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Intervista
Terra fuochi: «La pena più dura è la vergogna»
Antonio Maria Mira
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 LA SCELTA

 
Perché abbiamo deciso di non fare i nomi. Tocca ai magistrati accertare le rivelazioni


Nella lunga intervista Gaetano Vassallo ci ha fatto tanti nomi. Politici nazionali e locali, imprenditori suoi "soci" o comunque del settore, e anche magistrati. Nomi molto noti e sconosciuti. Tutti, secondo lui, parte di quel "sistema" nel quale ha operato impunemente per più di trenta anni. Noi abbiamo deciso di non scriverli secondo una linea che il giornale ha sempre seguito. Come ci ha detto lo stesso Vassallo, e questo lo abbiamo riferito, quei nomi lui li ha fatti ai magistrati e agli investigatori coi quali sta collaborando dal 2008. Alcuni non sono mai stati toccati da inchieste e continuano tranquillamente ad operare. Toccherà agli inquirenti approfondire le denunce dell’imprenditore oggi collaboratore di giustizia, ritenuto molto affidabile e prezioso. L’unico per ora ad aver rivelato questo "sistema". Noi abbiamo preferito raccontare, attraverso le sue parole, il grande e drammatico affare dei rifiuti in Campania. Ma anche chi ci sia dietro al "re delle ecomafie": l’uomo, il padre, il marito. Per aiutare a capire come sia stato possibile uno dei più grandi disastri ambientali e umani del Paese. Non è qualche nome in più o in meno a cambiare la storia.

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«Oggi do più valore a tutto. Ora faccio la raccolta differenziata che prima non facevo. Tutta la famiglia è molto attenta». Continua così il racconto di Gaetano Vassallo, imprenditore dei rifiuti, "re delle ecomafie", legato al clan camorrista dei "casalesi" e oggi collaboratore di giustizia. Tanti processi in vista ma la condanna più pesante è suo figlio che si vergogna di lui. «Una volta a scuola gli insegnanti hanno annunciato che si sarebbe parlato della "Terra dei fuochi". E che lo avrebbero fatto soprattutto sulla base delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Mio figlio moriva dalla vergogna. Poi per fortuna non se n’è più discusso. Ma lui tornato a casa mi ha detto: "Papà mi sono sentito mancare la terra sotto i piedi". E io ascoltando le sue parole mi sono sentito veramente male».


Le pesa che suo figlio si vergogni di lei?
Si vergogna e mi ha cancellato dal suo profilo facebook. Guardi che è proprio brutto. Mi ha detto: «Papà se qualche mio amico vede la tua foto...». Ma non è che mi ha abbandonato (si commuove). È stata proprio la mia famiglia ad aiutarmi a fare la scelta della collaborazione. Prima di partire ho spiegato: «Setola può venire a uccidermi davanti ai vostri occhi e non so che cosa fare». Mio figlio mi ha detto: «Papà tu farai la cosa giusta, denuncia tutto e partiamo». Loro non si rendevano tanto conto di quello che avevo combinato, qua si sono resi conto e si vergognano, non tanto di me ma di quello che avevo combinato. E non ne vogliono più parlare. Anche io dal 2008 non parlo più, non rilascio interviste. Ho trovato il coraggio di scrivere un libro ma non sono orgoglioso di quello che ho scritto.


Ma non poteva accorgersene prima?
Quando facevo sta robba non mi rendevo conto. Il sistema andava così. Noi facevamo una buca, una discarica per i comuni. Quando ha cominciato mio padre, venivano coi trattori e i camioncini a scaricare nelle nostre cave. Poi mano mano ci siamo trovati a gestire una cosa più grande di noi. Ma con l’ingordigia del denaro, con l’immunità, con l’ingresso degli "amici" della camorra eravamo diventati onnipotenti, nessuno ci poteva controllare. E abbiamo fatto di tutto.


Chi c’è dietro un avvelenatore?
C’è un "povero Cristo" che ha gestito una cosa più grande di lui. Quando ero bambino non avevamo niente, non tenevamo neanche i soldi per mangiare. Ci siamo trovati a gestire una vecchia cava di pozzolana dove abbiamo cominciato a scaricare. I rifiuti so’ soldi. E chi li aveva mai visti tutti quei soldi?


Ma lei sapeva cosa scaricava.
Certo che lo sapevo. Anche se chi ci seguiva tecnicamente ci diceva: «Non vi preoccupate, non ci sono problemi per la falda, non mettiamo i teli, però nel sottofondo c’è una lava vulcanica dura». Ma lo sapevo, per carità, che scaricavo fusti...


E cosa c’era dentro?
Ora qualcuno parla di rifiuti radioattivi. Io non lo so se effettivamente abbiamo scaricato rifiuti radioattivi perché in quei fusti non sapevamo cosa ci fosse. Mica li aprivamo. Quando li schiacciavamo uscivano dei fanghi, ma non ci rendevamo conto di quello che era. Ci rendevamo invece conto dei soldi che incassavamo a fine mese. Il nostro problema non era quello di smaltire ma di creare fatture false per far sparire l’utile dalle società perché il 99% del fatturato era tutto utile.


Lei sa che tanta gente nella sua terra è morta e sta morendo di tumore. Vuole chiedere scusa ai familiari?
Anche mio padre e mia madre sono morti di tumore. Mi auguro che non succeda a me, però l’ho preventivato. Chiedere scusa adesso che senso ha a distanza di anni? E dopo aver seminato morte? L’unica cosa che ho potuto fare è lasciare tutto quello che avevo. Quando ho deciso di collaborare sono partito in mutande, dico la verità, senza niente, per cercare di rifarmi una vita, ma senza dimenticarmi quello che ho combinato per poter poi dare una mano. Se potessi fare volontariato lo farei, se potessi venire giù ad accompagnarvi per farvi vedere dove stanno i rifiuti lo farei volentieri, ma purtroppo non mi è consentito.


In alcuni di quei posti ci siamo stati. La discarica Novambiente la conosciamo bene. Ogni tanto qualcuno la incendia.
Ho visto in tv i bambini rom che ci girano con le bici. Ma il comune di Giugliano perché ha messo quelle famiglie là in mezzo. Devono morire?


Quanto deve a sua moglie?
Le devo tutto. A lei e ai figli. Io ne ho viste tante di persone abbandonate in carcere, quel poco che ci sono stato, soprattutto i collaboratori di giustizia perché hanno perso tutto. Io invece devo ringraziare moltissimo mia moglie perché non mi ha mai lasciato. È stata sempre con me facendo sacrifici, sradicata dalla sua famiglia che è rimasta tutta giù. Però adesso ci sentiamo bene.


Come vede ora il suo futuro?
Manterrò i miei impegni, non torno indietro e continuerò fino a che riterranno che io possa essere utile. Quando avrò finito e mi chiederanno di uscire dal programma di protezione me ne uscirò. I miei figli studiano e io mi inserirò con loro. So che devo pagare il mio conto con la giustizia. Se riandrò in carcere e potrò così risolvere il problema che ho creato, ci andrò volentieri, però purtroppo non credo che così lo risolverò. Poi spero solo di poter continuare quello che sto facendo, quel poco di lavoro, per finire dignitosamente i giorni della mia vita.


Vuole essere dimenticato?
Sì, preferirei essere dimenticato.
 

Ma molti non la dimenticheranno...
Lo so. Quelli che ho rovinato non mi dimenticheranno mai ed è giusto che sia così. Ma anche molti di quelli che ho accusato non mi dimenticheranno mai.


Questo l’aveva messo in conto quando ha deciso di collaborare.
Sono già stato fortunato, miracolato. Vuol dire che il Signore così ha voluto. Mi auguro veramente che se mi ascolta aiuti questa povera gente e che si possa sistemare quello che ho combinato. Non l’ho combinato solo io, ma non mi interessa, io parlo del mio. Sono una noce nel sacco ma non fa niente, mi assumo la mia responsabilità.


Lei ha citato il Signore. Ci parla mai?
Prego solo che possa risolvere qualche problema giù. Io devo pagare la mia pena. Se morendo io si potessero salvare gli altri sono a disposizione, ma non comando io, comanda il Signore. Ma se potessi ancora dare una mano lo farei.


Pensa che potrebbe essere perdonato per quello che ha fatto?
Dalla gente no, ma forse dal Signore.


Si fida di Lui?
Io sì.

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