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Cronaca
Il caso
Regeni: uccisi 5 «sequestratori», ma è giallo
Vincenzo R. Spagnolo
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​Nuove rivelazioni a effetto, in Egitto, nelle indagini sul sequestro e omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano 28enne scomparso il 25 gennaio al Cairo e ritrovato morto, nove giorni dopo, con evidenti segni di torture.

Secondo "fonti di sicurezza" citate dal quotidiano El Watan, cinque componenti di una banda di sequestratori, uccisi al Cairo in uno scontro a fuoco con la polizia, "sarebbero legati all'omicidio" di Regeni.
 

Secondo il quotidiano, i cinque provenivano dal Governatorato di Sharqiyya (delta del Nilo) e da Shubra El-Khema, a nord del Cairo. Tuttavia, la versione ufficiale dell'avvenimento, diffusa in un comunicato del ministero degli Interni egiziano, riferisce di un'operazione di polizia in cui " le forze dell'ordine sono riuscite ad individuare nel quartiere Nuovo Cairo una gang che si era specializata nel sequestro di stranieri per derubarli, facendosi passare per poliziotti". Durante il blitz ci sarebbe stato uno scontro a fuoco con gli agenti: la polizia egiziana ha quindi fatto sapere di avere ucciso i quattro responsabili dell'omicidio e di aver ritrovato anche nella casa della sorella di uno di questi uomini, Tarek Saad Abdelfatah, "una borsa rossa" con il passaporto e gli effetti personali di Giulio Regeni, tra cui una carta di credito (da cui non è al momento dato sapere se siano state effettuate spese tra il 25 gennaio, giorno della sua sparizione, ed il 3 febbraio, ritrovamento del cadavere, come avrebbero fatto dei normali criminali) e i suoi badge dell'Università Americana del Cairo e dell'Università di Cambridge.


Dubbi in proposito vengono espressi anche dall'autorevole quotidiano filo-governativo egiziano Al-Ahram, pur senza escluderla, frena sull'ipotesi che i criminali uccisi alla periferia ovest del Cairo siano legati all'omicidio Regeni. "Una fonte della sicurezza", scrive Al-Ahram, "ha smentito informazioni pubblicate da siti web che legano l'omicidio dell'accademico italiano Giulio Regeni alla banda specializzata nel sequestro e rapina di stranieri a New Cairo. La fonte ha dichiarato che gli apparati di sicurezza continuano il loro lavoro per svelare l'omicidio dell'italiano e anche i crimini  commessi da questa banda, e se c'è un rapporto tra loro".


Sempre al Cairo, il team di investigatori italiani (Carabinieri del Ros e poliziotti dello Sco) presenti in Egitto, nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Roma, è stato informato dalla polizia egiziana dell'uccisione di 5 persone sospettate di essere legate al delitto del ricercatore universitario.  Mentre a Roma, il sostituto procuratore Sergio Colaiocco (titolare del fascicolo) attende comunicazioni ufficiali della magistratura del Cairo, anche in base alla collaborazione suggellata nell'incontro dei giorni scorsi al Cairo tra il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il procuratore generale della Repubblica araba d'Egitto, Nabil Ahmed Sadek.

Bisognerà dunque attendere le prossime ore per capire se si tratti effettivamente di una notizia fondata o, invece, dell'ennesimo "scoop" solamente mediatico. Dal giorno del ritrovamento del corpo del ricercatore italiano, la comunicazione sugli sviluppi delle indagini è stata spesso opaca e priva di riscontri concreti (uno degli inquirenti a capo delle investigazioni aveva perfino adombrato la surreale ipotesi di morte dovuta a incidente stradale), facendo temere (anche per le modalità delle lunghe torture subite da Regeni: fratture, bruciature, ferite da taglio) un qualche coinvolgimento di elementi appartententi ad apparati di sicurezza "deviati". Il governo italiano, attraverso il premier Matteo Renzi e il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, ha chiesto investigazioni rigorose e prove concrete, senza "verità di comodo" o depistaggi. Una richiesta alla quale membri del governo egiziano e lo stesso presidente Al Sisi hanno risposto  assicurando trasparenza e respingendo con forza il sospetto di coinvolgimenti di uomini delle forze dell'ordine locali nella vicenda.
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