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L'eredità di Tibhirine a vent'anni dalla tragedia
Vincenzo Rosito
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A vent’anni esatti dal rapimento e dalla barbara uccisione dei sette monaci trappisti di Tibhirine, in Algeria, molte cose sono cambiate negli equilibri mondiali, ma un aspetto risalta in maniera evidente: il conflitto in cui persero la vita, tutto interno agli equilibri politici e religiosi del mondo islamico algerino, sembra essere diventato debordante, sembra toccare e coinvolgere in maniera trasversale nazioni, popoli e comunità differenti. Non si tratta semplicemente dell’estensione su scala planetaria di alcuni conflitti interni ai vari nazionalismi islamici. La questione è ben più complessa poiché interpella l’idea stessa di mondo, interroga i modi con cui negli ultimi decenni abbiamo circoscritto le nostre società definendone i contorni e immaginandone i contenuti. L’attuale «islamizzazione del radicalismo», acuta definizione dell’orientalista francese Olivier Roy, scuote l’autorappresentazione di una civiltà occidentale che per troppo tempo si è pensata strumentalmente coesa e illusoriamente immune nei confronti delle contaminazioni etniche, linguistiche e religiose.

All’ospite che bussava alla porta del monastero di Tibhirine veniva consegnato un foglio di presentazione in cui i monaci, con queste parole, descrivevano se stessi: «Accanto agli oranti dell’islam, essi fanno professione di celebrare, giorno e notte, questa comunione in divenire e di non stancarsi di accoglierne i segni, come eterni mendicanti d’amore, per tutta la loro vita, se così piace a Dio, nel recinto di questo monastero dedicato a Maria, madre di Gesù, sotto l’appellativo di Notre-Dame de l’Atlas>».
La storia personale e comunitaria di questi uomini, più che un esempio di coerenza e di coraggio è un invito alla riflessione sulla forma di comunità che ciascuno intende essere e costruire. Solo in un modo si è capaci di illuminare pienamente il senso del loro martirio, ovverosia rischiarando le ragioni limpide e profonde della loro presenza nella casa dell’islam in quanto comunità di oranti tra gli oranti.

Il monaco che sceglie e costruisce la vita cenobitica si misura e si commisura con un’impresa viva e sorprendente, quella di dare forma al mondo dando forma a una comunità. È un’opera di estrema freschezza e vitalità. Il monaco cenobita è colui che fa del con-essere di ciascun uomo il principio motore e ispiratore della propria esistenza. Negli scritti di frère Christian de Chergé e dei suoi confratelli emerge questa tenace consapevolezza che porta in sé e consegna al futuro tutto il patrimonio del monachesimo occidentale. Patrimonio che si esprime non tanto nella dedizione al lavoro e alla preghiera, quanto nella consapevolezza che tali opere si realizzano pienamente solo nella vita comune e concorrono a realizzarla.

Ciò che sorprende nella vita di questi uomini è la costanza e la compostezza con cui rinnovano le ragioni della loro forma di vita, la dignità con cui riprendono a scavare nelle profondità delle loro motivazioni personali e comunitarie: «Eppure, la coscienza di una Presenza da vivere qui: servizio della preghiera e dell’incontro, visitazione d’amicizia. Nulla d’importante. Quindi niente "strutture pesanti". Ma almeno… una casa, nella casa dell’islam… Una piccola stanza amica che si apre sull’Interiore che ci unisce». Un tale spirito di ricerca e di discernimento per la costruzione delle nostre comunità è forse ciò che maggiormente ci manca! Ricercare e rinnovare le ragioni per cui stiamo insieme a ogni livello e in ogni ambito: è questa l’impresa di cui abbiamo maggiormente bisogno e che ci si apre innanzi ardua e inaspettata. Forse alcuni decenni fa non avremmo immaginato di smarrire quasi completamente, deflagrate sotto i colpi di una crisi generalizzata, le ragioni del progetto comunitario europeo. Eppure annaspiamo nell’incertezza e nell’incapacità di dirci con chiarezza quale Unione vogliamo essere. Allo stesso modo e con le medesime difficoltà potremmo trasferire questa impasse a un livello familiare e sociale.

Il martirio dei monaci di Tibhirine non è soltanto quello subìto negli ultimi istanti delle loro vite, è infatti il martirio delle scelte travagliate e sofferte che li hanno spinti a restare, è il martirio ordinario di chi ricerca, in un cammino di oscurità e di abbandono, le ragioni profonde del vivere, del restare, del continuare a essere comunità. Quanto ci sono veramente fratelli, anzi confratelli, in tutto questo! La libertà di chi scrive un testamento spirituale pochi giorni prima di essere rapito, come è successo ad alcuni di loro, è solo l’estremo gesto di consegna e di «ad-Dio». Colpisce il cammino che come persone e come comunità questi uomini conducono insieme fino a quel momento.

Ecco perché ricordiamo con maggiore slancio e riguardo il momento del loro rapimento, il momento in cui si allontanarono o meglio si incamminarono insieme come amavano fare, il momento in cui hanno ricercato nuovamente le ragioni e il senso della loro forma di vita. Le ragioni, ad esempio, che li portarono a essere prima di tutto una comunità di oranti tra gli oranti dell’islam, ciò significa riconoscere la disposizione all’ascolto e all’apertura come fondamento della comunità stessa. Quello della preghiera è infatti l’atteggiamento di chi non si rassegna a far coincidere le ragioni della sua forma di vita con le proprie ambizioni o con i propri sogni e desideri più profondi.

A una comunità di oranti non importa discendere nelle aspirazioni di ciascuno, ma lasciare aperto l’orizzonte che delimita la propria comunità nei riguardi di una volontà indisponibile prima ancora che imperscrutabile. Tutto ciò si invera in un profondo senso di fiducia nell’uomo e nell’umanità orante. Restano infatti indisponibili e sacri lo spazio e il gesto dello straniero che prega. È infatti questo il luogo in cui la diversità di linguaggio o di rito si stempera nell’atto di fiducia più disarmante di cui l’uomo è capace.

Le ragioni della propria forma di vita si rischiarano mentre si vive, diventano più nitide o si purificano nella postura dei gesti e nella disposizione dei corpi. Il sacrificio dei monaci di Tibhirine è quello della difficile ricerca di chi vuole continuare a custodire la disposizione e lo stile della visitazione. Era questa infatti la movenza capace di in-formare le loro esistenze e la loro forma di vita monastica. Visitare non è accogliere, poiché significa innanzitutto salutare, introdursi alla presenza dell’altro mediante un gesto che dispone e prepara alla parola dell’altro. Così in un’omelia si esprimeva frère Christian: «E tu intuisci che l’islam stesso può rivelarsi nel suo legame al Cristo che tu vorresti portargli, per poco che tu gli offra, nell’incavo di una Visitazione permanente, un cuore disponibile all’impossibile che ci viene da Dio».

La ricerca delle ragioni dell’esistenza e della presenza della comunità monastica di Tibhirine sono ragioni pasquali, sono cioè molto più che motivazioni della coscienza e determinazioni dell’anima, sono infatti conformazioni alla discesa di Cristo. Le ragioni di una tale presenza pasquale coincidono con quel vincolo che unisce misteriosamente l’amante all’amato nel momento in cui questi viene abbassato, umiliato, scacciato. «Dobbiamo trovare nell’incarnazione le vere ragioni della nostra presenza pasquale in Algeria. Pasqua inizia dalla partecipazione di Dio alla finitudine dell’uomo. Tutto è pasquale nella vita del Figlio […] Dobbiamo trovare nel mistero dell’incarnazione le vere ragioni della nostra presenza. Nella Pasqua di Cristo, la redenzione è il motivo, ma l’incarnazione è il modo».
Nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996 sette di loro furono rapiti, costretti a incamminarsi, a lasciare, a passare. Esattamente vent’anni dopo, nella stessa notte, i cristiani continuano a celebrare il cammino, l’abbandono e il passaggio, dalla morte alla vita, del Figlio di Dio.
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