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Il caso
Morire di parto, arrivano le ispezioni
Francesco Ognibene
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​Un reparto maternità

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Dopo le tragedie, arrivano gli ispettori del Ministero della Salute. Una notizia inevitabile e attesa, visto il ripetersi nel giro di pochi giorni di morti in alcuni reparti di ginecologia e ostetricia del Nord Italia, dapprima a Torino, poi a Bassano del Grappa e San Bonifacio-Verona (ma di altri drammi analoghi è affiorata la notizia). Ultimo in ordine di tempo l’episodio di Brescia, dove agli Spedali Civili è morta Giovanna Lazzari, 30 anni, commessa in un negozio di abbigliamento, incinta di otto mesi, alla terza gravidanza.

La donna si era presentata al pronto soccorso mercoledì sera con febbre alta e gastroenterite, ma dopo una notte in osservazione il quadro era peggiorato tanto da indurre i medici a decidere un cesareo d’urgenza che però aveva certificato solo la morte della bambina nel grembo materno. A quel punto anche la situazione della mamma era precipitata, con la morte sopraggiunta alle 13. Giovanna lascia il marito Roberto e i due figli, di quattro anni e un anno e mezzo.

La Procura ha aperto un’indagine disponendo l’autopsia sui corpi della donna e della piccola. La direzione degli Spedali Civili ha fatto sapere che «la paziente è stata gestita nel miglior modo possibile, i medici hanno fatto tutto quello che poteva essere fatto. Nei prossimi giorni faremo una valutazione attenta di tutti i passaggi effettuati, dall’arrivo al pronto soccorso della paziente fino alle gravissime complicazioni che hanno portato al decesso».

Una verifica imposta anche dall’arrivo dell’ispezione ministeriale disposta – qui come negli altri ospedali teatro di altre morti improvvise e inspiegabili di madri e di figli – dal ministro della Salute. «La task force composta dai Dirigenti del Ministero e dell'Agenas, dai Carabinieri del Nas, dal rappresentante delle Regioni – si legge in una nota del Ministero – dovrà accertare se a determinare i decessi abbiano contribuito difetti organizzativi e se siano state rispettate tutte le procedure previste a garanzia della qualità e sicurezza delle cure. I risultati delle ispezioni verranno resi noti nei prossimi giorni e, indipendentemente da eventuali responsabilità dirette, saranno oggetto di approfondimenti e di ulteriori iniziative da parte del ministro».

Beatrice Lorenzin segue con grande attenzione il succedersi di drammi della maternità, e adesso vuole vederci chiaro. Con la documentazione completa che sarà raccolta dagli ispettori (cartella clinica, turni di lavoro del personale, logistica) il ministro vuole capire come sia possibile che nel giro di pochi giorni in alcuni dei centri ospedalieri più attrezzati del Paese ai vertici della sicurezza in gravidanza e alla nascita abbia potuto verificarsi un’impressionante sequenza di tragedie.

Si vuole capire, tanto per cominciare, se un ruolo possano averlo giocato le ferie per le festività di queste settimane, sia tra i sanitari degli ospedali sia tra i ginecologi che seguono direttamente le donne in attesa, o se vi sia stata una sottovalutazione di caratteristiche significative (come l’eventuale obesità) delle donne coinvolte. Un’istantanea che nel caso del Sant’Anna di Torino, ad esempio, ha già permesso di chiarire che si è trattato di una patologia rara quanto letale e non di un episodio di malasanità.

Sullo sfondo, c’è però anche la volontà del ministro di rivedere le linee guida ginecologiche che guidano l’operatività nei reparti di ginecologia e ostetricia, ormai troppo datate per poter essere efficaci in una situazione profondamente mutata, con la prima gravidanza che arriva sempre più tardi. Per ottenere questo risultato è però necessario il lavoro congiunto di Ministero, società scientifiche e Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari), che Beatrice Lorenzin intende coordinare al più presto.

Il deciso intervento ministeriale si inserisce nel confronto in corso da tempo in vista della ipotizzata riduzione dei punti nascita nel nostro Paese, con la chiusura più volte annunciata di quelli che non arrivano alla soglia di 500 parti ogni anno. A favore di questa ipotesi c’è un ovvio argomento di risparmi su strutture e personale, al quale i critici (e le comunità interessate, di solito quelle più geograficamente periferiche) oppongono anzitutto ragioni di sicurezza: come può garantire l’integrità di madri e figli una rete di ospedali ridotta ai soli grandi centri, non sempre agevolmente raggiungibili?

Ma a sconsigliare la chiusura indiscriminata dei punti nascita "minori" c’è anche la necessità di assicurare proprio quel presidio territoriale che sinora ha garantito all’Italia di occupare il vertice delle classifiche mondiali di sicurezza (terzo posto per il minor numero di neonati morti, addirittura il primo per i dati sulle mamme decedute al parto). Le notizie di questi giorni inducono a una riflessione molto attenta, proprio mentre il nostro Paese registra una nuova contrazione delle nascite complessive (502.596 nel 2014, 12 in meno dell’anno precedente).

In questo quadro suonano ancora più significative le parole con le quali il presidente della Repubblica ha voluto chiudere il suo messaggio di fine anno agli italiani: «Un augurio speciale – aveva detto Mattarella – a tutti i bambini nati nel 2015: hanno portato gioia nelle loro famiglie e recano speranza per il futuro della nostra Italia».
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