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Cronaca
GIOCO D'AZZARDO
Il generale Rapetto: anche ai Monopoli
non ci sono stati controlli adeguati
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«Per la prima volta nella storia il creditore, lo Stato, ha fatto di tutto per ridurre il credito da riscuotere». Il generale Umberto Rapetto da alcuni mesi ha lasciato il Gat della Guardia di Finanza, il Nucleo speciale antifrode che per due anni ha lavorato all’inchiesta sulla maxievasione fiscale dei concessionari del gioco d’azzardo. Qualche settimana dopo la conclusione di quella investigazione «sono stato destinato a frequentare, sarà stata una combinazione, un corso di perfezionamento». Così, dopo 37 anni, si è spogliato per sempre della sua divisa grigioverde. Non senza polemiche.

Cosa scoprì la vostra inchiesta sui gestori degli apparecchi per scommesse?
L’indagine delegata dal sostituto procuratore generale della Corte dei Conti, Marco Smiroldo, permise di accertare la mancata connessione di un enorme mole di slot machine con il sistema dell’Anagrafe Tributaria che doveva garantire la regolarità del gioco e assicurare la corresponsione del prelievo erariale previsto in misura proporzionale alle attività svolte dagli apparati di intrattenimento.

Qual era il meccanismo che consentiva di sottrarre gli incassi delle giocate dalla "base imponibile" dei gestori?
Il mancato collegamento vanificava le regole secondo le quali il totale delle giocate doveva diventare per il 75% montepremi per i giocatori più fortunati, circa il 12% costituire imposta e il restante 13% rappresentare introito per le società concessionarie, i gestori delle slot, gli esercenti pubblici e in piccola parte l’Amministrazione dei Monopoli.

Come si arrivò a determinare l’ammontare di quanto evaso?
Una volta ricostruito in maniera meticolosa l’assetto tecnologico negli anni di interesse ai fini dell’inchiesta e incrociati i dati forniti dall’Anagrafe Tributaria, si è avuta evidenza di quali apparati fossero stati scollegati, quando e per quanto tempo. Poi si è preso in considerazione il contratto stipulato dai Monopoli con le società concessionarie e si sono applicate le penali previste per il mancato rispetto dell’accordo preso. Un’operazione aritmetica e non una proiezione algebrica. Un’operazione non riguardante multe cervellotiche, ma basata su un importo ritenuto congruo da entrambi i contraenti all’atto della sottoscrizione. Un’operazione che ha superato i 90 miliardi di euro di debito nei confronti dello Stato.

Ci furono omissioni da parte di chi avrebbe dovuto svolgere i controlli?
Se i Monopoli avessero preteso il pagamento delle penali fin dal manifestarsi delle irregolarità non si sarebbero raggiunte cifre iperboliche e i concessionari sarebbero stati costretti ad uniformarsi a quanto loro stessi avevano convenuto. Erano previsti interventi sulle fideiussioni prestate e persino la revoca della concessione per i casi più gravi. Probabilmente qualcuno ha temuto che un’azione repressiva potesse intralciare il gettito che il gioco d’azzardo garantisce comunque all’Erario.

Cosa è accaduto dopo i vostri accertamenti?
A fronte degli addebiti della Procura della Corte dei Conti si è innescata una corsa per scongiurare il pagamento delle somme computate. Si è parlato di cifre "irragionevoli" e si è fatto riferimento a "multe". Niente affatto. Erano "penali" concordate dai contraenti, su entrambi i fronti rappresentati da persone responsabili e in piena capacità di intendere e di volere. Nella primavera scorsa le società concessionarie e alcuni dirigenti dei Monopoli sono stati condannati al pagamento di complessivi 2 miliardi e 700 milioni di euro, poca cosa rispetto quel che si era quantificato: tutte le interpretazioni contrattuali e tecniche erano andate a favore di chi non aveva rispettato o non aveva fatto rispettare il fin troppo chiaro contratto di concessione.
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