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Azuma, una vita sospesa sull’infinito
GIOVANNI GAZZANEO
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La bellezza salva davvero. E allunga la vita. Kengiro Azuma, che oggi compie 90 anni, ne è testimone. Nato a Yamagata, in Giappone, secondo di sette figli, è scultore di fama internazionale. Kengiro racconta col sorriso negli occhi e una semplicità disarmante la sua vita: «Da cinquant’anni lavoro cercando di trasformare in materia le impronte dell’invisibile in noi e nell’universo. Ho desiderato diventare scultore per riempire con la ricerca artistica il vuoto che si era creato in me: opera dopo opera, ho capito che la parte invisibile del nostro corpo è importante quanto e più di quella visibile. Una ricerca che non si è esaurita, ma sono ancora nel buio e mi lascio riempire dal mistero. La mia arte è una ricerca per ricostruire me stesso». Ci accoglie nel suo studio: un capannone industriale che diventa laboratorio e casa quando giunge a Milano nel 1956, grazie a una borsa di studio. «Ho combattuto l’ultimo anno e mezzo della II Guerra mondiale come pilota: avevo scelto di immolarmi come kamikaze». Solo la fine del conflitto gli ha impedito di schiantarsi su una nave americana. Tornato a casa Azuma era come morto. «Avevo perso tutto, avevo perso la fede. Mi sentivo completamente vuoto». Dopo nove mesi di grande sofferenza e disperazione, una notte si lascia sfiorare dalla luce di un’idea, di un sentimento improvviso. «Volevo recuperare la fede per tornare a essere uomo. Sarebbe bello, mi dissi, essere un artista. Immaginavo l’arte come serenità e armonia. La mia famiglia da generazioni era tra i fonditori di bronzo migliori del Paese. Modellavano campane, Buddha, animali. Forse per questo ho scelto di diventare scultore. Avevo 22 anni. Dopo la maturità al mio vecchio liceo mi iscrissi alla facoltà d’arte di Tokyo. Terminai il master nel 1956. Diventai assistente in università e contemporaneamente vinsi una borsa di studio del governo italiano». Azuma giunge così a Milano per seguire i corsi all’Accademia di Brera. «Sarei dovuto restare un anno per poi tornare in Giappone e continuare la carriera accademica. Ma un anno, reso più complicato dalle difficoltà della lingua, passò senza imparare molto. Decisi di lasciare l’incarico universitario e mi iscrissi a Brera per poter rimanere ancora quattro anni accanto a Marino Marini, il più grande scultore del Novecento ». Ma quei quattro anni segneranno per sempre la sua vita. Così Milano diventa la sua seconda patria e Marino chiede ad Azuma di diventare il suo assistente. Il giovane Kengiro è stupito da quel- la scelta: non parlava ancora bene l’italiano, non pensava di essere più bravo di altri. Azuma resta accanto a Marino per 14 anni, fino alla fine della sua vita. «È morto stringendomi la mano. Da lui ho imparato tutto». Era affascinato dal calore del Mediterraneo che prorompe dall’opera dello scultore “etrusco”. «Il maestro mi ammoniva a non modellare opere troppo “mariniane” e mi invitava a cercare una strada davvero mia, libera da condizionamenti. Diceva: Azuma, sei giapponese, non dimenticarlo. È stato come un maestro zen. Così un giorno non sopportai più i miei lavori “mariniani” e li portai in soffitta. Poi per cinque mesi non fui più in grado di realizzare nulla». Fu una grande sofferenza: sentiva il desiderio di scolpire, senza sapere cosa. «Non avevo più soldi per riscaldare lo studio e usavo le cassette di legno che recuperavo al mercato. Ne spaccavo un po’ e le accumulavo. Una notte, verso le due, scesi nello studio, accesi la luce e trovai frammenti di legno sul pavimento, erano disposti in modo casuale eppure avevano un ritmo meraviglioso. Fu una rivelazione. Uno choc che risvegliò la sensibilità giapponese che si era assopita dentro di me, schiacciata dall’interesse per l’Europa. Lavorai su quei pezzi per tutta la notte». Freddo e cassette di legno hanno segnato la svolta, il punto di non ritorno. Mai si distaccherà dal luogo della rivelazione. Azuma è uomo fedele, agli uomini e ai luoghi, alla ricerca dell’invisibile. «Come scultore ho cercato di imparare a rappresentare l’invisibile: l’anima, i pensieri, i ricordi. La mia arte è trasformare l’invisibile in qualcosa che si possa toccare, fatto di bronzo o marmo: come nel corpo visibile e invisibile si fondono nel materiale della scultura». Ecco che la sua arte diventa il luogo dell’unità, dove gli opposti trovano la loro sintesi tra arcaico e modernità, tra Oriente e Occidente: e le forme classiche si aprono, le linee cercano l’essenziale. «Il mondo è fatto di opposti: positivo-negativo, bene-male, caldo-freddo, tradizione-modernità, guerra-pace, uomo-donna, forma e materia. Una cosa nasce dall’altra, una ha bisogno dell’altra. Una condizione di equilibrio ha necessità della compresenza degli opposti. Uomo e donna sono opposti, però stanno insieme. Quando siamo in un clima caldo abbiamo bisogno di freddo, e così all’inverso. È lo Yin e lo Yang cinese. L’uomo nasce dalla terra ma subito ha desiderio di conquistare il cielo. È la sua parte spirituale che lo spinge a salire». La sintesi degli opposti lo spinge a rimanere in Italia anche dopo aver recuperato la sua dimensione orientale. «Io ho bisogno di questa distanza per essere me stesso: i ricordi della mia infanzia e della giovinezza, i paesaggi e i luoghi, la natura di allora emergono in me con maggiore vividezza. La mia sensibilità giapponese è viva quando sono lontano dal Giappone. Invece quando torno laggiù mi ritrovo a guardare all’Europa o all’America. Mantenendo la distanza, la mia fantasia e il mio sogno è sempre lì. Il luogo di nascita è una cosa importantissima. È un marchio. Io sono tanto più giapponese quanto più vivo lontano. Torno una volta all’anno in Giappone per insegnare scultura. E chiedo ai giovani il coraggio di mettersi in gioco fino in fondo, il coraggio di rischiare, senza paura degli sbagli, senza paura dei fallimenti». La sua è una tensione alla ricerca dell’origine, di quell’inizio che l’evolversi della natura e degli uomini si porta dentro. «In un pannello nel 1960 ho impresso l’impronta dei miei antenati che continua. L’impronta, perché invisibile, non è materiale e quindi non si può distruggere a differenza di tutto ciò che è materiale. E l’invisibile si tramanda di padre in figlio per generazioni. La parte spirituale dei morti – i pensieri, gli insegnamenti e l’amore – persiste nei vivi». Il suo è un canto alla vita a partire dalle forme più semplici. «Molte mie sculture riprendono la forma della goccia d’acqua… La goccia quando si stacca da una gronda o da una foglia assume una forma bellissima, perfettamente bilanciata tra la sfericità della gravità e la parte allungata verso il cielo. Eppure questo “stato” è tanto rapido da risultare invisibile all’occhio umano. In un attimo nasce e in un attimo svanisce. E così è la nostra vita. In un attimo nasciamo, in un attimo la vita ci abbandona. La goccia cade a terra, viene assorbita, evapora, sale verso cielo, si condensa e ritorna goccia. Nella goccia c’è il ciclo della vita. Quello che noi percepiamo di una goccia d’acqua che precipita è la parte invisibile: il suono. Quel suono contiene l’eterno, la vita». Ieri Azuma ha inaugurato la sua ultima opera, un monumentale bronzo MU-141. La Vita Infinita a Orfengo (Novara). E a lui auguriamo di continuare la sua vita nel segno dell’Infinito. © RIPRODUZIONE RISERVATA Il personaggio Compie 90 anni il grande scultore giapponese, che vive a Milano dal 1956: «Ho cercato di imparare a rappresentare l’invisibile: l’anima, i pensieri, i ricordi La mia arte è trasformarlo in qualcosa che si possa toccare, bronzo o marmo: come visibile e invisibile si fondono nel corpo» Kengiro Azuma con la sua scultura “Goccia d’acqua Mu765” (2008)
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