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Boetto, il vescovo che salvò Genova
FILIPPO RIZZI
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Il «Padre buono» di Genova, il «Defensor civitatis», il «cardinale della Liberazione », come lo definì unanimemente il Cln ligure, che grazie alla sua lungimirante e prudente azione diplomatica riuscì ad evitare il bombardamento del porto antico della città da parte dei tedeschi nel 1945. Ancora: il vescovo «sociale» e attento ai poveri, ai lavoratori e ai vinti del suo tempo (tra loro tanti orfani, vedove, prigionieri di guerra di ogni colore politico), che fu in grado di salvare da sicura deportazione più di 800 ebrei (tra questi anche molti romani rastrellati nel ghetto della Capitale il 16 ottobre 1943). 


È il profilo e la cifra dello stile di apostolato del gesuita Pietro Boetto (1871-1946), l’arcivescovo di Genova di cui oggi ricorrono i 70 anni della morte. Seppur diluita nel tempo, nella memoria condivisa ma anche tramandata di tanti genovesi sopravvive ancora oggi la grande paternità spirituale di questo pastore, definito dal suo diretto successore sulla cattedra di san Siro, Giuseppe Siri, nel giorno dei funerali nella cattedrale di San Lorenzo il 4 febbraio 1946, come un uomo a cui non mancò mai, nel travagliato governo della diocesi (1938-1946), una virtù essenziale: «La serenità. Perché pregava e governava pregando». 


Ma chi era questo mite e sconosciuto gesuita piemontese, originario di Vigone – che non vantava tra l’altro, com’era invece tradizione nell’ordine ignaziano, un pedigree accademico pari a quello di illustri confratelli del Novecento insigniti del cardinalato, quali Louis Billot e Franziskus Ehrle –, prima di essere chiamato inaspettatamente nel 1935 da Pio XI a rivestire la sacra porpora con delicati incarichi all’interno della Curia vaticana e solo due anni dopo a divenire arcivescovo di Genova? Pietro Boetto nacque il 19 maggio 1871 a Vigone ( To); entrato nella provincia torinese della Compagnia di Gesù nel 1888, viene ordinato sacerdote il 30 luglio 1901. Subito dopo intraprende il tradizionale apprendistato di studi filosofici e teologici gesuitici (tra cui una solida formazione neo-tomista) distinguendosi da subito per il buon carattere e la capacità di governo all’interno della Compagnia di Gesù: diventa infatti superiore provinciale a Torino (1916-19) e anni dopo a Roma (1928-1930), oltre che visitatore delle province di Catalogna e Castiglia (1920-21). 


Ed è proprio in questi anni che le sue doti di governo e di prudenza verranno scoperte e valorizzate dal potente e influente generale dei gesuiti, il polacco Wlodzimirez Ledóchowski; Boetto viene infatti nominato procuratore generale dell’ordine e poi assistente d’Italia (1930). Stimato e ammirato in Vaticano (era dal 1931 consultore della Sacra Congregazione dei religiosi), padre Boetto tuttavia fino alla sua inaspettata nomina a cardinale, avvenuta il 16 dicembre 1935, rimane piuttosto in ombra.


Da una ricostruzione storica condotta su materiali d’archivio e su diari inediti, lo storico gesuita Giacomo Martina in un saggio apparso su La Civiltà Cattolica nel 1996 ha fatto emergere infatti un’altra verità: tra i presbiteri della Compagnia di Gesù, il vero predestinato da Pio XI a vestire la porpora era il marchigiano e storico Pietro Tacchi Venturi, l’uomo di fiducia di Mussolini e fine mediatore dei difficili rapporti tra Stato e Chiesa in quegli anni. La non compromissione con il regime fascista e la ferma resistenza di Ledóchowski alla nomina del gesuita «confidente» del duce indussero invece papa Ratti ad elevare al cardinalato il più mite e prudente religioso piemontese. 


Comunque Pio XI non solo non si pentì di questa scelta, ma il 16 marzo 1938 designò Boetto alla guida della Chiesa metropolitana di Genova. Si trattava, per gli osservatori del tempo, di una nomina dal sapore eccezionale: l’ultimo dei membri della Compagnia di Gesù a divenire pastore di una diocesi in Italia era stato addirittura san Roberto Bellarmino, arcivescovo di Capua dal 1602 al 1605 (e solo oltre 30 anni dopo la morte di Boetto toccherà la stessa sorte, per volere di Giovanni Paolo II, a un altro gesuita e piemontese, anche lui destinato a divenire cardinale: Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002). 

È negli anni della Seconda guerra mondia-le, trascorsi alla guida della diocesi di Genova, che questo «nocchiero nella tempesta» – come fu definito dai giornali di allora – diede la miglior prova di sé «per il bene del suo popolo»; fondamentale fu la rete di aiuto da lui organizzata, con la distribuzione di viveri e le famose «ottomila minestre al giorno» garantite dall’ente Auxilium (e non solo; basti pensare alle «Crociate della carità»), a sostegno della popolazione sfollata del capoluogo ligure, ai carcerati (anche politici), ai cappellani delle fabbriche. Sicuramente fuori dall’ordinario pure l’azione sotterranea dell’arcivescovo (gestita dal fidato segretario ed esecutore don Francesco Repetto) per evitare la condanna da sicura fucilazione di tanti sacerdoti, ma anche di gente comune, sospettati di aver collaborato o solo dato da mangiare a esponenti antifascisti e militari anglo-americani; come certamente singolari furono, soprattutto dopo l’8 settembre 1943, gli interventi mirati a salvare, proteggere e nascondere (anche in arcivescovado) tanti ebrei – tra cui anche il rabbino Riccardo Pacifici –, non facendo mai distinzioni tra battezzati e no, e svolta (lo rivelerà anni dopo lo storico Giovanni Sale sempre su La Civiltà Cattolica) «nel silenzio e nel nascondimento». 


Tra i gesti singolari del suo ministero in terra ligure rimarranno nella memoria di molti le pubbliche denunce contro i tristi fenomeni della delazione o della borsa nera, la difesa dell’operato dell’Azione Cattolica e la presa di distanza dai cappellani militari della Repubblica Sociale Italiana più fedeli alle direttive del governo di Salò che attenti a procurare la «consolazione agli animi» dei soldati repubblichini. Ma il vero capolavoro diplomatico di Boetto fu soprattutto il 24 aprile 1945, dopo un’estenuante trattativa a Villa Migone nel quartiere genovese di San Fruttuoso (a quel tempo residenza ufficiale del cardinale a causa dei bombardamenti), aver indotto il generale nazista Günther Meinhold a rinunciare ai piani di distruzione del porto di Genova. L’efficace opera di persuasione dell’arcivescovo (aiutato dal fido collaboratore – «il mio cane da guardia» – il fratello gesuita altoatesino Giovanni BattistaWeidinger) portò successivamente alla resa delle forza tedesche al Comitato di Liberazione Nazionale. Nel dicembre successivo il Comune di Genova, guidato dal socialista Vannuccio Faralli, in riconoscenza per i gesti compiuti da Boetto gli concesse la cittadinanza onoraria, con i tributi bipartisan di partigiani del rango del democristiano Paolo Emilio Taviani e del comunista Secondo Pessi.


«Il mio pensiero non è stato quello di mandare via i nemici – furono le parole pronunciate in quel frangente dal cardinale –: a questo pensavano le forze della Liberazione. Io pensai solo a fare tutto il possibile per salvare Genova dalla rovina». Nella parabola finale della vita – ben documentata dal suo biografo, padre Arnaldo Maria Lanz – del tutto eccezionali furono i gesti intrapresi da questo “gesuita vestito di rosso”: gli atti di genuina pietas e di preghiera compiuti lontano dai riflettori nell’estate 1945 per i caduti fucilati (partigiani e repubblichini) nella Val Trebbia in particolare a Rovegno e la scelta (molto simile all’attuale impronta pastorale del confratello Jorge Mario Bergoglio...) di sedere a pranzare come un semplice ospite alla mensa per i 300 indigenti della città presso le Piccole Suore per i Poveri nel giorno dell’Epifania 1946. 


A tanti anni di distanza dalla morte, avvenuta all’alba del 31 gennaio 1946, di Boetto rimane molto della cifra di pastore e di uomo attento – come amava ripetere, citando sant’Ignazio – «alla morte del proprio orgoglio » e capace (lo testimonierà anni dopo il segretario don Francesco Repetto) di restare sempre «un amico vero del suo popolo».
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