giovedì 29 gennaio 2015
«Le ’ndrine hanno cambiato pelle. Imprenditori e politici dicano no a patti scellerati»
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«Era ora. L’inchiesta colpisce il vero volto della ’ndrangheta in Emilia Romagna, quello di "mafia affarista", capace di tessere rapporti con aziende locali, d’inquinare il voto amministrativo e perfino d’assoldare poliziotti e giornalisti per provare a manipolare l’informazione. È la nuova ragnatela ’ndranghetista, figlia di un salto di qualità criminale...». Docente universitario di storia dellla criminalità organizzata, Enzo Ciconte conosce a fondo il fenomeno delle infiltrazioni mafiose in terra emiliana. Già nel lontano 1998 il suo saggio «Mafia, camorra e ‘ndrangheta in Emilia Romagna» delineava, con tre lustri d’anticipo rispetto alle inchieste odierne, i segni della presenza delle cosche nella pianura padana.Al tempo erano avamposti. Ora la logica sembra coloniale, professor Ciconte?C’è stata una metamorfosi sottotraccia. Mentre le indagini si concentravano sul narcotraffico e su altri reati più visibili, la ’ndrangheta stava cambiando pelle...In quale direzione?Prima c’erano, nudi e crudi, il business della droga, il pizzo e l’infiltrazione in appalti e subappalti, attuate da affiliati o imprenditori originari di cittadine calabresi come Cutro. Ora i rapporti d’affari si sono estesi e raffinati: dalla primitiva cerchia di ditte calabresi, i boss sono passati a stringere patti con imprenditori e politici emiliani. È la replica di un modello già constatato in Lombardia, dove diverse ’ndrine hanno solide radici.C’è perfino un intero quartiere sequestrato a Sorbolo, terra di resistenza partigiana. Simbolicamente è impressionante...È la conferma del fatto che in questi anni si sia guardato giudiziariamente più al dito, cioè ai traffici di droga, che alla luna, ossia la penetrazione nell’economia. Nel 2012 un giudice del tribunale di Reggio Emilia, in una riunione coi sindaci locali, disse: in città ci sono i mafiosi, ma non le loro organizzazioni. Per fortuna, i suoi colleghi inquirenti stanno dimostrando il contrario...E la politica? Il procuratore di Bologna parla di tentativi di inquinare il voto in almeno 4 comuni...In passato, nelle mie ricerche, avevo sempre constatato la presenza di anticorpi sociali, che si opponevano al diffondersi delle metastasi mafiose. Ora duole rilevare come quel tessuto, inizialmente sano, si stia ammalando. Mi pare che la resistenza opposta da titolari di ditte e amministratori locali si sia affievolita e che la ’ndrangheta ne abbia approfittato.L’ex governatore Errani non la pensa così: in questi anni, afferma, non abbiamo messo la testa sotto la sabbia.A me sembra che il radicamento delle cosche si sarebbe potuto fronteggiare in modo più robusto da parte di tutti. Dopo il terremoto in Emilia, ai giornalisti che mi chiedevano se ci fosse il rischio di un’infiltrazione mafiosa nella ricostruzione, risposi: ma quale rischio, è una certezza. Gli ’ndranghetisti non si lasceranno scappare la possibilità di papparsi una fetta degli appalti post sisma. Ora l’inchiesta conferma quei timori.Come si può arrestare l’avanzata delle ’ndrine al Nord?Sul piano giudiziario, con inchieste solide e condanne in tribunale. Su quello sociale, ripristinando il livello di anticorpi: la politica e i partiti debbono bonificare se stessi e gli imprenditori, in primis in provincia di Reggio Emilia, si debbono liberare dai patti scellerati stretti con uomini della ’ndrangheta.
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