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Intervista
Varoufakis: è un’Europa senz’anima
EUGENIO FATIGANTE
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Il divanetto in un angolo appartato di Montecitorio non attenua la sua grinta da combattente. Reduce da un incontro con una delegazione di M5S («Ci sono punti che ci accomunano »), seduto con indosso il giubbotto di pelle nera che è un po’ la sua divisa ufficiale, l’uomo che dall’Ue fu costretto di fatto nel 2015 a dimettersi (da ministro delle Finanze della Grecia) fa una professione di fede nella sua idea di Europa: «Questa Unione è come un edificio le cui fondamenta sono diventate troppo fragili. Questo periodo buio della storia è l’ultimo test per la moralità ed integrità etica di un’Europa che si sta disintegrando, lo si è visto nel modo in cui sta affrontando il dramma dei rifugiati. Ma io voglio vivere negli Stati Uniti d’Europa prima di morire». Yanis Varoufakis ci crede, al punto di aver creato un suo movimento, Diem25 (vedi box sopra).


Vede un nesso fra la Ue che non riesce a dare una risposta unitaria al terrorismo e quella che non esce dalla crisi economica?
Le due crisi potrebbero essere collegate, ma non lo sono. Il nostro fallimento come europei, nell’affrontare la crisi economica, ha dato inizio a forze centrifughe che ci stanno impedendo di affrontare problemi comuni a tutti i Paesi in modo unitario. Dopo 4-5 anni di risposte non efficaci il sogno di prosperità europea è svanito. Guardiamo cosa succede coi migranti: tutti ragionano dicendo «non è un mio problema», ognuno risponde con azioni unilaterali. Quando le divisioni cominciano a manifestarsi, com’è successo sull’economia, non ci si deve meravigliare di ritrovarsi alla fine con un’Europa che ha perso la sua arma più potente: poter dare risposte unitarie, anche sul piano della politica estera, della reazione agli attacchi e delle intelligence da coordinare. Sento tanti proclami a «non piegarci», ma fra di noi siamo già piegati dalle divisioni.


Sembra un’analisi senza speranza...
La speranza è ritrovare le nostre origini. Per questo ho fondato Diem25, un movimento di europei molto preoccupati perché le istituzioni Ue non sono democratiche. E che credono che l’unica soluzione sia democratizzarle, senza distinzioni ideologiche. Stiamo creando un’infrastruttura per tutti, dai verdi alla sinistra, dai cattolici ai liberali. È ciò che avremmo dovuto fare già negli anni ’30.


In che senso, scusi?
Ho visto l’analisi pubblicata su Avvenire dall’ex governatore Fazio. Eccellente! Ogni tanto c’è ancora qualcuno che mi dà ragione... – scherza prima di riprendere –. Anche all’epoca si avviò un processo di frammentazione del sistema monetario comune ( il Gold Standard, ndr) e ci si ritrovò, dopo, con gli europei che cominciarono a uccidersi.


Perché le istituzioni Ue non sarebbero democratiche?

Veramente dovrebbe domandarmi il contrario... Che non lo siano è chiaro. Quando andavo all’Eurogruppo, a Bruxelles, mi fu detto chiaramente che le elezioni, come quelle in Grecia, non potevano interferire con la politica economica. Le racconto un episodio ancor più interessante da una prospettiva cattolica: allo stesso Eurogruppo chiesi d’inserire nel comunicato finale un paragrafo sulla crisi umanitaria, avevamo in Grecia bambini che pativano la fame nelle scuole e la bozza menzionava solo la disciplina fiscale come obiettivo ultimo. Mi fu risposto, in sostanza, «non possiamo parlarne, è troppo politico». È questa l’Europa che abbiamo costruito: tutti parametri matematici, non c’è umanitarismo.


Anche Renzi contesta le regole europee...
Ha ragione nel dire che vanno cambiate. Anche perché non le rispetta nemmeno la Germania sul surplus della bilancia dei pagamenti. Ma sbaglia nel metodo. Non deve lamentarsi come un bambino con l’obiettivo di ottenere un po’ di flessibilità, ma deve fare una battaglia per cambiare radicalmente quelle regole. Per l’uomo medio tedesco o olandese, quando i politici del Mediterraneo si limitano a criticare le regole si crea una divisione tra Nord e Sud. Il premier italiano ha la forza per chiedere un Consiglio straordinario su questo tema.



Non è troppo severo?
No. Ricordiamo che, a differenza degli Stati Uniti, l’Europa è nata come un 'cartello', per il carbone e l’acciaio. Quell’impronta è rimasta, nonostante gli sforzi per farne qualcosa di diverso. L’interesse maggiore è per i profitti.



Quale giudizio dà dell’accordo fra Ue e Turchia di venerdì scorso sui migranti, che ha già mostrato le prime crepe?
Da europeo mi vergogno molto di questa intesa. Fra pochi anni se ne vergogneranno in tanti e i nostri figli ci guarderanno come responsabili. È un’intesa che replica i fallimenti già visti sull’euro e che non può essere implementata: deportiamo i profughi in una Turchia che non rispetta i diritti umani e facciamo entrare un numero pari di già registrati in un continente dove nessuno li vuole. Ci sarà una frizione tale che non porterà alcun beneficio.



Ma lei quale 'ricetta' ha?
Organizzazioni cattoliche e Ong hanno già dato l’esempio con la creazione di 'canali umanitari'. Bisogna semplicemente investire sull’accoglienza. È un problema reale se, in un’Europa che ha dato 310 miliardi alla Grecia, tornata peraltro in recessione, e che ha dato centinaia di miliardi alle banche fallite, non si trovano i fondi per accogliere 1-2 milioni di rifugiati. La metà dell’Europa è vuota, siamo un continente in crisi demografica, sarebbe un ottimo investimento dare una prospettiva a queste persone. Con i muri ci illudiamo di mantenere un benessere che invece sta evaporando.
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