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Figli digitali, sul web aspettando i genitori 
Stefania Garassini
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​E soprattutto non chiamiamoli «nativi digitali». È vero che gli adolescenti di oggi sono nati con le nuove tecnologie e non possono nemmeno immaginare un mondo che ne sia privo, ma questa definizione rischia di creare più impicci che altro. A sostenerlo è Sonia Livingstone, docente di Psicologia sociale della London School of Economics, a capo del progetto Eu Kids Online, finanziato dalla Commissione Europea per prevenire i rischi della navigazione in Rete e promuovere un uso responsabile di Internet da parte di genitori e ragazzi, e autrice di «Ragazzi Online. Crescere con Internet nella società digitale», pubblicato in Italia da Vita e Pensiero.

Sono da poco spenti i riflettori sul «Safer Internet Day», celebrato il 7 febbraio, che ha visto fra l’altro la presentazione degli ultimi risultati della ricerca di Eu Kids Online, con la partecipazione di 25mila genitori e ragazzi tra i 9 e i 16 anni in venticinque Paesi Europei (per l’Italia col contributo di OssCom dell’Università Cattolica di Milano). Le considerazioni di Sonia Livingstone possono aiutare a vedere da una prospettiva diversa la questione cruciale del rapporto genitori-figli nei confronti di Internet. «Sono scettica riguardo alla nozione di "nativi digitali" per due ragioni – spiega ad Avvenire la responsabile del progetto Eu Kids Online –. In primo luogo un’etichetta del genere tende a non considerare gli aspetti critici dei nuovi media, come la sfida di riuscire a governare il sovraccarico di informazioni o la capacità di valutare e selezionare i contenuti di qualità in un ambiente dominato da logiche commerciali. Abilità non certo innate nelle nuove generazioni e che richiedono invece un impegnativo percorso di formazione. Inoltre dobbiamo sempre ricordare che non tutti gli adolescenti hanno le stesse possibilità di accesso alle opportunità offerte dalle tecnologie digitali. Le diseguaglianze sociali tendono a riprodursi nel mondo digitale, anzi, spesso risultano più accentuate».

La facile etichetta di "nativi digitali" per i figli, cui corrisponde quella di "immigrati digitali" per i genitori, sarebbe un modo per semplificare un rapporto che è invece molto più complesso. I "nativi" , stando anche ai risultati della ricerca presentata in occasione del Safer Internet Day, sarebbero tutt’altro che baldanzosi esploratori delle frontiere digitali, ansiosi soltanto di lasciarsi alle spalle adulti inesperti e poco interessati. Per i due terzi dei ragazzi interpellati, infatti, la mediazione dei genitori è considerata un valido aiuto (per il 27% molto, per il 45% soltanto un po’). «Nel complesso – spiega Livingstone – si rivela un quadro positivo in cui i minori ben accettano l’interesse dei genitori e i genitori esprimono fiducia nelle abilità dei propri figli». Certo, i rischi non mancano nella navigazione in rete: dai problemi per la privacy alla possibilità di essere contattati da sconosciuti, dall’esposizione a contenuti inadatti alla vera e propria dipendenza. «Chi ha genitori che usano Internet e condividono questa esperienza con i propri figli tende a essere meno spaventato dalla Rete pur conoscendone i rischi», rileva Livingstone. «Da questo punto di vista sarebbe auspicabile una maggior autoregolamentazione da parte dei siti stessi, in modo che certi contenuti risultino veramente inaccessibili ai minori».

Tutti dovremmo sentirci più responsabili di quello che proponiamo ai minori che esplorano Internet. Anche perché l’evoluzione futura (ma non troppo, vedi box) sarà quella di un uso prevalentemente solitario della Rete, cui i giovani accedono sempre più spesso grazie a smartphone, piuttosto che computer. E qui, in fatto di dipendenza, siamo noi adulti a dover tracciare la strada. Cominciando magari a staccare gli occhi dal display quando capiamo che il "nativo" ci vuole parlare a tu per tu e non gliene importa nulla del mirabolante sito visualizzato sul nostro cellulare.

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