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Cronaca
LA CAMPAGNA
«Multe salate
anti-prostituzione»
Lucia Bellaspiga
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​«Il mio obiettivo è far sparire la prostituzione». Parole d’acciaio quelle pronunciate a Parigi dalla bella ministra francese delle Pari Opportunità, militante nel Partito socialista e cresciuta a pane e femminismo. La 34enne Najat Vallaud-Belkacem non ha temuto accuse di oscurantismo e, per sradicare la piaga, ha proposto di punire i clienti, guadagnandosi l’appoggio anche del mondo femminista.

La Francia, dunque, pensa di calcare le orme delle legislazioni svedese e norvegese, le più rivoluzionarie, che rispettivamente dal 1999 e dal 2009 puniscono la domanda anziché l’offerta, il cliente e non la prostituta. E allora per l’ennesima volta non possiamo non ripensare alla battaglia condotta da don Oreste Benzi, sempre capace di anticipare i tempi e precorrere di decenni le soluzioni poi adottate come avveniristiche dai vari governi (sua ad esempio l’idea di sostituire i disumanizzanti istituti per orfani o per malati mentali con piccoli nuclei da lui chiamati "casa famiglia", oggi copiati da tutti i Paesi civili del mondo): «Nessuna donna nasce prostituta – faceva notare il prete di Rimini scomparso nel 2007, fondatore dell’Associazione Papa Giovanni XXIII e di centinaia di comunità in tutto il mondo – c’è sempre qualcuno che la fa diventare tale».

La notte, con coraggio disarmante, raggiungeva le lucciole alla luce dei falò e, per nulla imbarazzato, proponeva un’alternativa. Non pretendeva di essere creduto: lasciava un rosario e il suo numero di cellulare. Molte si perdevano, molte altre chiamavano, e ad oggi sono più di ottomila quelle che grazie a lui e ai suoi volontari si sono salvate. «Sosteniamo l’iniziativa giusta e ammirevole del ministro francese Najat Vallaud-Belkacem di contrastare la schiavitù di queste donne con una legge che punisca i clienti – insistono oggi Paolo Ramonda, responsabile generale della Papa Giovanni XXIII, e i volontari, tra i quali anche tante ex prostitute, oggi donne libere e realizzate –. Il modello svedese permette di debellare il racket colpendo chi causa il traffico di esseri umani. I clienti sono i più colpevoli, sono correi di un crimine vergognoso, tollerato in silenzio da tanti Paesi occidentali», sulle strade dei quali lo scempio avviene sotto gli occhi di tutti. «Sui marciapiedi e nei locali si trovano migliaia di donne annientate, usate, ricattate, il 40% minorenni, oggetto degli istinti più perversi di milioni di maschi».


«Purtroppo la civile Italia, a differenza dei Paesi scandinavi e della Francia, ignora ancora il dramma delle oltre 100mila schiave sulla strada (e circa il doppio nascoste nelle case) – denuncia Roberto Gerali, uno dei responsabili antitratta della Giovanni XXIII –. E molti dei nostri parlamentari, già scaduti sul piano morale, hanno dimostrato di essere anche scadenti, quando propongono la riapertura delle case chiuse come soluzione per sanare la crisi economica». Nessuna pietà per la dignità di ragazzine che potrebbero essere le loro figlie, nessuna per tante vite buttate via tra un letto e un altro, insomma, se questo può impinguare le casse dell’erario... Anche in Italia l’ex ministro Mara Carfagna aveva provato a proporre un disegno di legge, che però si è subito arenato nelle paludi parlamentari: certi temi meglio non toccarli, «e poi i clienti in Italia sono dieci milioni – sottolinea Gerali –, dieci milioni di voti che nessuno vuole perdere», mentre le prostitute quasi sempre sono straniere e spesso pure minorenni, alle urne non sono nessuno.


Sia chiaro: chi vuole stroncare la prostituzione non accampa giudizi morali, lotta invece per il diritto alla vita e alla dignità di tutte le donne. Il punto allora è: sono davvero schiave, costrette a vendersi, o libere professioniste che hanno scelto in autonomia di prostituirsi? Fin troppo facile intuire che nessuna donna può davvero desiderare un destino tanto degradante e doloroso, costretta a subire amplessi in sequenza, ad appagare uomini frettolosi e sconosciuti, ributtanti nei modi e nelle pretese, in genere molto più anziani delle ragazzine che comprano, giovani quanto le figlie che hanno lasciato a casa. Eppure c’è sempre chi sostiene che sono «volontarie» e lasciarle esercitare è un atto democratico.

«Da venti anni le nostre unità di strada collaborano con trenta questure e monitorano tutte le notti una quarantina di province – testimonia Gerali –, il fenomeno è in espansione e l’età delle ragazze si abbassa sempre più. Quando ottieni la loro confidenza, vedi che sono pulcini terrorizzati, bisognose solo che qualcuno non le lasci lì passando via indifferente, ma si fermi e le aiuti. All’inizio sono provocanti, sfottono, insultano, dichiarano di essere felici, ma poi crollano e ti seguono in lacrime. Sono costrette dai "protettori" a fingere e temono ritorsioni contro le loro famiglie in Romania, Nigeria, Ungheria... Quando si sentono al sicuro, però, rifugiate in comunità, raccontano tutto e allora ti si stringe il cuore, le scopri bambine vestite da donne, le vedi sorelle, figlie, non prostitute. Le hanno vendute, picchiate, violentate. Noi le guardiamo con gli occhi di Cristo e se il cliente sapesse anche solo lontanamente cosa passano, dopo che gli hanno dato piacere, piangerebbe di vergogna». A chi sostiene che è un mestiere come un altro, un’attività che potrebbe arricchire il fisco, «rispondo come don Oreste: come mai allora non volete che lo facciano le vostre figlie?».
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