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Armeni, l’alba del genocidio
Paolo Simoncelli
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Marko Jacov, uno dei maggiori storici dell’Europa orientale, dedica un importante studio, La Questione d’oriente vista attraverso la tragedia armena. 1894-1897 (Accademia polacca delle scienze, pp. 322, s.i.p) all’aspetto meno noto della tragedia armena: il primo genocidio, alla fine dell’800, privo dunque di quelle 'giustificazioni' militari accampate in merito al secondo e definitivo occorso durante gli anni della Prima guerra mondiale, che maggiormente ha impressionato l’opinione pubblica europea. Primo dunque e più grave atto di un unico dramma. Più grave anche perché attorno ai massacri del 1894-97 Jacov documenta strumentalizzazioni e responsabilità delle maggiori potenze occidentali (Francia e soprattutto Inghilterra) interessate a tutt’altri problemi. Lo scenario diplomatico ricostruito da Jacov su fonti diplomatiche inedite fa perno sul Congresso di Parigi del 1856: la marginale ma significativa partecipazione sabauda che vi prospettò il problema dell’Unità italiana, ha fatto dimenticare che vi si delineò per la prima volta una confederazione jugoslava estesa fino all’Asia minore, con capitale a Costantinopoli, in cui un ruolo di rilievo avrebbero avuto gli armeni. Questo spettro aleggiò a lungo sui Balcani e, col concorso di antiche e nuove rivalità, e pretesti cercati per saldare i conti al vicino 'diverso' per razza e religione, determinò la feroce aggressione turca e curda contro le popolazioni armene dell’Impero ottomano. Proprio il giorno d’una festività cattolica tradizionale, la Trasfigurazione di Cristo (19 agosto) del 1894, bande curde, preventivamente arruolate col pretesto di opporle ad avanguardie cosacche dell’esercito russo, ebbero l’ordine di sterminare la popolazione armena deresponsabilizzando formalmente le truppe regolari ottomane; una spiegazione inaccettabile e inaccettata dai diplomatici occidentali (compresi gli italiani) che, di fronte ai primi 40 mila morti, procedettero alla tradizionale 'Nota verbale di protesta'. Il delegato apostolico a Costantinopoli, Augusto Bonetti, che, assieme al patriarca armeno cattolico, Stefano Pietro Azarian, fece l’impossibile per fermare il massacro, non si nascose il seguito del dramma: da Londra il Comitato rivoluzionario armeno (protetto dal governo britannico) avrebbe indetto manifestazioni 'pacifiche' di protesta nell’Impero ottomano, che sarebbero state utilizzate come ulteriori pretesti per continuare il bagno di sangue; puntualmente occorso. Le 'potenze occidentali' frattanto praticavano il consueto balletto delle proteste diplomatiche «tenendo celato il vero per non eccitare l’opinione pubblica».

Non sfuggiva al diplomatico della Santa Sede che non ci sarebbe stato da sperare in alcun intervento militare occidentale: troppo forti i legami economico­finanziari tra crediti occidentali e debiti ottomani; l’intervento ci sarebbe stato solo quando fossero stati a rischio gli interessi europei (e allora sarebbe cessata la sottovalutazione sulla stampa occidentale, «tutta mancipata all’alta finanza», dei continui massacri). Il frenetico via vai di Bonetti e Azarian tra i diplomatici francesi e inglesi non produceva nulla. Quelli italiani, l’ambasciatore Tommaso Pansa e il console a Erzerum, Attilio Monti, temevano per contro i rischi connessi alle attività segrete dei 'Comitati nazionalisti e insurrezionali armeni'. Puntualmente il 26 agosto ’96 si ebbe nel centro di Costantinopoli un assalto in grande stile di congiurati alla Banca Ottomana, mentre altri gruppi avrebbero dovuto bloccare il centro della città e dar l’assalto alla sede imperiale. Fu un disastro che provocò repressioni e rappresaglie se possibile ancor più barbare. Ma fu stavolta reso noto dalle potenze occidentali che la polizia ottomana, al corrente del piano, non era voluta intervenire preventivamente per avere occasione poi di procedere al nuovo sterminio: calcolando quelli precedenti si superarono allora le 300 mila vittime. Non era dunque più possibile far finta di niente o minimizzare. Però, in occasione d’una interpellanza alla Camera, a Parigi, ottenuta dalle continue pressione diplomatiche del segretario di stato, cardinal Rampolla del Tindaro, qualche giornale francese noto per il suo laicismo come 'Le Matin', giunse a scrivere di strumentalizzazioni vaticane dirette a un progetto di nuova crociata. Nessuno fermò il genocidio. Le stragi cessarono quando gli armeni dovettero scegliere tra l’islamizzazione forzata e l’esilio. Secondo Bonetti 100 mila armeni emigrarono, metà in Russia, altri nuclei di qualche migliaio dispersi in Europa; Jacov ricostruisce con precisione il numero e le destinazioni dell’emigrazione, tra cui 2000 negli Stati Uniti e 800 in Italia. Ma la ricostruzione più agghiacciante è data dalle tabelle fornite da Jacov: tra i minuti censimenti delle distruzioni di villaggi e uccisioni di civili, quella sull’islamizzazione forzata, paese per paese, di questa prima fase del genocidio, indica che delle centinaia e centinaia di chiese e monasteri di tutta la regione, solo la chiesa di San Sergio a Diarbekir non fu distrutta o trasformata in moschea.
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