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Audacia, la virtù degli uomini veri
RɉMI BRAGUE
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I Rom, il populismo e il made in Italy
Una facoltà da ritrovare. Con tale obiettivo Rémi Brague, docente di Filosofia alla Sorbona di Parigi e alla «Ludwig Maximilian» di Monaco, pubblica uno stimolante saggio nell’ultimo numero di «Vita e Pensiero», ora in libreria. Brague, noto in Italia soprattutto per il «Il futuro dell’Occidente. Nel modello romano la salvezza dell’Europa», riesuma una teoria platonica dimenticata e la applica anche all’attualità. Il bimestrale culturale dell’Università Cattolica contiene poi altri articoli su «Religione e religioni tra rottura e riconciliazione» (Joseph Maïla), «Evidenze sui rom in Italia: oltre ogni stereotipo» (Tommaso Vitale), «Ripensare il populismo nella società dell’uguaglianza» (Pierre Rosanvallon), «Made in Italy addio: storia di una colonizzazione?» (Giancarlo Galli).

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C’è una facoltà dell’anima, oggi un po’ dimenticata, che varrebbe la pena di riportare alla memoria. È stata individuata e descritta per la prima volta da Platone nella Repubblica. Platone distingue tre facoltà dell’anima: una con la quale calcoliamo, una con cui desideriamo e una intermedia, che chiama thumos. Della facoltà di calcolo abbiamo fatto – a partire dal latino ratio, «calcolo» – la «ragione». La facoltà desiderante raggruppa fame, sete, appetito sessuale. Thumosnon ha ricevuto nome che corrisponda con esattezza nelle lingue moderne. 


Lascerò provvisoriamente il termine in greco, senza tradurlo. Contrariamente a quanto siamo soliti fare noi, Platone distingue dunque nell’anima umana non due parti, la ragione e gli istinti, bensì tre. E le classifica in ordine di valore. La capacità di calcolo è la facoltà più nobile. La facoltà di desiderare è la più vile. Il thumos è tra le due, meno degno del calcolo ma più dei desideri. Al tempo stesso, Platone fa corrispondere quelle tre facoltà a parti del corpo umano. Ritroviamo così una classificazione parallela, concretissima, che va dall’alto al basso del tronco.


La ragione troneggia nella testa. I desideri sono relegati nell’addome. Il thumos è posto nel torace. Tra la testa e il torace c’è un istmo: il collo. Tra il torace e l’addome c’è una barriera: il diaframma. Questo parallelo tra fisiologico e psicologico non è del tutto serio: Platone mischia sempre grave e faceto. Ma non è mai completamente arbitrario, e resta plausibile. È a partire da questa dimensione fisiologica che si chiarisce la parola greca. Quella parola è entrata nel francese erudito, nella forma thymus, a indicare una ghiandola dello sterno (in italiano «timo», ndt). I cuochi la conoscono come «animelle». L’etimologia non è ben chiara. Ma l’uso di questa parola e il posto che Platone assegna al thumos consentono di indovinare come i greci la percepissero. Basta pronunciarla come facevano senz’altro i greci: thumos. È il respiro umano. Ma non la brezza rinfrescante espressa dalla parola psyché («anima»).


È il respiro quando se ne avverte il sibilo, il respiro di chi è trafelato e deve forzare. Il thumos è la facoltà che lo sport mette in gioco e coltiva. Per dare a questa facoltà intermedia una dimensione concreta, Platone sceglie la respirazione e i polmoni che ne sono l’organo. Forse non a caso. La respirazione possiede infatti una caratteristica oggettiva del tutto singolare. È l’unico processo fisiologico a essere al tempo stesso istintivo e volontario. Le altre attività del nostro corpo sono o volontarie o istintive, ma non entrambe le cose. Alcuni yogi, è vero, raggiungono un controllo eccezionale di tutte le loro facoltà. Ma si tratta, appunto, di eccezioni.


Normalmente la digestione è istintiva e non ne abbiamo il dominio. Le attività legate alla respirazione sono dunque l’illustrazione concreta del modo in cui la dimensione superiore dell’anima può agire sull’inferiore. La parola greca indica il ribollire della collera, la rabbia che sale al naso. La collera in questione non è il semplice fatto di arrabbiarsi. È ciò che ci permette di rifiutare il disonore di sottometterci, ciò che ci fa affermare noi stessi nella nostra indipendenza e combattere per essa. Il thumos è il «cuore» nel senso che la parola aveva nel francese classico, in cui significava «coraggio».


Non è solo ciò che ci permette di difenderci. Più profondamente, è ciò che fa sì che, da subito, noi abbiamo qualcosa da difendere, ossia un’identità e una libertà. Andiamo ancora un po’ più in profondità. Il thumosè il principio della nostra libertà perché è il principio dell’azione. Infatti né la facoltà calcolante né il desiderio possono, da soli, essere il principio dell’azione. Hanno un punto in comune: ci lasciano passivi davanti al risultato dei nostri calcoli o davanti alla pulsione che ci spinge verso l’oggetto desiderato. Il thumosinvece ci permette di prendere l’iniziativa. In quanto facoltà intermedia, il thumos permette alla ragione di non
accontentarsi di guardare passivamente ciò che si offre al suo sguardo contemplativo, ma di impegnarsi nell’azione. È attraverso di esso che la ragione diventa pratica: un’espressione di Kant, da lui pero presa in prestito da una tradizione ben più antica, che trova origine in Aristotele.
<+CAP4AGORA>I<+SPZ4_AGORA><+TONDOAGORA>l suo ruolo è fondamentale. Permette alla ragione di agire sui desideri, di reprimerli quando superano i limiti, di guidarli quando sbagliano riguardo all’oggetto che davvero può soddisfarli, e dunque di educarli, di raffinarli. Senza il <+CORSIVOAGORA>thumos<+TONDOAGORA> non ci sarebbe più nulla in grado di dirci come fare bene: galateo, educazione, morale, tutto quel che viene chiamato «cultura» scomparirebbe. Il <+CORSIVOAGORA>thumos<+TONDOAGORA> è ciò che ci distingue dagli altri esseri viventi. Infatti le altre due facoltà non sono nostra proprietà esclusiva. La «ragione» l’abbiamo in comune con gli angeli, se esistono. E, supponendo che sia solo facoltà di calcolo, la possiedono anche i computer, e forse meglio di noi. I desideri sono in comune con gli animali. La «collera» invece esiste solo nell’uomo, di cui è il privilegio.

La presenza mediatrice del thumos riconcilia l’uomo con il suo destino di essere intermedio, «né angelo né bestia». Senza questa facoltà intermedia, esisterebbero quelli che sono stati bizzarramente definiti «uomini senza torace». A rigore di termini, questi esseri privati di thumos, e dunque di libertà, non sarebbero più nemmeno veri uomini. In tali esseri, la ragione non sarebbe in grado di agire sui desideri. Le due facoltà estreme sarebbero lasciate ciascuna a se stessa. La ragione impazzirebbe in un sogno di calcolabilità e di pianificazione universale. I desideri si sottrarrebbero a tutto ciò che potesse nobilitarli. Quando i due dovessero incontrarsi, sarebbe per mettere la tecnica più perfezionata al servizio degli istinti più brutali: la chimica al servizio della Shoah, la fisica nucleare al servizio della guerra di sterminio, internet al servizio della pornografia.



Il nostro compito attuale non è tanto limitare la «ragione superba», quanto ridare alla ragione la sua piena dimensione, renderla nuovamente capace di dirci non solo ciò che è vero, ma anche ciò che vale la pena di essere fatto, di riconquistare tutto ciò che rischiamo di abbandonare all’irrazionale. Il nostro compito è, in una parola, riscoprire il thumos.

(trad. Anna Maria Brogi)
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