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Argentina, cultura desaparecida
LUCIA CAPUZZI
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«Perché tali azioni selvagge vengano bandite per sempre, (...) con tutta la crudezza necessaria adempiamo al nostro dovere di informare, e ribadiamo la nostra fiducia nella giustizia, da cui attendiamo l’ultima parola » (15 gennaio 1957). «Queste sono le riflessioni che nel primo anniversario del vostro nefasto governo ho voluto far arrivare agli esponenti membri della Giunta, senza aspettarmi di essere ascoltato e con la certezza di essere perseguitato, ma rimanendo fedele alla promessa fatta molti anni fa di rendere la mia testimonianza nei momenti difficili » (24 marzo 1977). Tra le due frasi, frammenti di articoli redatti a vent’anni di distanza e ora ripubblicati in Italia da La Nuova Frontiera nella raccolta di reportage Il violento mestiere di scrivere, si snoda la parabola intellettuale e umana di RodolfoWalsh. Scrittore, giornalista, coscienza critica del suo Paese: l’Argentina. Walsh è tutto questo ma nessuna di tali «qualifiche » ne cattura pienamente la figura.



La definizione più calzante la diede lui stesso, a conclusione di quello che fu il suo ultimo, magistrale saggio di giornalismo narrativo, La lettera aperta di uno scrittore alla Giunta militare, al potere dall’anno precedente: «Testimone di tempi difficili». Questo Walsh ha sempre cercato di essere. E vi è riuscito. Raccontando con scarna delicatezza le pagine più oscure della storia di una nazione, di un continente, di un’epoca. Eppure le parole di Walsh hanno il potere di trascendere il momento e il contesto dati. E di parlare oggi – domani saranno 40 anni esatti dal golpe che inaugurò in Argentina la più feroce delle dittature militari latinoamericane – con sferzante attualità al mondo intero. Continuando a denunciare l’ingiustizia e l’oppressione degli ultimi. È l’eterna vittoria dell’arte sulla barbarie.



Anche quella più spietata. È la sfida della memoria – tuttora viva – che, nel 40° del golpe argentino, inchioda alle proprie responsabilità i carnefici e riscatta il dolore delle vittime. I primi a intuire tale potenzialità sovver- siva della scrittura, della musica, della danza, della recitazione furono gli stessi generali. I quali si accanirono con particolare violenza sugli intellettuali. Molti, moltissimi degli scomparsi – come pure degli uccisi, dei torturati, degli esuli – furono artisti, famosi e no. Tanto che lo scrittore Julio Cortázar – celebre autore di Rayuela, il gioco del mondo (Einaudi), in auto-esilio in Europa negli anni del regime, come i «colleghi» Osvaldo Soriano e Osvaldo Bayer – sulla rivista Eco nell’articolo «America Latina: esilio e letteratura» del novembre 1978, parlò di «genocidio culturale». 



Ancora una volta, Walsh – di cui in Italia la Nuova Frontiera ha pubblicato anche Operazione massacroe Fotografie – è l’emblema della repressione artistica. Il giorno dopo la stesura della Lettera una pattuglia intercettò il giornalista scomodo, da tempo in clandestinità, e lo assassinò in un tentativo di sequestro. Il suo corpo fu desaparecido, come altri trentamila argentini, in buona parte gettati ancora vivi dagli aerei nelle acque «color del leone» – diceva Jorge Luis Borges – del Rio de la Plata. La scomparsa, però, non fu sempre e unicamente fisica. Nei primi 5 anni di regime ci furono almeno 241 «desaparecidosdella cultura», ovvero artisti ridotti al silenzio dalla censura asfissiante.


Tra loro, i musicisti Víctor Heredia e León Gieco, l’au-anzitutto trice María Elena Walsh, la cantante Mercedes Sosa, per citare gli esempi più noti. Altre volte, quando gli intellettuali erano eccessivamente conosciuti all’estero e farli sparire – in qualunque senso – risultava troppo «imbarazzante», si cercò di manipolarne le dichiarazioni, come nei casi di Ernesto Sábato e lo stesso Borges. Jorge Videla, il più illustre e spietato esponente della Giunta, cercò di trasformarli in improbabili «fiancheggiatori», nonostante Sábato abbia redatto il primo atto d’accusa contro la dittatura con il rapporto Nunca Más e Borges, dopo un periodo di smarrimento, si sia avvicinato alle Madri di Plaza de Mayo. 



Negli ultimi quattro decenni, però, l’arte – e la letteratura in particolare – s’è presa la 'sua' rivincita. La memoria della dittatura riaffiora ciclicamente nei romanzi contemporanei. Anche di autori troppo giovani al tempo per essere toccati direttamente dal terrore. «Per me è un tema di riflessione costante », racconta ad Avvenire Claudia Piñeiro, la 'regina' del noir argentino, con bestsellers del calibro di Betibú e Tua (entrambi Feltrinelli). Tre anni fa, Piñeiro ha voluto raccontare la figura del padre, «travolto» dalla violenza del regime, ne Il comunista in mutande, edito da Feltrinelli: «Ricordare ciò che è accaduto aiuta a evitare che si ripeta. Scrivere della dittatura vuol dire attivare un campanello d’allarme nella società in modo che colga i segnali di involuzione prima che sia troppo tardi», afferma la scrittrice. «Il male non scompare.



Resta latente per lunghi periodo in attesa di uno spiraglio da cui riemergere con forza», dice Alicia Planta, autrice di gialli, di cui Senza macchia apparente (La Nuova Frontiera) dedicato al «furto» dei figli neonati dei desaparecidos perpetrato dai generali. «Il dolore deve essere protetto dall’oblio – aggiunge Planta –. Per questo, scriverne è una maniera di proteggere il futuro. Se i giovani vengono privati del diritto alla memoria, non acquistano piena consapevolezza del presente. E quando ciò accade, il passato torna, come una metastasi. Freud parla di soggetti con attitudine 'compulsiva alla ripetizione'. Ciò che vale per il singolo, però, vale anche a livello sociale… La memoria e la scrittura sono il miglior antidoto contro tale patologia». «Una frase riassume il senso di questo 40° – conclude Piñeiro –, la pronunciò il pubblico ministero Strassera nell’arringa finale del processo ai golpisti dopo il ritorno della democrazia: Nunca Más, 'Mai più'».
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