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BONHOEFFER teologia militante
Paolo Ricca
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​Anticipiamo in queste colonne alcuni stralci del contributo del teologo Paolo Ricca al nuovo numero dei “Quaderni di studi ecumenici”, dedicato al tema “Vivere la fede”. Il saggio del pastore valdese, intitolato Bonhoeffer, testimone della fede nell’impegno politico e nel “mondo secolare”, si affianca a quelli di Tecle Vetrali, Amos Luzzatto (L’ebreo credente), Natalino Valentini (Pavel Florenskij, testimone della verità e dell’unità della fede in Cristo), Alberto Vitali (Romero: profeta e martire perché pastore), Vassiliki El. Stathokosta (Il simbolo niceno-costantinopolitano: la fede dei cristiani) e Stella Morra (La ferita che salva: alterati dallo sguardo e dalla parola dell’altro, cercando una fede da abitare. Tra forme e riforme nuova mistica); dello stesso Ricca figura nella raccolta anche una seconda riflessione, Il cristiano credente. Info: www.isevenezia.it/it/pubblicazioni/ rivista_di_studi_ecumenici/.
 

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Bonhoeffer è uno dei pochi teologi mar­tiri, non solo del nostro secolo, ma di tut­ta la storia cristiana. Teologi martiri ne abbiamo nella Chiesa antica: pensiamo a Giustino o a Cipriano; ne abbiamo tra gli anabattisti del Cinquecento – pensia­mo a Balthasar Hubmeier e Michael Sat­tler – ma si tratta di eccezioni. In generale, gli accade­mici, anche coloro che appartengono all’accademia teologica, non si espongono alle tempeste della storia e anche in situazioni di conflitto finiscono sempre per salvare la pelle, sia per il loro status sociale di solito pri­vilegiato, sia per una particolare inclinazione al pensiero cortigiano che molto spesso caratterizza gli accademi­ci di tutti i tipi [...]. Ora, Bonhoeffer, che aveva davanti a sé una brillante carriera universitaria, a un certo pun­to ha abbandonato la cattedra, si è trovato nella mi­schia della storia del suo popolo ed è finito sulla forca del campo di sterminio di Flossenbürg, a soli 39 anni, all’alba del 9 aprile 1945 [...]. Ha vissuto personalmen­te quello che dice in Resistenza e resa, e cioè: «Siamo en­trati in un tempo nel quale il pensiero non può più es­sere il lusso dello spettatore, ma deve porsi interamente al servizio dell’azione» [...]. 

Presto Bonhoeffer si accorge che l’università non è in grado di produrre un cristianesimo militante in grado di fronteggiare adeguatamente il paganesimo nazista. Perciò egli stacca la riflessione teologica dal contesto universitario e la innesta nell’esperienza viva della Chie­sa confessante. Ma presto egli si accorge che la Chiesa confessante in fin dei conti si preoccupa di se stessa, della sua ortodossia, si preoccupa, cioè, di vincere la bat­taglia contro i “cristiano-tedeschi” che volevano “nazi­ficare” la Chiesa: battaglia sacrosanta, battaglia neces­saria, battaglia vinta, ma pur sempre ancora battaglia per la Chiesa, per la salvaguardia della propria identità. Ma la missione della Chiesa è il mondo, la sua preoc­cupazione principale doveva essere la Germania, il po­polo tedesco sedotto dal nazionalsocialismo. A questo punto Bonhoeffer abbandona anche la Chiesa confes­sante, non nel senso che si cancella dai suoi registri, ma nel senso che silenziosamente ne emigra, ed entra nella fase nella quale il tema non è più l’università, non è più la Chiesa, è il mondo, il mondo “adulto” e secola­rizzato, e all’interno di questo mondo Bonhoeffer ri­pensa e ripropone la sua fede cristiana [...]. 

Ha immediatamente intuito il carattere perverso del nazionalsocialismo. Il giorno dopo la nomina di Hitler a cancelliere del Reich, il 30 gennaio 1933, Bonhoeffer mandò in onda una trasmissione radiofonica che ruo­tava intorno a due parole-chiave di quel momento sto­rico, anche se non parlava neppure indirettamente di Hitler: führer  (guida, duce) e
verführer  (seduttore). Il führer, la guida, è una funzione legittima: oggi parlia­mo di leader. Ma il führer può diventare verführer, se­duttore, quando interpreta il suo ruolo come quello di un Messia, di un Inviato da Dio, di un Salvatore del po­polo. Quando il führer diventa una figura messianica, diventa un Seduttore. Bonhoeffer fu allora profeta sen­za saperlo: pur non riferendosi a Hitler, parlava di lui. 

Il suo impegno politico ha due componenti. La prima è una particolare chiaroveggenza a discernere la natu­ra profondamente pagana del nazionalsocialismo e quindi a dichiarare la sua incompatibilità con il cri­stianesimo. La seconda è la sua decisione di partecipare in prima persona alla cospirazione che si proponeva l’e­liminazione fisica di Hitler attraverso un attentato. 

La prima componente è presente in Bonhoeffer fin dal­l’inizio. La spia rivelatrice del carattere anticristiano del nazismo è stata per Bonhoeffer la sua guerra agli ebrei e a tutto ciò che di ebraico c’è nel cristianesimo, a co­minciare da Gesù e dagli apostoli. Ma i teorici del na­zionalsocialismo come Rosenberg parlavano di un Cri­sto ariano ed eroico, modello di tutte le virtù combat­tive e di tutti i sacrifici. Secondo lui era Paolo che ave­va  giudaizzato il cristianesimo di Gesù, che era tutt’al­tro.

Ma anche Hitler, pur adottando un atteggiamento ap­parentemente tollerante nei confronti delle Chiese, meditava, quando fosse giunto il momento, di «estir­pare il cristianesimo dalla Germania fino alle sue più recondite fibre e radici» [...]. Secondo Hitler o si è cristiani o si è tedeschi, ma non tutti e due. Il nazional­socialismo determinerà la conversione del popolo te­desco dal cristianesimo al paganesimo hitleriano. Na­tale sarà la nascita dell’eroismo tedesco e della libertà tedesca. Pasqua sarà la festa della risurrezione del po­polo tedesco. La svastica prenderà il posto della croce cristiana [...].

Una sintesi di questa nuova religione ci viene offerta da queste parole contenute nell’opera di Alfred Rosenberg Il mito del XX secolo  (1930) [...].
La Chiesa confessante aveva, sì, combattuto la dottri­na dei cristiano-tedeschi, ma non si era schierata a­pertamente contro il regime hitleriano. Cosa che inve­ce fece Bonhoeffer in due modi: anzitutto con la sua im­mediata e radicale opposizione al cosiddetto “para­grafo ariano” – una legge che imponeva alla Chiesa di licenziare tutti i pastori che erano ebrei diventati cri­stiani o che avessero qualche ascendenza ebraica an­che lontana. Bonhoeffer non esitò a dichiarare che se avesse accettato il paragrafo ariano la chiesa avrebbe rinnegato se stessa, oltre che l’Evangelo; una Chiesa che accetti di introdurre una discriminante di tipo raz­zista tra i suoi membri o i suoi ministri non è più una Chiesa cristiana. 

Il secondo modo con cui Bonhoeffer si oppose fron­talmente al nazionalsocialismo fu la sua scelta di un pa­cifismo radicale proprio negli anni in cui Hitler impo­neva alla Germania una corsa forsennata agli arma­menti e chi si professava pacifista veniva considerato un traditore e un sabotatore della patria. Bonhoeffer tenne in quegli anni (primi anni Trenta) discorsi me­morabili, come quello in cui affermò che la pace non la si ottiene né con la diplomazia né con la internazio­nalizzazione dei capitali finanziari, né aumentando gli arsenali militari, ma soltanto con un atto di fede: «O­sare la pace per fede»; o quello in cui propose la con­vocazione di un concilio universale con il quale «la Chiesa di Cristo toglie, nel nome di Cristo, le armi dal­la mano dei suoi figli e vieta loro di fare la guerra, e in­voca la pace di Cristo sul mondo delirante». Il secondo aspetto dell’impegno politico di Bonhoeffer fu la sua partecipazione diretta alla cospirazione che aveva co­me
obiettivo di far fuori Hitler [...].

Da questa testimonianza di fede nella emergenza crea­ta dall’avvento del nazionalsocialismo emergono due indicazioni. La prima è che rispetto alla storia (locale, nazionale, internazionale) la Chiesa, come ogni singo­lo cristiano, ha una insostituibile funzione di sentinel­la: essa veglia nella notte e vede il pericolo quando è an­cora lontano, avverte la città; alza la voce a favore di co­loro che non hanno voce; sa discernere il bene dal ma­le, ha il coraggio di dire la verità smascherando la ver­gogna, di difendere l’orfano e la vedova, cioè, i deboli nella società. Questo compito politico è parte integrante della vocazione della Chiesa. La seconda indicazione è che non sempre la scelta morale per un cristiano (e per chiunque altro) è tra bene e male, ma spesso è tra un male maggiore e un male minore. Per questo è co­sì difficile vivere cristianamente.
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