sabato 20 ottobre 2012
​«Mentre la camorra ancora ci fa sentire il suo fiato puzzolente sul collo, il signor Prefetto di Napoli mette alla berlina un prete perché anziché dire "signora prefetto" ha detto "signora"»; è la conclusione della lettera che don Maurizio Patriciello ha inviato al prefetto di Napoli Andrea De Martino, che durante un incontro aveva rimproverato il sacerdote. (Nella foto di Mauro Pagnano don Maurizio accanto a una discarica abusiva di amianto).
Macché scuse. Lo Stato faccia ciò che è giusto di Marco Tarquinio
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«In mezzo a tanti problemi, mentre nei nostri paesi tanta gente scoraggiata non crede più a niente e a nessuno, mentre la camorra ancora ci fa sentire il suo fiato puzzolente sul collo, mentre i roghi tossici continuano a bruciare come se niente fosse, il signor Prefetto di  Napoli mette alla berlina un prete perché anziché dire "signora prefetto" ha detto semplicemente "signora"»; è la conclusione della lettera che don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano, ha inviato al prefetto di Napoli Andrea De Martino poche ore dopo l'audizione di mercoledì scorso in prefettura a Napoli aveva rimproverato aspramente il sacerdote. Una vicenda che è stata filmata da un partecipante alla riunione, e che ha fatto rapidamente il giro del web. Nella lettera don Patriciello ammette di essere "mortificato" di fronte alla parole di De Martino, "gridate senza motivo". "Se a me, prete di periferia, è concesso ignorare che chiamare semplicemente “signora”, la signora Prefetto di Caserta fosse un’ offesa tanto grave, non penso che fosse concesso a lei, arrogarsi il diritto di umiliare un cittadino italiano colpevole di niente, presente in prefettura come volontario per dare il suo contributo alla lotta contro lo scempio dei rifiuti industriali interrati e bruciati nelle nostre campagne", continua il sacerdote nella sua lettera. Oltrettutto la "signora Prefetto di Caserta" non era per nulla sentita offesa."Se una cosa mi addolora è constatare che tante volte è proprio la miopia delle istituzioni, lapigrizia di tanti amministratori, il cattivo esempio di tanti politici che fanno man bassa di denaro pubblico a incrementare la sfiducia in tanti cittadini"."Io alla mortificazioni sono avvezzo - scrive don Maurizio -. Spendo la mia vita di prete nella terra del Clan dei Casalesi. La mia diocesi, Aversa, è quella di Don Peppino Diana. Quante mortificazioni, signor Prefetto. Quante intimidazioni. Quanti soprusi. Quante minacce da parte dei nemici dello Stato o di semplici delinquenti. Ma io dei camorristi non ho paura. Lo so, potrebbero uccidermi e forse lo faranno. Io l’ho messo in conto dal primo momento che sono stato ordinato prete".Poi si rivolge direttamente al Prefetto: "Ha voluto mortificare il prete o il volontario impegnato sul dramma dei roghi tossici? Ha voluto insegnarmi l’educazione – a 57 anni! – o mettermi a tacere perché già immaginava ciò avrei denunciato? Le nostre campagne languono, signor Prefetto. I giovani sono scoraggiati. I tumori sono aumentati a dismisura. La gente muore. Le amministrazioni locali non riescono a tutelare il loro territorio e la salute dei loro cittadini. E sarebbe proprio a costoro che viene ricordato il dovere di farlo. È una serpe che si morde la coda. Siamo prigionieri in questo “ Triangolo della morte”, in questa “ Terra dei veleni” dalla quale desideriamo uscire quanto prima, pur sapendo che per tanti di noi i danni alla salute sono ormai irreparabili.Ci ripensi adesso".

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