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«Per l’utero in affitto clicca qui»
Viviana Daloiso
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Il viaggio nel mondo dell’utero in affitto comincia di primo mattino, seduta alla tastiera del pc. Se qualcosa ha ragione di esistere, nella società odierna, bisogna trovarlo in Rete. E proprio lì centinaia di donne italiane vanno alla ricerca di un figlio impossibile.

Per accorgersene basta cliccare sui numerosissimi siti (in italiano) che raccontano come diventare madre con il grembo di un’altra donna. Pare un sogno: vetrine colorate, bebè che fanno capolino tra titoli e sommari, donne sorridenti. Se ero partita timorosa, se tremavano la mani nel chiedere a Google di quella pratica illegale in Italia (e non solo), le cose sono già cambiate. Scopro tutto della tecnica, che con l’utero sembra non c’entrare affatto: «Partiamo dal presupposto che non vogliate trovare solo una donna che sia concorde nel partorire il vostro piccolo, ma piuttosto quella idealmente più adatta ad assolvere questo compito», spiega candidamente la SurrogacyMed, uno dei centri medici di tecnologie riproduttive artificiali – si legge sul sito – «più prestigiosi di tutta la Russia».

Allora è in Russia? Certo, visto che la tecnica in Italia è vietata. Ma tutto, su questo sito, sa di italiano. Un prodotto perfetto, fatto apposta per illudermi che quello che voglio sia a portata di mano. Come il portale della clinica La Vita Nova (Ucraina) o della Irtsa (che opera anche in Georgia, in India, a Cipro).


Inizio a familiarizzare col termine di madre biologica (io) e madre surrogata (quella che farà la gravidanza al posto mio) e mi imbatto anche in una raccomandazione: meglio rivolgersi a una società che fornisca un servizio di assistenza completa per tutta la durata del “programma”. Niente improvvisazioni, insomma: le madri surrogate devono essere attentamente selezionate e possedere requisiti precisi.

Che sono l’età giovane (tra i 20 e i 30 anni), le condizioni fisiche perfette (niente malanni, s’intende, ma nemmeno chili di troppo) e una «accertata stabilità psicologica» (visto che «al termine della gravidanza la madre surrogata sarà separata dal bambino»). Per la prima volta mi torna in mente di cosa stiamo parlando: cerco una donna che porti in grembo un figlio per nove mesi e che poi, dietro pagamento, me lo consegni. Certo, useremo il seme di mio marito. E magari anche i miei ovuli. Pagheremo dai 15 ai 30mila euro. Ma che ci sia una donna in carne e ossa, dietro il “servizio”, per un attimo l’avevo dimenticato.

Il fatto che debba andare in Russia, in ogni caso, mi frena. Riprendo la ricerca. L’indirizzo giusto è maternitasurrogata.info e stavolta è italiano anche di fatto. Tutti gli argomenti sono corredati di schede complete e dettagliate, in cui vengono illustrati i particolari medici, ma soprattutto quelli legali. Scopro così che in Russia, Ucraina o India devo andarci per forza (lasciando stare gli Stati Uniti, troppo cari) ma che c’è uno studio che si occupa proprio di queste pratiche: è lo studio Menzione-Lollini, due avvocati che da anni masticano l’argomento. Da quando, cioè, «abbiamo iniziato a occuparci di coppie omosessuali che volevano un figlio».

L’avvocato Susanna Lollini risponde da Roma. Mi vieta, anche lei, di parlare di utero in affitto: «Un termine orribile». Mi racconta delle centinaia di telefonate che riceve, delle donne disperate: «Spesso siamo noi a scoraggiarle, a far loro capire che il desiderio che hanno di un figlio le sta accecando». Se fatto bene, però, tutto avviene secondo la legge: «Quando un figlio nasce in Ucraina – spiega la Lollini –, dove la legge sulla maternità surrogata esiste, il certificato di nascita è legale.

E come tale resta anche in Italia, al momento della sua registrazione». Certo, ci sono dei rischi. Le sentenze degli ultimi mesi lo dimostrano. Si può finire in tribunale, verrà fatto l’esame del Dna. Per questo bisognerebbe affidarsi allo studio. Che comunque – l’avvocato Lollini non transige – si occupa solo di diritto. «Il diritto, grazie a Dio, non è fede, non è religione», continua, sprezzante sulle battaglie ideologiche condotte da «alcuni giornali». Certe questioni quando si vuol comprare un bambino, o avallarne l’acquisto, meglio non affrontarle.

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