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Cronaca
L'appello
Francesca e la scuola negata
 
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Niente scuola per la piccola Francesca (nome di fantasia), undici anni, disabile e ammalata di Aids, ospitata in una casa famiglia della Comunità di Capodarco in Campania. Ufficialmente i responsabili della scuola media statale hanno detto di no alla sua iscrizione per mancanza di posti, dopo averla accettata in un primo tempo. Ma dopo la comunicazione dell’importante problema di salute, «ma non pregiudizievole per gli altri bambini», come scrive il professore che la segue, è arrivato il "no" con l’offerta dell’«appredimento a distanza». Così ora Fortunata e Antonio, i due genitori "speciali" di questa famiglia (vedi altro articolo) hanno deciso di scrivere una lettera aperta al ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, per «difendere i diritti di cittadinanza di questa bambina», affidandola al nostro giornale. L’ennesimo rifiuto per la piccola, con una drammatica storia familiare alle spalle, e che, scrivono Fortunata e Antonio, «è arrivata da noi dopo che svariate comunità educative del Napoletano hanno deciso di non accoglierla». Ora un’altra porta sprangata, malgrado la rassicurazioni dei medici che seguono Francesca e il sostegno del Tribunale per i minorenni, della Procura, degli assistenti sociali, della Asl e la pronta sensibilità del vescovo di Aversa. «È chiara la discriminazione perpetrata nei confronti della bambina da parte della scuola statale», denunciano nella lettera al ministro. La piccola, le comunicano, «ogni mattina era pronta con lo zainetto sulle spalle per andare a scuola e oggi non lo è più». Così domandano: «È vero signor ministro che parte della scuola, in Italia nel 2015, ha paura?». La risposta è attesa: siamo pronti a recapitarla. (A.M.M.)

 
Egregia signora ministro Giannini,
siamo due responsabili di una casa famiglia del movimento nazionale di Capodarco che si trova in Campania. Vogliamo raccontarle una brutta vicenda che stiamo vivendo in qualità di affidatari di una bambina portatrice di un ritardo psichico e, da pochi mesi, di «un importante problema di salute non pregiudizievole per gli altri bambini». Così ha dichiarato il professore Guarino che segue Francesca (nome di fantasia), che è malata di Aids, presso la Facoltà di Medicina e chirurgia dipartimento di Pediatria Area funzionale di Malattie infettive dell’Università di Napoli Federico II. La vicenda è brutta perché vede coinvolta nel ruolo non certo di "Buona" la nostra "Scuola" italiana. Il preside della scuola media di riferimento, il 4 settembre 2015 ha espresso il suo diniego formale all’iscrizione della bambina con le seguenti motivazioni: «Le domande di nuove iscrizioni vanno oltre il limite massimo dei posti complessivamente disponibili nella nostra scuola, limite definito sulla base delle risorse di organico e relativamente alla capienza delle aule dell’edificio scolastico, come predisposto dagli enti competenti e pertanto allo stato attuale non possono essere accolte».
 
 A luglio, però, lo stesso preside si era dichiarato disponibile ad accogliere la bambina: aveva delle iscrizioni in esubero, ma confidava nell’intervento dell’Ufficio provinciale scolastico per autorizzare l’apertura di una nuova sezione. Tale autorizzazione è arrivata ma, evidentemente, il dettaglio sulla patologia della bambina comunicatogli, così come consigliato dal professore che l’ha in cura, ha fatto la differenza. Così come l’avrà fatta per i dirigenti dell’Ufficio provinciale a cui ci siamo rivolti, i quali inizialmente si erano espressi con parole di "squalifica" nei confronti del preside del "no", salvo cambiare opinione. Così come l’avrà fatta anche per il personale ispettivo chiamato in causa, che dopo aver espresso telefonicamente solidarietà e impegno affinché questa incresciosa questione si risolvesse quanto prima, ha poi sempre telefonicamente comunicato la soluzione : «… per la piccola ci sarà l’apprendimento a distanza. Un po’ come il bambino sulla barca: lei conosce il caso?». Cortese, ma inappellabile la conclusione: «Non dovrà proprio frequentare… mi sono documentata, c’è una circolare ministeriale, che vi invito a leggere».
 
Egregia signora ministro, le confidiamo che quella circolare non la conosciamo. Conosciamo però la storia di Francesca. È arrivata da noi dopo che svariate comunità educative del Napoletano hanno deciso di non accoglierla. Dopo che una scuola elementare ha creduto di fare il suo bene promuovendola fino alla quinta, sorvolando sul livello di sviluppo psicofisico della bambina adeguatamente certificato, che si attesta intorno ai cinque anni. Volutamente allora "ignoriamo" quella circolare. Per accogliere Francesca ci siamo documentati bene sulla letteratura scientifica in materia, su quella pedagogica, sulle varie circolari del Ministero della Salute. A tal proposito, il dottor Guido Castelli Gattinara dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, in un suo scritto "Il bambino e il ragazzo sieropositivo nella scuola", dice: «La scuola rappresenta per i bambini il momento principale di una crescita sociale e culturale "normale", tanto più importante per coloro che sono affetti da una malattia cronica o che presentano situazioni familiari particolarmente problematiche». Francesca dell’apprendimento a distanza non sa cosa farsene, mentre un buon corso di formazione, anche a distanza, potrebbe essere proposto ai dirigenti da noi "impattati" in questa vicenda.
 
E non solo formativo sul piano professionale. A sostenere i diritti di cittadinanza di questa bambina, per inteso, c’è tutta la rete istituzionale: Tribunale per i Minorenni, Procura della Repubblica, curatrice speciale, assistente sociale, Asl di appartenenza. C’è anche un vescovo, Angelo Spinillo, che è venuto a conoscenza della brutta vicenda e si è reso disponibile ad accogliere la piccola presso una struttura scolastica della diocesi di Aversa. A un mese e mezzo dall’inizio dell’anno scolastico, ci rivolgiamo a lei, signora Ministro, perché non possiamo accettare una vicenda vissuta come una violenza istituzionale: è chiara la discriminazione perpetrata nei confronti della bambina da parte della scuola statale. A Francesca, che ogni mattina era pronta con lo zainetto sulle spalle per andare a scuola, e oggi non lo è più, abbiamo dovuto spiegare con parole semplici che la scuola che lei sapeva sarebbe stata anche "sua" ancora non è pronta ad accoglierla, perché ha paura della malattia. È vero, signora ministro, che parte della scuola, in Italia nel 2015, ha paura? E come la mettiamo con la conoscenza e le competenze a essa legate e che deve saper trasmettere? Attendiamo risposta.
 
Fortunata ed Antonio
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