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Intervista
Magatti: «Nel tessuto cristiano risposte per tutti»
Francesco Ognibene
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Corruzione, estremismo religioso, ideologia del gender sono sfide culturali per un Paese a corto di risposte che, cercando nella sua bisaccia argomenti all’altezza, ne trova solo dentro la propria anima cristiana. Il sociologo Mauro Magatti ascolta le parole del cardinale Bagnasco e ne ricava la conferma di una sua convinzione: è nel loro profilo ancora profondamente cristiano che gli italiani possono trovare le risorse per allargare uno sguardo che si è fatto troppo corto per la portata delle questioni in gioco.

Agli interrogativi che incalzano la nostra società cosa dicono gli eventi ecclesiali citati dal presidente della Cei insieme ad alcuni nodi epocali?
Siamo esposti a questioni grandi e impegnative, fenomeni come la corruzione fanno avvertire la fatica di una situazione ora però illuminata da una luce che ci sottrae al pessimismo: l’Anno Santo della misericordia, che può consentire ai cristiani di non cedere all’angoscia o allo smarrimento apocalittico. Trovo pertinente l’accostamento del Giubileo e del Convegno ecclesiale di Firenze ai grandi temi di oggi: lo scoraggiamento può essere vinto solo da un’apertura alla trascendenza che non è fuga alla realtà ma recupero di una speranza anche al di là delle apparenze.

Cosa dice la Chiesa alla società italiana con l’indizione del Giubileo?
Papa Francesco manda anzitutto ai credenti un messaggio di responsabilità specifica proprio in questa stagione così piena di contraddizioni chiedendo loro di stare dentro la realtà senza farsi scoraggiare, con uno sguardo che permetta di vedere oltre le difficoltà. La radice cattolica rimane il più significativo tessuto sociale di senso e di relazione, e la comunità cristiana non può non avvertire la sua responsabilità per il risveglio del Paese. Nelle parole di Bagnasco c’è l’indicazione che senza il contributo dei credenti l’orizzonte si fa più cupo e la speranza si annebbia.

Ma i credenti sono coscienti di questa responsabilità?
Più che una vera consapevolezza di essere entrati in una stagione storica nuova, c’è un tessuto che tiene e dà ancora risposte. Siamo nel pieno di una trasformazione e di un rinnovamento nel quale non si vedono linee già ben tracciate. Ma il Paese sempre di più si aspetta parole efficaci dalla sua radice cristiana ancora viva ed espressa in forme articolate, perché sa che il suo baricentro è ancora questo, e ci conta. I cattolici però non devono essere precipitosi, il cambiamento richiede tempi lunghi.

Il Convegno di Firenze che ruolo può assumere in questo clima?
Gli appuntamenti decennali della Chiesa italiana hanno segnato sempre punti di svolta. Le parrocchie devono cogliere l’occasione per spendersi in questi mesi di preparazione spingendo il mondo cattolico ad assumersi quel ruolo di riferimento per il Paese del quale c’è bisogno. Il 2008 con l’inizio della crisi economica ha segnato una cesura: non si torna più indietro, occorre costruire equilibri nuovi superando l’individualismo consumista e privatistico che abbiamo ereditato e avviando processi di innovazione a ogni livello. La Chiesa avrà spazi maggiori rispetto all’ultima parte del Novecento, perché il mondo si prepara a sfide a prima vista più grandi di noi ma che sono affrontabili solo a partire da premesse forti. La cultura degli anni Ottanta ci ha convinti che fossimo destinati all’espansione illimitata, dalla finanza a una soggettività incurante di tutto ciò che la circondava. Non ne siamo del tutto usciti, ma il mondo è completamente cambiato e ci sta proponendo l’importanza della relazione, della responsabilità, del legame. Il futuro può tornare a ospitare la visione religiosa della vita, che in questo momento alla gente appare sempre meno come una risposta del passato e sempre più come una questione che interpella.

Bagnasco riflette su due test culturali, per il Paese e per i cattolici: il fondamentalismo islamico e l’ideologia del gender. Sui quali la risposta del Paese pare incerta...
Sono come due opposti: l’estremismo religioso nega pluralismo, tolleranza, rispetto reciproco, arricchimento nella diversità; l’estremismo ideologico radicalizza la differenza frammentando la realtà al punto che se ne perde il senso insieme alla capacità di condividere qualunque narrazione. Sono sfide opposte, che rischiamo di perdere. Il tempo che viviamo è molto complesso e richiede alla comunità ecclesiale un nuovo sforzo culturale. E il Convegno di Firenze è un appuntamento chiave per darsi mappe comuni recuperando l’idea di persona relazionale e trascendente che manca a entrambi gli estremismi.

Rispetto al gender, nelle scuole spesso le famiglie non sanno come porsi. Cosa possono fare?
Manteniamo il senso delle proporzioni: sono all’opera minoranze attive e determinate che proiettano sull’intera società il loro modo di pensare, legittimo ma criticabile. Chi ha una posizione diversa deve sentirsi pienamente legittimato a esprimere la propria idea vincendo un certo complesso di inferiorità. La nostra vita scorre dentro dimensioni al di là della libera scelta, il maschile, il femminile e la famiglia permarranno oltre le trasformazioni di questi anni.
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