agli anni Settanta del secolo scorso. Ignorata da buona parte della popolazione, la questione diventa di pubblico dominio soltanto nel 1986, quando Margaret Humphreys, assistente sociale di Nottingham, riceve una lettera dall’Australia: una donna le racconta di stata mandata in Australia e rinchiusa in orfanotrofio.

Ora, dopo tanti anni, chiede di essere aiutata a ritrovare i parenti che vivono in Gran Bretagna. L’assistente sociale comincia quindi a fare delle ricerche e presto capisce che la lettera è soltanto la punta di un iceberg gigantesco. Il lavoro diventa così impegnativo che è necessaria una struttura organizzativa per realizzarlo: Margaret decide così di fondare il Child Migrants Trust. I compiti da svolgere sono tanti: aiutare le persone interessate, ormai adulte, a ritrovare le rispettive famiglie; ottenere documenti anagrafici originali; fornire assistenza psicologica; ottenere un riconoscimento ufficiale. Per dare maggiore visibilità a questo lavoro Margaret Humphreys scrive un libro, Empty Cradles ( Transworld 1994), dove racconta la tragica storia. Dopo l’inatteso successo editoriale il libro verrà trasposto sullo schermo dal regista Jim Loach, figlio del celebre Ken Loach, col titolo Oranges and Sunshine (2001).  

Negli anni successivi l’azione del Child Migrants Truststimola alcune vittime a rompere il silenzio. George Bowley, che lasciò Brighton per la Rhodesia all’età di 9 anni, racconta la propria esperienza in A Son of The Empire: Britain’s Unwanted Children (Penrose Publishing 2014). Soltanto in anni recenti il governo australiano (2009) e quello britannico  (2010) hanno espresso le loro scuse formali.
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